Archivio di gennaio 2005

Rapporti, no?

Jacopo Nacci, 28 gennaio 2005

Begotti mi chiama alle nove di sera e mi dice:
– Senti, per quella cosa che dicevi tu, si può fare, si può fare. Però bisogna che stiamo attenti. E poi bisogna che tu venga da me, così facciamo un po’ di conti.
– Quando? Domani va bene?
– Domani va bene, vieni alle tre e mezzo.
– Ok, alle tre e mezzo sono da lei.

Raggiungo Rah e andiamo all’Infedele. Prendiamo un nebbiolo.
– Te l’ho postato, te l’ho detto, – fa lui, – hai alzato il tiro, era ora. Lì per lì, quando ho visto New-Clear Wordz ho detto: ecco un bel progetto di Jago. Poi però non mi piaceva: Lan Tze non mi è piaciuto per un cazzo.
– Lan Tze era un sogno, un clima, c’è una contraddizione in fondo a Obiettivi e Sensibili: valorizzzare la scrittura in sé e per sé, come esercizio quotidiano senza pretese, e però cercare le nuove parole, per andare più in fondo: sto sempre a orbitare attorno al nulla come una cazzo di teologia negativa, e poi ’sta cazzo di tesi mi sta uccidendo i sentimenti, mi si è richiuso il terzo occhio, non sento un cazzo, e poi non ho nemmeno il tempo per stenderli, i racconti, e farli fermentare. E poi c’è anche… hai visto CapelliRossi?
– L’ho visto, è molto bello. Però vedi: è bello perché è puro, è genuino, è autentico, ed è anche scritto bene, però manca quella formalizzazione di mestiere, quella forma-racconto che fa lo scrittore consumato.
– Merda Rah, lo capisci che è quello che vorrei riconquistare e non è possibile? Non è più possibile perché la forma ti frega, e la tua spontaneità va a puttane per sempre. Mmuum quella roba ce l’ha nel sangue. Dovrei avere il tempo di ritrovare me stesso, la filosofia mi sta rendendo troppo analitico, troppo scientifico.
– Comunque va bene così – fa Rah, – quando c’è una contraddizione va sempre bene.

(altro…)

?Battiato

Jacopo Nacci, 23 gennaio 2005

Con il Corano chiuso affinché il Profeta non sentisse


Limùn mi trasmetteva la segreta tradizione del cesso siberiano


che è costituito di due bastoni tantrici:


uno per tenerci appesi i pantaloni


e uno per allontanare i lupi





E l’amante del grande matadòr Carlito Franco


che aveva ucciso più di quattrocento torelli di Pamplona


morì perché la scienza medica a lei contemporanea


rinvigorì la tradizione iberica che era anche ippocratica


dei testicoli del toro in pignatta di catrame





Ooo ai event felt so mach gudbiing in mai innerself





E io e Vlad Lemma nascondevamo sotto ai letti del collegio


giornaletti pornografici omosessuali


di origine ghanese


nei corridoi facevano la ronda


le monache rosse di Xegranova Blatah


che si radevano la barba ogni quattr’ore


e celavano le mazze micidiali sotto alle lunghe tonache purpuree





In Scandinavia Peterinia mi insegnava


a pescare i salmoni con le mani


come fanno ancora oggi gli orsi grizzly in Canadà


e i monaci botanici di Lecco


nei rari momenti di lucidità


e mentre la notte durava per sei mesi ella mi scaldava


con falò di ghiaccio lappone e liquor di foca uppsalica





Ooo ai event felt so mach gudbiing in mai innerself




Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Blinshi lingi shamisè camuvàaas


Laaa-lallalallà, laaa-lallalallà.

St. Elmo’s Fire (ecco i miei denti)

Jacopo Nacci, 23 gennaio 2005

Il primo non può farcela, sai? Lo vedo, trasuda rabbia, è nervoso. Anche il suo corpo tradisce qualcosa della devianza repressa. La provincia fa male, sai? Ci sono dei maschietti che non riescono a mollare né la diversità né il paesotto, allora sviluppano questo strato adiposo compatto ed omogeneo, parlano la forma del nervosismo, perdono un po’ di ironia. Ripenso il suo linguaggio mentre sono in treno per venire da te che intanto sei altrove. I suoi pregiudizi non sono creativi, non sono prese di posizione ma sentieri battuti da tanti nei boschi turistici per i bianchi. Non ha bersagli originali: lui crede davvero, è sul serio, capisci? Lui vive per metà nel suo mondo, per l’altra metà nella metà peggiore del resto del mondo. Resiste a fatica al grande gorgo dell’epiteto, capisci che quando non ci cade si sta sforzando. Allora hai paura, vuoi afferrarlo, ma non per lui, ché tanto non smette di sotto-pensare ciò che sotto-pensa, no, lo fai per l’estetica, e ti fai ipocrita, ti fai perbenista, quasi pensi che se non lo dice non lo è, dici: no, non scivolare, non scivolarmi qui. Lui non vede, ed è per questo che non può, vede i fantasmi, non è lucido; non che sia malvagio, ma non è lucido, è preda delle ombre, vive nel sogno: non ha attenzione. Mi domando quanto di lui è in me, quanto della mia purezza sia terrore, quanto del mio odio politico sia la rabbia tra-sudata: quanto io possa capirlo in virtù della nostra sottile, parziale identità. Lui non sente le nuove-chiare parole. Gli manca quel minimo di razionalità per vedere che ogni individuo è vittima, e solo la macchina è colpevole. Questo è un grado di razionalità necessaria, credo, un ingrediente fondamentale della condizione del praticante: non sentirsi mai migliore dei propri personaggi. Io lo chiamo pietas, ma non so se il nome è giusto.

