Archivio di marzo 2008

The verde

Jacopo Nacci, 31 marzo 2008

Non avevamo davvero sogni. Potendo, avremmo lasciato tutto com’era: lo sapevamo, in fondo all’anima, che dopo la laurea sarebbe stato impossibile continuare a fingere d’essere adulti. E forse non possiamo lamentarci, ché l’abbiamo avuta anche noi, la nostra parte di vita.
Ricordo infatti la scrivania di ciliegio e la pioggia sui tetti rossi oltre la finestra. Ricordo la musica del piano e il calore dei termosifoni. Ricordo i libri della biblioteca e il giardino di via Frassinago in primavera.

La realtà non è schierata

Jacopo Nacci, 26 marzo 2008

In questo momento Hiroshi Matsumoto si è appena spostato come un naufrago che non sa nuotare dal letto al divano del suo monolocale alla periferia di Kita. Accartocciato sul divano nutre, per qualche minuto di un’alba grigia, l’onirica illusione che di lì a poco riuscirà a decidere forma, intreccio e finale della decina di file word che dormono il sonno dei mutilati terminali in una cartella senza nome sul desktop del suo computer, è convinto che li trasformerà definitivamente in sceneggiature. All’improvviso si scopre a imprecare contro l’incapacità della finestra del suo monolocale di offrirgli un vero panorama in luogo del ritaglio quadrato del grigio palazzo cresciuto a un metro e mezzo dal suo. A questa condizione di disagio sta per addossare ogni colpa dello scarso successo di ogni sua iniziativa, scarso successo del quale riprenderebbe quindi di qui a poco quotidiana coscienza se il cellulare non squillasse.

In questo momento Tetsuo Takara propone a Hiroshi Matsumoto un soggetto da sceneggiare. Hiroshi sa che Tetsuo Takara è figlio di Kaito Takara: da tempo Hiroshi accarezza l’idea di autoprodurre un documentario su Kaito Takara e le sue attività, consistenti principalmente nella rapida e inarrestabile trasformazione dei sobborghi di Kita in mucchi di scatole di cemento. Ne ha parlato con alcuni amici, e ci mette poco a intuire, mentre dice m al cellulare, che anche Tetsuo e suo padre ne sono stati messi al corrente. Kita non è poi così grande. Tetsuo gli propone di incontrarsi e discutere del progetto del film. Gli offre il pranzo in una rosticceria bianca, nuova e dall’aria di trasloco in ogni momento possibile, al piano terra di un palazzo anonimo, circondata da locali semivuoti: vetri sporchi e pochi scatoloni appoggiati ai muri. Hiroshi ha gli occhi falsamente sbarrati di chi non li ha chiusi e una coperta di sonno sul cervello. Si trattiene, con grande sforzo, dall’accusare il suo interlocutore di falsità. Vedi mai che.
 
In questo momento Hiroshi Matsumoto lavora al soggetto del film, pur sospettando che Tetsuo lo abbia coinvolto solo per dissuaderlo dal pestare i piedi a suo padre. In qualche modo, che Tetsuo possa aver pensato che ci sia anche la minima possibilità che, senza il suo oculato intervento, Hiroshi porti a termine quel progetto è un’idea che lusinga Hiroshi, il quale abbandona tutto il resto e lavora alla sceneggiatura. In due mesi la conclude.

In questo momento Tetsuo ha chiamato Hiroshi e lo ha invitato a pranzo nella solita rosticceria. Vuole che Hiroshi gli elenchi tutte le idee che gli son venute per la sceneggiatura e dà l’impressione di ascoltare con molta attenzione, approvando tutte le intenzioni e sottolineando convinto i nodi forti della sceneggiatura. Dice che è buona. Hiroshi dice . Guarda i negozi scomparsi attorno a loro. Alla fine del pasto Tetsuo Takara guarda l’orologio a lancette che porta al polso e dice che deve andare e che certamente si terranno in contatto.

