Archivio di aprile 2008

Aprile (2008)

Jacopo Nacci, 28 aprile 2008

-È che i grillini sono fascisti.
-Anche Berlusconi è fascista.
-Più la Lega.
-No, direi che Berlusconi è fascista.
-Più Grillo.
-Più la Lega.

-È che non c’è più coscienza di classe, e non si forma più, la classe.
-No, anzi: si parla troppo degli omosessuali.
-Sì, Veltroni è riuscito nel capolavoro di annientare la sinistra.
-Esatto: Bertinotti è riuscito nel capolavoro di annientare la sinistra.

-Bisogna aprirsi al popolo. Capire. No, non capire: comprendere.
-Ma non esiste più il popolo: c’è solo la piccola borghesia.
-Bisogna aprirsi alla piccola borghesia?
-Boh? E non siamo noi piccola borghesia?
-Così scolarizzata? Possibile?

-Ma siamo davvero così scolarizzati, poi, o è solo un innesto su una base piccolo borghese che comunque determina il risultato? Non saremo solo scolarizzati?
-Nel qual caso all’intellettuale non si può far colpa d’aver abdicato alla propria funzione, giacché non è intellettuale bensì piccolo borghese.

-Io credo che il fascismo sia un’assenza di sentire che lascia via libera a una strumentalizzazione di ogni soggetto singolare e irripetibile, di ogni soggetto che ha un valore: il fascismo manipola perché non avverte il valore.
-No, io credo che anzi il fascismo faccia della singolarità un diritto a esorbitare dalla legge. Credo che il fascismo sia piuttosto l’assenza di logica, di linguaggio e quindi di giustizia giusta, uguale per tutti.
-Ma noi chi siamo? Dove siamo, e perché siamo lì? E cosa vogliamo, noi?

Dogma

Jacopo Nacci, 22 aprile 2008

-Ok.
-Eh?
-Ok. Clicca Ok. No, no… cos..
-Che c’è?
-Hai chiuso la finestra cliccando Cancel!
-Tanto non avevo cambiato alcun parametro…
-Sì, ma digli sempre Ok, non dirgli mai Cancel.
-…
-Cancel… chi sa? Cancella qualcosa… tutto.
-Ah.
-Mai Cancel.
-Mai.

Verso il muro

Jacopo Nacci, 15 aprile 2008

Mi sveglio: sto male, mi fa male il cuore come quella volta a natale.
Sono scivolato verso il fondo del letto e tu non sei di fianco a me: sei di traverso e in alto, sulla linea dei cuscini, e dormi con il volto verso il muro.
Hai la pelle scura e i capelli ricci, come quando siamo tornati da San Petronio d’estate.
– Non dormire, resta sveglia, ti prego, – ti dico, – ho paura di morire.
– Non sto dormendo, sono sveglia, sono qui vicino a te, stai tranquillo – dice la tua nuca immobile.
– Non è vero: tu dormi voltata dall’altra parte.
– No, sei tu che stai sognando che io dorma voltata dall’altra parte – fa la tua nuca.

Sento una fitta al petto e scatto a sedere, sveglio. Accanto al letto, dalla tua parte, vedo il mucchio scuro dei tuoi vestiti buttati sul pavimento: fa paura.

Mi volto verso di te: stai dormendo, voltata verso il muro.
Mi sveglio.

Son solo.

Peggio di un nemico

Jacopo Nacci, 9 aprile 2008

«Io il meccanico non lo faccio», dice Diego, troncando il discorso. È più arrabbiato adesso di quanto lo sia stato per tutto il giorno. È arrabbiato perché non capisce, che non è come essere arrabbiati per qualcosa che non ti piace. Che senso ha fare un gesto del genere, rovinarti il compleanno e poi ripararti la moto? È un modo per chiedere scusa? È un modo per dire: sarò sempre più bravo di te? Un padre è peggio di un nemico, pensa. Non puoi combatterlo ad armi pari. Non puoi scappare e nemmeno ignorarlo, perché ti segue dovunque vai. E alla fine, anche quando sarà stanco e ferito, ti mancherà sempre il coraggio di dargli il colpo di grazia. Diego immagina la vita degli adulti complicata come le automobili moderne: troppa plastica, troppa elettronica, e tutta quella potenza affidata a un sistema così delicato. Basta uno scherzo dell’impianto elettrico e ti ritrovi schiantato contro un muro senza nemmeno accorgerti che qualcosa non va. Lui ha sempre pensato alla sua, di vita, come alla meccanica elementare e perfetta del motore a due tempi: il cilindro che si riempie di miscela, la miscela compressa che esplode, i gas di scarico che lasciano il cilindro vuoto. Se c’è qualcosa da imparare, dopo questa giornata, è che la vita non sarà più così. Mai più.