(altro…)

Gli stolzi

Jacopo Nacci, 17 gennaio 2005

Salgono gli stolzi
Salgono le scale del palazzo nella notte
Senza faccia, tutti informi e scuri
Saltano leggeri e lunghi
Saltano i gradini a piedi pari
In fila, uno dopo l’altro
Entrano nella tua stanza
In fila, uno dopo l’altro
Fanno "gu… gu…", tra di loro
Fanno "gu… gu…" intorno al tuo letto.

Polli, gente, tempo (con fuga)

Jacopo Nacci, 16 gennaio 2005

E’ mattina e Lan Tze sta andando al mercato. Porta due polli piccoli in una gabbia di bambù. Subito dopo il ponte sopra il ruscello Keng, la strada grande accoglie la strada piccola che arriva da destra (perché la strada grande è l’unica che possa entrare nel villaggio nel giorno del mercato). Lan Tze, che cammina sulla strada grande, vede arrivare la bella Mao Chang dalla strada piccola. Mao Chang è vestita di un abito rosso, di tela fina, che svolazza nell’aria del mattino. In mano ha una gabbia con una grossa tacchina. Da lontano saluta Lan Tze alzando la gabbia, sorridendo mentre fa ballare la tacchina. Lan Tze si ferma per aspettarla.
– Buongiorno Mao Chang. Come stai?
– Sei ancora arrabbiata con me Lan Tze? – dice Mao Chang con il volto inespressivo.
– No, non sono arrabbiata con te, perché ti voglio bene, Mao Chang – dice Lan Tze guardando la gabbia nella mano di Mao Chang. La tacchina osserva attorno ruotando di scatto la testa e l’occhio.
– Però mi hai ferita – dice Lan Tze – tu non sai molto di me e delle mie cose. Mi hai chiesto perché fossi triste, ti ho rivelato che è a causa di un amore finito. E dopo che ho fatto questo, tu mi hai detto “eh capirai, Lan Tze! Per una storiella da nulla! Allora cosa dovrei dire io, che mi è morto il marito dopo cinque anni?”
– Ma è vero – dice allora Mao Chang, – è proprio così. Guardami: non vesto il lutto, io non ho parlato a nessuno di ciò che mi è successo, non me ne vado in giro con quella faccia. Questa è dignità, Lan Tze, si vede proprio che sei una zotica e vieni dalla parte più campagnola del villaggio. Io ho aspettato per vedere se ti accorgevi di qualcosa riguardo a me, se magari ti accorgevi che stavo soffrendo, ma tu eri così presa dalla fine della tua storiella che nemmeno ti sei accorta di quello che mi era capitato.
– No, Mao Chang, – Lan Tze scuote la testa, poi guarda la tacchina e di colpo sogghigna, un ghigno sterile, – no, sei tu che metti lo schifo addosso. E ora so anche perché facevo bene a non metterti a parte delle mie cose.
Mao Chang spalanca gli occhi e comprime le labbra a buco.

(altro…)

Anthem

Jacopo Nacci, 15 gennaio 2005

Dal Fedro di Platone:

Socrate: Per quanto mi riguarda, o Fedro, considero acute queste interpretazioni, però proprie di un uomo molto esperto e anche in gamba, ma anche non troppo fortunato: se non altro per il motivo che, dopo questo, per lui diventa necessario raddrizzare la forma degli Ippocentauri, poi quella della Chimera, e gli piove addosso tutta una folla di tali Gorgoni e Pegasi e di altri esseri straordinari e le stranezze di certe nature portentose. E se uno, non credendoci, vuole portare ciascuno di questi esseri in accordo con ciò che è verosimile, servendosi di una sapienza rustica come questa, dovrà avere molto tempo libero a sua disposizione.

Ma per queste cose io non ho tempo libero a mia disposizione. E la ragione di questo, amico mio, è questa: io non sono ancora in grado di conoscere me stesso, così come prescriverebbe l’iscrizione di Delfi; e perciò mi sembra ridicolo, non conoscendo ancora questo, indagare su cose che mi sono estranee. Perciò, salutando e dando l’addio a tali cose e mantenendo fede alle credenze che si hanno di esse, come dicevo prima, vado esaminando non tali cose, ma me stesso, per vedere se non si dia il caso che io sia una qualche bestia più intricata e più preda di desideri più di Tifone, o se, invece, sia un essere vivente più mansueto e più semplice, partecipe per natura di una sorta divina e senza fumosa arroganza.