In questo momento Hiroshi cammina verso la casa dei suoi genitori, lungo la via dove è cresciuto e dalla quale i negozi sono scomparsi. Si ferma di fronte al vetro sporco di un locale bianco e abbandonato: al centro della stanza la scatola rossa di un cordless mostra in foto il suo contenuto, urlando in ideogrammi l’incredibile convenienza dell’acquisto, undici anni fa. Hiroshi pensa che la realtà non è schierata. È vero che Takara lo ha contattato solo per scoraggiarlo dal denunciare suo padre; ed è vero che la sceneggiatura è buona. È altresì vero, pensa, che domani e i giorni successivi si sposterà dal letto al divano come un naufrago che non sa nuotare, maledirà se stesso senza che nulla possa distoglierlo dalla sua paralisi rabbiosa e attenderà pur sapendo che non ci sarà, come avesse un virus nel cervello, una chiamata di Tetsuo Takara. Guarda la scatola del cordless e prova invidia per chi conosce il tempo.

Il dubbio atroce dell'anarchico

Jacopo Nacci, 24 marzo 2008

Mi sono capitati per le mani due libri appena usciti: due romanzi, di due autori nuovi per due case editrici diverse. Di un autore la casa editrice pubblica la foto in terza di copertina. E la pubblica anche a pagina 4: tutta pagina 4. Autore carino, aria scazzata, vagamente persa. Leggi le note autobiografiche e scopri che ha trent’anni ed è musicista. Leggi il romanzo e trovi frasi come “allora gli accadde la cosa più assurda di tutta la sua vita”.
L’altro romanzo, consigliatomi da più parti, è di uno sceneggiatore televisivo di affermato successo, ed è pubblicato da una casa editrice che si occupa di cinema e di corsi di scrittura. Una casa editrice trasversale. Il risultato è il romanzo che ho in mano: una lingua non irragionevole ma appiattita su una forma da script, punteggiatura completamente sballata e – orrore – un recidivo doppio punto esclamativo.

Vai in libreria, butti un occhio sul banco delle novità e quando prendi in mano qualcosa hai paura di leggere la biografia: copywriter quando va bene; impiegati mediaset, musicisti, scultori quando va male. Bene o male, si pensa a lettori ai quali di leggere un romanzo non è mai fregato nulla. Tanto tutto – musica, direzione artistica, narrativa, poesia, teatro – è la stessa cosa: così ho letto sul sito di un tuttofare, un grumo di accenti assenti e discordanze di genere tenuto insieme dagli elastici dell’ideologia.

Il venir meno della forma letteraria nell’inseguimento della forma estranea, spesso televisiva – o anzi nella riproposizione della forma estranea, spesso televisiva, dato che vien da pensare che l’autore produca ciò che rumina –, non è argomento inedito. Inedita forse è la quantità di materiale riversato sul mercato editoriale in questo momento, e quindi la quantità di danaro che le case editrici decidono di investire in testi non-proprio-letterari (a.k.a. quantità di danaro che decidono di non investire in testi proprio-letterari).

Il dubbio atroce dell’anarchico rimane sempre quello: il prezzo della libertà è un livellamento verso il basso? è la fine della critica e della mediazione?

 

Post scriptum
Penso al prossimo vudéi del signor Grillo e alla proposta di abolire i fondi statali alla stampa – anche se quelle di Grillo non hanno quasi mai l’aspetto di proposte, bensì di mattanze al machete. Penso al pubblico di italia uno che decreta la sopravvivenza di qualcuno e la scomparsa di qualcun altro, ma senza che gli vengano forniti gli strumenti per abbracciare un orizzonte più vasto. Penso che poi in fondo è giusto. Davvero. Solo che fa schifo.

