Archivio di gennaio 2008

Don't believe the hype

Jacopo Nacci, 31 gennaio 2008

Recensioni, recensioni,
recensioni.
Così fitte di
condizione smarrita e
radicale alterità.
Fate andar del tutto fuori
ciò che solo sta a metà.

Tempo

Jacopo Nacci, 29 gennaio 2008

Non chiederei mai indietro
il tempo
dell’errore, dell’attesa,
dell’asmatica ripresa
nel dopo della sbornia,
della via presa sbagliata,
concreta o figurata.

Il tempo che ho sprecato
non è oggetto di pretesa.

Ma diobòno il tempo
dei ritardi ferroviari,
delle connessioni lente e
degli windows da rifare,
quello, cazzo, è rapinato.

Nella condizione irrevocabile

Jacopo Nacci, 9 gennaio 2008

Il fatto che si possa decidere di recarsi e vivere nel futuro non significa che chiunque possa tornare indietro nel tempo ogni volta che lo desidera, quindi la mia massima aspirazione – svegliarmi ogni giorno alle cinque del mattino – non è assolutamente favorita dall’esistenza dei viaggi nel tempo. I viaggi nel tempo sono istituzionalmente regolamentati, forzatamente collettivi – dato che sarebbe un delirio organizzarne di individuali, e quindi non si può scegliere a piacere il momento in cui si torna – e tecnicamente macchinosi: ci sono due convogli al giorno, uno alle dieci del mattino e uno alle diciotto, tre nei giorni festivi, durante i quali è previsto un convoglio serale alle ventidue. È la prima volta che vengo nel futuro, però ti chiamo spesso, quasi due volte al giorno, anche perché dal passato tu non puoi chiamarmi per una qualche ragione che un paio di individui – dei quali una eri tu – hanno tentato di spiegarmi senza ottenere risultati. Intanto noi mangiamo e dormiamo qui nel college dove io sto curando un abstract sul lavoro di un’artista italiana contemporanea -contemporanea qui -, Marzia Beltrami, le cui opere – almeno quelle disponibili qui al museo del college – sono delle sfere trasparenti che contengono omini vestiti da Santa Klaus, tronizzati su stelle argentee dall’aspetto marino o in paesaggi di tecnologia superata, feticci di macchine a energia manuale; qui abbiamo tre sfere di diverse grandezze, due maggiori e una minore. La cosa interessante è che la persona che dovrà giudicare il mio elaborato è la stessa cui, in uno studio di legno di ciliegio, chiedo di mostrarmi come se ne scriva uno e che di fatto redige sul momento una metà di quello che io le dovrò presentare.

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Poi gliene diede un secondo

Jacopo Nacci, 4 gennaio 2008

Da Erano solo ragazzi in cammino, di Dave Eggers, traduzione di Giuseppe Strazzeri:

«Buongiorno!» disse mio padre sopra di me.
Il saluto con cui lo ricambiarono non fu amichevole. Alzai lo sguardo e vidi tre uomini, uno dei quali portava un fucile appeso a tracolla con un pezzo di corda bianca. Lo riconobbi. Era l’uomo che sorrideva presso il fuoco, quella sera. Quello che aveva chiesto a mio padre che cos’era il Cosa.
«Ci serve dello zucchero» disse il più piccolo dei tre. Non era armato ma chiaramente era il leader. Parlava soltanto lui.
«Ma certo» disse mio padre. «Quanto ve ne serve?»
«Tutto, zio. Tutto quello che hai in negozio.»
«Vi costerà un bel po’, amico mio.»
«Questo è tutto?»
L’uomo afferrò il sacco da venti sisal appoggiato in un angolo.
«È tutto quello che ho.»
«Bene, lo prendiamo.»
L’uomo piccolo prese il sacco sulle spalle e si girò come per andarsene. I suoi compagni erano già all’esterno del negozio.
«Aspetta» gli disse mio padre. «Forse non intendi pagare?»

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