Archivio di novembre 2007

Dischi d’autunno: Relentless

Jacopo Nacci, 26 novembre 2007

Relentless è probabilmente l’album più sconosciuto dei Pet Shop Boys, sempre che di album si possa parlare, dato che Relentless consta di soli sei pezzi e uscì in edizione limitata abbracciato a Very (1993). Tuttavia, dell’album Relentless ha la compattezza, il concetto che lega assieme i pezzi. Registrato durante le sessioni di Very, Relentless è un tuffo in quell’abisso di suoni di cui i brani più conosciuti dei Pet Shop Boys rappresentano la superficie. Metterlo vicino a Very è un buon esercizio. Diletto ancor maggiore si trae dedicandosi al disco in sé.
Sarebbe fuorviante pensare a Relentless come a una semplice registrazione di sperimentazioni relative a un dato momento nella storia del gruppo: l’album è di un’urgenza che non lascia spazio a dubbi: questo disco andava fatto.
Un’accurata, breve summa della musica elettronica: “KDX 125” sfreccia attraverso gli Underworld, i Depeche, i Kraftwerk. Eppure ogni singolo suono nasce all’interno di un modo di sentire il mondo che è irriducibilmente Pet Shop Boys. Si ascolti, sentimento e maestria, “Forever in love”: si noti nel finale lo stacco di un campione vocale messo nel punto estaticamente esatto. Piccole trance quotidiane si spalancano all’improvviso su teatri d’epica e di dramma. “The man who has everything” è un magone su sequencer, inchioda il cuore al beat per farti piangere quando arrivano i campioni.


Last from Mars

Jacopo Nacci, 20 novembre 2007

– Buongiorno, chiamo dalla Brìllar. Posso parlare col titolare?
– Mi avete già chiamato ieri.
– Oh, mi scusi, deve esserci un doppione nel database.
– Chi è il doppione?
– Nel senso: nel database ci sono due nominativi riferiti a lei.
– Chi ha il mio nominativo?
– No, vede: non è che qualcun altro ha il suo nominativo; è lei che ne ha due.
– Quindi sono io il doppione?
– Non volevo dire questo, v…
– E di chi sarei il doppione io?
– Di lei stesso.
– Allora toglietemi.
– Quale dei due?
– Quello più antipatico. Com’ero ieri?

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Personal Shiva

Jacopo Nacci, 19 novembre 2007

Che io mi sia lavato i denti con la pomata per l’ematoma è un trascurabile accidente. La maggiore rilevanza ora l’assume la domanda se spalmarmi il dentifricio sulla mora sarebbe perseguire l’ordine o il disordine.

Come sono diventata

Jacopo Nacci, 8 novembre 2007

Ti sei mai chiesto perché ciò che la gente come me ha imparato da voi si limiti solo a come imprigionarsi e uccidersi a vicenda, come governare malamente e come prendere le ricchezze del nostro paese e depositarle sui conti svizzeri? Ti sei mai chiesto perché ciò che abbiamo imparato da voi si limiti solo a come corrompere la nostra società e a come diventare dei tiranni? Dovrai ammettere che è soprattutto colpa vostra. Lascia che ti dica che impressione ci avete fatto. Voi siete arrivati. Vi siete presi cose che non erano vostre e non avete nemmeno chiesto il permesso, tanto per salvare le apparenze. Avreste potuto dire: «Posso prenderlo, per favore?» e, anche se sarebbe risultato subito chiaro a tutti che un sì o un no non avrebbe cambiato nulla, ci avreste fatto una figura di gran lunga migliore. Credimi, avrebbe avuto ripercussioni importanti. Avrei dovuto almeno ammettere che eravate educati. Avete ucciso la gente. Avete imprigionato la gente. Avete derubato la gente. Avete aperto le vostre banche e ci avete messo dentro i nostri soldi. I conti erano a vostro nome. Le banche erano a vostro nome.

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Un posto piccolo

Jacopo Nacci, 7 novembre 2007

In un posto piccolo la gente coltiva piccoli avvenimenti. Il piccolo avvenimento viene isolato, ingrandito, rimuginato e infine assorbito dal quotidiano, sicché in ogni momento gli abitanti del posto possono ritrovarselo sulla punta della lingua. Per chi abita in un posto piccolo ogni avvenimento è un avvenimento domestico; la gente di un posto piccolo non riesce a vedersi in un contesto più grande, non riesce a vedersi come l’anello di una catena di qualcosa, qualsiasi cosa. La gente di un posto piccolo vede l’avvenimento in lontananza che le punta direttamente contro e dice: «Ecco che quella cosa mi punta contro». La gente di un posto piccolo, poi, vive l’avvenimento come se ce l’avesse appollaiato in testa, sulle spalle, e si sente schiacciata da quell’enorme fardello, così che non riesce a respirare come si deve e non riesce a pensare come si deve e dice: «Quella cosa che prima stava solo venendo verso di me adesso ce l’ho proprio sopra», e vivono così, finché assorbono l’avvenimento ed esso entra a far parte della loro vita, diventa una parte di ciò che sono veramente, completandoli, finché non sopraggiunge un altro avvenimento e il processo ricomincia.

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