Negozi

Jacopo Nacci, 19 marzo 2008

J: – Oh.
X: – Oh! Ciao!
J: – Ciao. Come stai?
X: – Diobò è un tot… Bene, tu?
J: – Non c’è male. Che fai?
X: – Guarda son venuto a fare una pausa caffè, dieci minuti per riposarmi. Fortuna che vado via per Pasqua…
J: – Ah, e dove vai?
X: – A Sharm. Sei stato?
J: – Mai.
X: – Eh, io ci son stato a Natale. Bello, eh! Però…
J: – Però?
X: – Eh, però l’Italia… come l’Italia, guarda, non c’è niente.
J: – Fortuna!
X: – Eh già! fortuna per noi, no?
J: – Eh… ssì!
X: – Cioè capito? Sì, bella Sharm. Però l’Italia… Cioè: i negozi che abbiamo in Italia… Capito? Là non ci sono.
J: – Aaah…
X: – Guarda, fidati: come l’Italia non c’è niente.
J: – Ti giuro…

Bologna-Pesaro ICplus Rossini

Jacopo Nacci, 18 marzo 2008

Mamma: – Hai deciso chi invitare per il tuo compleanno?
Figlio: – Sì, invito Norman… Loris… Denis… Antonio…
Mamma: – Ma chi è Antonio? Non sarà mica quello là che sembra mezzo scemo?
Figlio: – Uffa. Non è mezzo scemo. È napoletano.

Save the irraggiungibile: save the world

Jacopo Nacci, 13 marzo 2008
paint it black 2

Paint it black 2

Non posso lamentarmi, pure se le metafisiche vanno a pezzi tra le mani. Non ho sentimenti cosmici di pessimismo interstellare da postare. Non ho dèi da bestemmiare per errori di creazione. Però non ho la colazione, perché mi va di traverso, e la moka non funziona neanche bene. Ho da correre ogni giorno tra un bastone e un relatore e intanto ho un lavoro da aggiustare, ché così poi non va bene, non può fare. E fatico ogni nottata a prender sonno, e fatico anche a pensare a che cosa posso fare, dopo, domani, e temo ben dopodomani. È finita a quanto pare l’era dei vaneggiamenti. A giorni qua vaneggio solo perché non c’è più il pane. Devo stare dietro a tutti, e tutti nel frattempo vede bene di inculare. E non riesco neanche a dirti: dai, su, fammi sorridere. Perché io non ce la faccio, e non mi diverte affatto che il mio stato esistenziale abbia preso queste forme, che ai miei incubi di allora sia venuta questa idea di far gli anni assieme a me, maturare uguale uguale agli interessi dei strozzini, e in più con quella fotta tutta loro di farsi materiali: proprietà qualitativa. Profezia che si autoavvera? Dipartenza in auto nera. Chissà quando ho cambiato idea, sulla reincarnazione: quand’è che ho cominciato a non volerla. E non mi importa se non puoi più farci niente, non mi importa se i casini sono miei, se i cazzeggi sono miei, se le conseguenze poi alla fine resteranno tutte mie. Mi importa solo che hai capito. Sono io che non capisco, mo’, sono io che non capisco quando parli, non capisco ciò che dici, non ti seguo, nemmeno ad inventarti. Vedo bene che si muove la tua bocca, vedo bene che fai suoni articolati, ma non ne capisco il senso, e non posso farci niente, beibe, non ci posso fare niente, sono stanco di esser stanco e non trovo vie d’uscita. Il cliente che hai chiamato è al momento irraggiungibile.

Into McCandless

Jacopo Nacci, 12 marzo 2008

Tanto geniale quanto inattesa è la spietatezza di Into the wild, scopertosi, Sean Penn, crudele gigione.

La storia. Malgrado sia nato nel ’68, McCandless è un povero hippie: non reca sintomi della rivelazione punk e "ragiona" come uno che nel sessantotto c’aveva venticinque anni; brancola (vedi la foto) tra opposizioni concettuali borghesi, illusorie e stucchevoli, tipo naturale/innaturale e vero/sociale. Dopo aver affrontato il Padre Autoritario e lo Sbirro Repressivo, finalmente McCandless giunge nella Naturale e Vera Alaska. Naturalmente e da Vero Fricchettone, il libro sulle piante selvatiche lo ha letto in fretta e male. E così ne mangia una velenosa, e muore tristissimo perché si sente inutile e solo, e nemmeno l’orso lo considera. Sean Penn è un grande e io lo amo.

