Archivio di febbraio 2008

Andata e ritorno

Jacopo Nacci, 26 febbraio 2008

Ieri sera ero così stanco che mentre leggevo mi sono addormentato e mi sono ritrovato a parlare con uno in un sogno. Questo mi chiedeva delle cose, ma, mentre tentavo di rispondergli, spiegandogli che non connettevo perché ero stanco, mi sono addormentato.

Mettete in conto che devo ripassare dal tizio, prima.

Cthulhu

Jacopo Nacci, 21 febbraio 2008

Non ho letto il libro di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino. Lui è anche simpatico, mi piace come parla. Un po’ meno quello che ha detto stasera da Gad Lerner: Dio c’entra con la scienza perché il Logos è ciò che tiene insieme qui i miei atomi.
Vero. Falso.
Vero e falso perché se il Logos è ciò che permette agli atomi di stare insieme quando secondo le sue leggi devono stare insieme, allora è anche ciò che permette agli atomi di dividersi quando per le sue leggi devono dividersi. E il Logos darebbe ordine al nulla, nel suo essere nulla, se l’insieme delle cause avesse prodotto il nulla, esattamente come dà ordine alle cose, nel loro essere cose, nello spazio in cui sono. Il Logos garantisce l’ordine della realtà, non è una cosa. Il Logos permette all’eccedenza, alla possibilità, al caos che sta nel fondo oscuro, nell’altro lato della realtà, di prendere una forma determinata nel tempo e nello spazio, di essere di istante in istante secondo l’unica possibilità che la configurazione del mondo permette in un dato istante.
È un concetto (motivato) ontologico, non una sostanza o una tensione fisica.
Mancuso sta cercando di fare un errore radicale e ci sta riuscendo benissimo: far di Dio un ente: roba da peccatori, secondo Eckhart. Portare Dio in una parte della natura, farlo stare in qualche posto nella natura: roba da Lovecraft.

Che due palle, Orazio

Jacopo Nacci, 18 febbraio 2008

Spesso chi crede che la filosofia sia quella che insegnano pessimi professori di liceo abbandona ogni confronto dialettico di un certo spessore con la ritrita citazione “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante la tua filosofia ne possa sognare”. Fermo restando che 1. Shakespeare andrebbe anche letto oltre che citato; 2. della filosofia di Orazio risponde Orazio, e non l’interlocutore di turno; 3. un buon modo per distruggere scrittori anche interessanti come Shakespeare Wilde o Nietzsche è continuare a fare delle loro frasi slogan che alimentano la noia e infine la nausea; andrebbe spiegato di volta in volta al ripetitore d’aforismi – giusto per non rendersi complici della stagnazione – che il problema della filosofia non si pone tanto quando in cielo e in terra ci sono più cose che nella filosofia – eventualità serenamente considerata dal filosofare sui limiti della filosofia – bensì quando in cielo e in terra ci sono meno cose che nella filosofia. Il problema di avere nel mondo più cose di quante il proprio schemino ne consideri è un problema dell’ideologia, che ripudia la filosofia allorché questa potrebbe dimostrare che, appunto, ci sono più domande di quante l’ideologia ne possa tollerare.

Tu quoque Socrate

Jacopo Nacci, 15 febbraio 2008

Si veda il Critone. Socrate è in galera, condannato alla cicuta. Critone vuole aiutarlo a fuggire, altrimenti gli Ateniesi lo considereranno un traditore degli amici. Socrate gli dice: ma ti rendi conto che non dovresti vergognarti di quello che pensa la gente di te, se ha torto? Ti rendi conto che dovresti vergognarti di vergognarti di una cosa come questa? Io non fuggo: ho stretto un patto con le leggi di Atene, ho scelto io di abitare qui, di sottostare alle leggi e di rischiare. Ora mi prendo le mie responsabilità. Non riesco a fare altrimenti: questa roba mi incatena come i ritmi dei coribanti.

L’interlocutore socratico, in genere, si vergogna solo di ciò che è sanzionato con il biasimo da parte della comunità, cioè si vergogna dei contenuti del suo pensiero e delle sue azioni, non della forma del suo ragionare. E si vergogna dei suoi pensieri biasimevoli solo se sono espressi o intuiti, e delle sue azioni biasimevoli solo se qualcuno vi assiste: se Socrate non fuggisse, Critone, pur se riconoscesse dentro di sé la validità dei ragionamenti socratici, si vergognerebbe di fronte agli Ateniesi.
Diversamente Socrate controlla continuamente Socrate sul piano formale: ho stretto un patto, dovrò rispettarlo; non posso permettermi X, non stringerò un patto in cui mi impegno a fare X. A Socrate non sembra interessare il biasimo o la lode sui contenuti: a Socrate sembra interessare solo la correttezza deduttiva, di cui lui stesso si fa testimone. Stante quella, lui non ha problemi.

