Archivio di ottobre 2007

Metallo urlante

jacopo nacci, 30 ottobre 2007

Gli uffici della Torraccia, da fuori, fanno una scacchiera di rettangoli che riflette il piombo del cielo. Imperscrutabili, sembrano nascondere mestieri e mansioni da scrivanie hi-tech e computer all’ultimo sistema operativo, distributori di caffè, ambienti caldi e depurati. Chissà come sembrano piccoli, da lì, quelli che ogni mattina sbarcano dall’autobus, scendono la scaletta metallica attenti a non scivolare nei giorni di pioggia, per andare a infilarsi come topi nei buchi dei piani bassi. E chissà che grasse risate o che dolorose preoccupazioni dietro i vetri imperscrutabili, stamane, quando il gagiotto con l’eskimo verde è volato sulla scaletta, le gambe all’aria e lo scontro di carne e metallo, per poi rialzarsi e gridare e correre verso il suo buco; e per poi uscirne appena mezz’ora dopo, correndo nella postura del pianeta delle scimmie verso la fermata dell’autobus.

La modestia

Jacopo Nacci, 24 ottobre 2007

«Aprire un giornale, parlare con un amico, iscrivere un figlio a una scuola, far visita a un parente in ospedale o interrogarsi su cosa faremo di un pomeriggio di libertà sono alcune fra le infinite occasioni di imbattersi in questioni che solo la fretta, la modestia o… la mancanza di abitudine al pensare, appunto, ci impediscono di riconoscere come filosofiche. Metafisiche addirittura alcune, teologiche altre, psicologiche, esistenziali, estetiche, etiche. E infine, molto più di quanto non sembri, questioni di logica. Che in definitiva è l’etica del pensiero, senza la quale non c’è responsabilità nell’uso delle parole. Non c’è coscienza del loro peso, del loro contributo alla verità e alla falsità di quello che diciamo.

Proprio per questo, cominceremo “leggeramente”, un avverbio che volentieri il padre della nostra lingua, Dante, associa al verbo “ragionare”. Cominceremo dall’allegria che fa lieve la mente, perché “allegria” si apparenta con “alleggerire”. Se dobbiamo credere ad Agostino, di cui si è festeggiato nel 2005 il milleseicentocinquantesimo anniversario della nascita, “Nutre la mente solo ciò che la rallegra”.»

Roberta De Monticelli, “Il sonnambulismo e la veglia della mente”, in Nulla appare invano

Back to Mars 2

Jacopo Nacci, 11 ottobre 2007

– Buongiorno chiamo dalla Brìllar. Ha mai pensato di installare un impianto di climatizzazione?
– Dato che questo è un negozio all’aperto l’idea ha dell’assurdo.
– Se le condizioni sono queste è evidentemente infattibile.
– Non le sembra che un’idea del genere sia del tutto insensata?
– Stante la situazione da lei descritta non si può prendere in considerazione.
– Ecco: quindi è un’idea priva di ogni validità, come ho già detto, assurda. Lei si rende conto che fa richieste assurde?
– No.
– Lei è inconsapevole. Arrivederla.
Clic.

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Back To Mars

Jacopo Nacci, 4 ottobre 2007

– Buongiorno, chiamo dalla Brìllar, parlo con il signor Giugulari?
– Lei fa un gran brutto mestiere. Si dovrebbe vergognare.
Clic.

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Zambot 3: la luna di Tomino

Jacopo Nacci, 1 ottobre 2007

La famiglia Jin è approdata sulla Terra trecento anni fa in seguito alla distruzione del pianeta Biar da parte delle armate dei Gaizok. Ora i Gaizok attaccano la Terra. Kappei, Uchuta e Keiko sono tre giovanissimi Jin cresciuti per pilotare i tre moduli dello Zambot 3, il robot che difenderà la Terra dai Gaizok. Al di là dell’odio dei terrestri nei confronti dei Jin, ritenuti a torto causa dell’invasione (che peraltro è un motivo già presente in Kyashan), il canovaccio di Zambot 3 (Yoshiyuki Tomino, 1977) è a prima vista privo di qualunque originalità; le animazioni sono faticose, i disegni spartani; il mondo di Zambot è rudimentale, fatto di mare aperto o montagne rocciose. Un elemento particolarmente fastidioso poi è la rappresentazione dei Gaizok: il luogotenente Butcher entra sempre in scena con una risatina mefistofelica; le buffonate nella nave nemica sono patetiche, talvolta imbarazzanti.
Eppure a metà serie, all’improvviso, mentre stai per addormentarti, ecco che i Gaizok si travestono da protezione civile e cominciano a radunare profughi terrestri in campi di accoglienza fasulli. In questi campi i Gaizok operano i profughi installando nel loro corpo bombe a orologeria; dopodiché cancellano loro la memoria e li liberano. L’unico segno che distingue le bombe umane è una piccola stella viola sulla schiena, dove il diretto interessato non può vederla.
Tomino non si limita a raccontare questa storia, né a mostrare individui che all’improvviso esplodono. Entra nella vita dei personaggi e mette in scena la disperazione.

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