Appendice
Sublime l’effetto delle musiche: la favolosa colonna sonora di Eddie Vedder fa apparire tutto surreale. Che so: qualcosa tipo Shine On You Crazy Diamond mentre in controluce, sul sole che tramonta, al rallentatore, Banfi si prende a schiaffoni.

A Pàlados domani

Jacopo Nacci, 10 marzo 2008

a Camilo: in relazione all’adesione estetica

Stamattina, poco prima di svegliarmi, ho creduto di essere a casa, all’isola di Pàlados: io e Menone ci allenavamo al combattimento con i bastoni per una guerra ideale che mai verrebbe. Attorno a noi campi rossi, sassi gialli, mare verde fanno il mondo. E stanotte sono sveglio e sono qua, il comando nel pugno, e non mi è del tutto chiaro ciò che realizzo: perché obbedisca al sanguinoso compito, le implicazioni di pensiero, e che l’assemblea segreta abbia scelto me per portare a termine la missione che nasconde dalla faccia della democrazia le pustole determinate dalle sue radici insane. La strage sarà strage, la paura di stragi future farà il resto. La democrazia fu inarginabile. Da re ho scelto: ponendomi al servizio. Credo forse di intenderlo atto degno e contraddizione: dignità, nel profondo antidemocratica, è porsi al servizio dello stato. Concedermi ora un timore per l’ambiguo mio possibile, ora, pollice al pulsante, altrui vita in mano, nascosto e pronto in quest’angolo d’ombra, non riesco a farlo, perché più prossima contraddizione, e tutta democratica, è uccidere chi devìa dalla strada della legge, e uccidere per spaventare tutti coloro che ci fanno un pensiero. Sono preso nel presente. Viene dunque l’ora di attivare questo ordigno che nel sottopasso trama, sotto al parcheggio: macchiato sul corpo nudo, io, dubbio pensante, vestito di buio come la grotta, li faccio saltare tutti per aria. Il lampo sbiancherà il loro sguardo – li vedo! – improvvisa una fiamma li avvilupperà, le parti dei corpi si scontreranno tra loro e con ogni cosa deformata, e forse capiranno: la comprensione è eternamente vera anche dopo che è finita. Ma l’assemblea non è interessata alla comprensione loro – che è mio trabiccolo mentale – bensì a un’imperitura comprensione popolare. Io sarò da domani un ostacolo, ma nulla è dipeso da me: mi avrebbero ucciso se non avessi accettato, e dato che ho accettato mi uccideranno. Mi domando se, morto per morto, anche dando al giusto un peso instabile, sia stata la scelta più giusta: lacerare i corpi avvinghiati. Avrei potuto forse obiettare, e morire senza tema di costoro sui muscoli del collo. Ma la fortuna è che io, se sia più giusta l’una o l’altra cosa, non l’ho compreso, e posso morire in pace, e stare fermo e certo, eterodosso rispetto ai plebei credi, che non verrò mai in contatto con l’eterno e invece svanirò nel nulla: nei grani, materia eternamente. Li ho visti prima, io, nelle relazioni loro: li ho scrutati perché lo dovevo a loro e a me: solo il vigliacco di sé non accetta di guardare ciò cui toglie via la vita. Schifosi li ho trovati. Ma ho anche visto che, fossero stati nobili, sarebbe stato giustificato questo loro atto e quelli simili. Essendo invece loro popolani liberi, nel loro accoppiarsi come le peggiori tra le scimmie essi sbagliano, e certa è la morte che proviene dalla legge. Li uccido come bestie, e sono a Pàlados domani.