Fila tutto liscio, a quanto pare, nel Critone. Però c’è da far caso a come fila tutto liscio. In questo dialogo non ci sono solo Socrate, Critone e gli Ateniesi di Critone.
Prima di tutto Socrate fa comparire il fantasma dell’Esperto, che è l’unico, dice, di fronte al quale ci si deve vergognare: l’Esperto sa riconoscere il buono stato dell’anima; tradotto dal socratico: sa vedere la simmetria delle opinioni e delle azioni.
Ora, non è che questo Esperto che non si sa dove stia ne sappia più di Socrate, dato che Socrate quella correttezza deduttiva la sta effettivamente mettendo in pratica. Ugualmente Socrate chiama a testimone questo fantomatico Esperto ponendolo come una figura esterna, probabilmente intendendo il dio.
Dopodiché, parlando degli impegni che ha preso con le leggi di Atene, Socrate fa comparire le Leggi. Dice a Critone: pensa se io fossi lì lì per fuggire e in quel momento arrivassero le Leggi a biasimarmi per la mia incoerenza. Non avrebbero ragione di svergognarmi?
E poi, quando morirò e andrò nell’Ade, non arriveranno le Leggi dell’Ade a farmi i medesimi discorsi? Caro Critone, come vedi non può fare.

Personificazioni. Queste sono personificazioni.
Nemmeno Socrate è riuscito a farsi unico testimone di se stesso. Nemmeno lui è riuscito a fare a meno dell’idea di uno sguardo esterno che vedesse la sua coerenza.

Iodio

Jacopo Nacci, 13 febbraio 2008

Qualcosa di buono mi è stato accanto tutto il pomeriggio, iniettando in me il sospetto, quasi la certezza, che oltre il cortile, oltre il funk rumeno, oltre il lato opposto del palazzo, e magari dopo altri tre metri, San Salvario finisse. Che cominciassero viali alberati, aria tersa e colma di salsedine, ville di persiane colorate e infissi lavorati, sabbia fina che si alza con la brezza.
Poi son dovuto andare a fare la spesa.
Non va.
Qualsiasi cosa tu sia, grazie davvero.
Ma non sei casa mia.


i and i

I and I


Pensare a voce troppo alta

Jacopo Nacci, 9 febbraio 2008

Il pensiero più innovativo si fa strada nelle scuole? È circondato da un clima di riconoscimento generale? Raggiunge l’orecchio interno, anche se il processo uditivo è spesso ostinatamente lento e carico di volgarizzazione? O invece il pensiero autentico e la sua valutazione ricettiva sono impediti, perfino distrutti (Socrate nella città dell’uomo, la teoria dell’evoluzione tra i fondamentalisti), da un rifiuto a pensare di stampo politico, dogmatico e ideologico? Quale meccanismo sordido, ma comprensibile, di panico atavico, di invidia subconscia alimenta la «rivolta delle masse» e, oggi, la brutalità filistea dei media che hanno reso derisoria la stessa denominazione di «intellettuale»? La verità, insegnava il Baal-Shem Tov, è in esilio perpetuo. Forse deve esserlo. Laddove diventa troppo visibile, dove non può rifugiarsi dietro la specializzazione e la crittografia ermetica, la passione intellettuale e le sue manifestazioni provocano odio e derisione (questi impulsi si intrecciano con la storia dell’antisemitismo; gli ebrei hanno sempre pensato a voce troppo alta).

George Steiner, Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero

L’aria generale

Jacopo Nacci, 6 febbraio 2008

Questi attacchi alla tradizione razionalista occidentale sono particolari sotto molto aspetti. Innanzitutto, il movimento in questione è in gran parte limitato a diverse discipline umanistiche, come anche ad alcuni dipartimenti di scienze sociali e a determinate scuole di giurisprudenza. La componente antirazionalista della scena attuale ha avuto – finora – una scarsa influenza nella filosofia, nelle scienze naturali, nell’economia, nell’ingegneria o nella matematica. Benché alcuni dei suoi eroi siano filosofi, essa ha avuto scarsa influenza nei dipartimenti di filosofia americana. Si potrebbe pensare che, poiché gli argomenti in gioco sono profondamente di natura filosofica, il dibattito sul curriculum, legato al desiderio di rovesciare la tradizione razionalista occidentale, debba imperversare nei dipartimenti di filosofia. Ma, per lo meno nelle principali università di ricerca americane, non è così. I filosofi accademici trascorrono molto tempo affannandosi attorno ai confini della tradizione razionalista occidentale. Sono ossessionati da domande del tipo: “Qual è l’analisi corretta della verità?”, “Come fanno le parole a riferirsi a oggetti del mondo?” e “Le entità inosservabili postulate dalle teorie scientifiche  esistono davvero?”. Come il resto di noi, tendono a dar per scontato il fulcro della tradizione razionalista occidentale persino quando stanno dibattendo sulla verità, il riferimento o la filosofia della scienza. I filosofi che rigettano esplicitamente la tradizione razionalista occidentale, come Rorty o Derrida, hanno molta più influenza nei dipartimenti di letteratura di quanto non ne abbiano in quelli di filosofia.
Un secondo aspetto, per certi versi più sconcertante, è che è molto difficile trovare argomentazioni chiare, rigorose ed esplicite contro gli elementi fondamentali della tradizione razionalista occidentale. Di fatto, non è tanto sconcertante se si considera che parte di ciò che viene attaccato è l’intera idea di «argomentazioni chiare, rigorose ed esplicite».
[…]
A volte le “argomentazioni” si presentano più come slogan e gridi di battaglia. Ma l’aria generale di frivolezza vagamente letteraria che pervade la sinistra nietzscheanizzata non viene considerata un difetto. Molti di loro pensano che questo sia il modo in cui si suppone debba condursi la vita intellettuale.

John Searle, Occidente e multiculturalismo

Esegesi difficile

Jacopo Nacci, 4 febbraio 2008

Ma cosa sono i mostri? Andiamo all’origine dei mostri – fa la Marcuzzi, in uno studio buio, con un cono di luce che la illumina solo parzialmente, e una sola immagine in alto a sinistra di chi guarda, proiettata sul muro: è l’immagine di Che Guevara, quella classica di Alberto Korda. Ma ha delle striature in volto, come una tigre, e un muso felino: ecco, assomiglia all’Uomo Tigre. In quel momento la Marcuzzi fa un passo avanti ed entra completamente nel cono di luce: anche lei ha il volto striato e felino.

Sono nel bagno di casa dei miei. Il bagno ha una finestra piccola e alta che da sul giardino, se non ci si sporge si può vedere solo il cancello del giardino che sta in fondo al giardino, e che si affaccia su una via piccola e corta, che a sua volta, se si gira a destra, sfocia sullo stradone. Sento qualche strepitìo, delle grida di gente che urla per far casino, rumori. Vedo un gatto che assomiglia in tutto e per tutto al mio gatto – che non esce mai dal giardino, perché lo stradone è pericoloso – svicolare correndo dal buco accanto al cancello e prendere la via piccola e corta verso destra.
-Se qualcuno tocca quel gatto- urlo -gli faccio il culo!
(si sente una specie di “eeeh…”, come a dire “violento”: è un rumore di fondo, come un commento dalla regia)
Spero che il mio gatto torni, sono quasi certo che tornerà e non si avvicinerà allo stradone, ma non ne sono del tutto convinto.
(si sente una specie di “ma il tuo gatto è lì”, come un commento dalla regia)
Mi aggrappo alla finestra e mi isso per guardare in basso, sotto di me, nel giardino. Accanto a un alberello che nasce da un quadrato di terra aperto nel cemento vedo steso e gaudente un gatto che effettivamente sembra il mio, ma meno di quello di prima. È grigio e bianco, ma le striature marroncine – perché comunque a starci attenti ce le ha – appaiono più pronunciate. Una vecchia, curva e imbacuccata nel fazzoletto, cammina nel mio giardino, gli cammina accanto, forse senza vederlo, gli cammina quasi sul pelo sporgente. Lui non fa una piega.

Di fronte a una platea seduta su sedie bianche come di un cinema o di un teatro tutto bianco e illuminato dalla luce che entra da grandi finestre, da un grande palco bianco e illuminato dalla luce che entra dalle grandi finestre, la Marcuzzi parla dell’impegno di Alberico Penna. Alberico Penna, dice, era un comunista, un sindacalista, impegnato sempre nelle sue idee, un uomo di politica, d’azione. Eppure, a un certo punto della sua vita, Alberico Penna si è ritirato dall’ideologia, ha messo in discussione la moralità di qualunque ideologia: dell’ideologia in sé. E all’ideologia non è più tornato.
Un signore con gli occhialini in prima fila sposta l’ordine delle gambe accavallate e interrompendo la Marcuzzi dice con un forte accento del nord-est, accompagnato da gesti del braccio:
-Forse perché era quell’ideologia lì. Fosse stata un’altra, forse, non sarebbe successo.
Lo dice sorridendo, come chi dice “forse”, però è certo.

Mi sveglio lievemente allarmato.