Paolo Cognetti, Una cosa piccola che sta per esplodere

Lucidità 3

Jacopo Nacci, 8 aprile 2008

Esco dalla fotocomposizione, chiudo la porta di vetro e dietro di essa vedo la tipa della fotocomposizione che mi fa ampi gesti. Perché, mi domando, la tipa mi sta facendo ampi gesti?
Seguo i gesti e vedo, oltre il vetro della porta, una borsa nera appoggiata alla parete della fotocomposizione. Perché mi indica quella borsa nera, identica alla mia borsa nera, al di là della porta?
È la mia borsa. Riapro la porta. Ringrazio la tipa. Riprendo la borsa.
Vado alle poste, devo fare una raccomandata. Prendo il numero per lo sportello. Mi metto al trespolo dei moduli e incredibilmente c’è il modulo per una raccomandata (non c’è mai). Al trespolo siamo io e un tizio intento a compilare i suoi moduli. Compilo il modulo e proprio quando ho finito il tizio mi fa:
– Ma quello era il mio modulo!
– Oh, mi scusi, pensavo fosse qui.
Era qui: infatti era il mio modulo.
– Volevo dire: pensavo fosse già qui, offerto all’utente delle poste.
– No, era mio; ovvero: lo avevo richiesto affinché lo divenisse.
– Mi scusi ancora, gliene prendo un altro.
– No. Lasci stare.
Va via. È quasi ora che scatti il mio numero. Mentre aspetto guardo fuori oltre i vetri delle poste. C’è un piccione. Zampetta con l’aria imburnita, barcolla, non sembra del tutto sveglio. Mi somiglia: entrambi stiamo rimanendo da qualche parte dove non è il caso di rimanere.

Di fronte a lui

Jacopo Nacci, 4 aprile 2008

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Zion Train 2008 (ri-editing)

Jacopo Nacci, 1 aprile 2008

Pensa a una cosa che le accade prima di addormentarsi. Ci sono degli omini, degli automi. Fanno delle cose con gli arti e gli organi fonatori, fanno movimenti e suoni. In quel momento lei è l’occhio completamente estraneo che vede tutto questo obiettivamente, e questo è l’illecito assoluto, ovvero l’impossibile. E dunque, appena ne prende coscienza, la visione si dissolve.
Tiene il gomito nell’angolo del finestrino del treno. Sente sulla guancia la pelle rovinata del palmo della mano. Sente la punta del gomito vibrare con il treno. “Vado da Gabriele perché voglio vederlo”, si rigira nella mente questa frase. Le sembra fatta di parole senza contorni. Non afferrano le cose, come le ombre delle nuvole. Di notte scrive le sue lettere a Gabriele, scrive di come si sente, di cosa sente per lui. Al mattino rilegge le lettere prima di spedirle, e sono loro a dirle cosa prova. Quando se n’è accorta ha anche capito perché le lettere di Gabriele non le dicono nulla.
Sente sulla guancia la mano rovinata dal detersivo economico che usano nel ristorante dove lavora. Quando all’istituto pregava, le sue mani si univano ed erano lisce e morbide. Era come non sapere quale mano stesse toccando l’altra. “Ma di’ soltanto una parola e io sarò salvata”, solo questo ricorda. È sola nel vagone. Il colore del treno è della stessa pasta del sonno, fissa la campagna fuori, ed è come se in ogni istante si fosse appena voltata. Scava i piani del paesaggio, loro si allontanano. Il nome ‘campagna’ è esile, inconsistente, puro suono: stupido, strano nome. Parola. Oggi pensa che Gabriele è solo più abile a vivere nelle parole volanti, a saltare dall’ombra di una nuvola all’altra. Si fa notte e i campi spariscono prima che riesca ad aggrapparvisi.
L’esperimento la viene a trovare ogni giorno, da tanto tempo che non riesce nemmeno a ricordarsene. L’esperimento lo ha cominciato lei, crede. Ogni giorno lei lo ha provocato sperando in una determinata risposta, e ogni giorno lui ha restituito la risposta contraria, di giorno in giorno più chiara, più perentoria, più irrimediabile. L’esperimento non è più una sua volontà, è cresciuto fino a diventare enorme e contenerla: da tempo ha il sospetto che sia l’esperimento a provocare lei a provocarlo, lo fa per poterle dare ogni volta la risposta che lei non vuole e per non darle la risposta che lei spera di ottenere. L’esperimento si dispiega ormai istante per istante, senza che possa fermarlo. Oggi ha la certezza che è l’esperimento a sperimentare lei. Che è l’esperimento che ora le sta facendo cercare la campagna, per dimostrarle che la campagna non le dice nulla, che la sta portando da Gabriele, per renderle inequivocabile che Gabriele non è nessuno. Oggi è convinta che, una volta persa, la voce delle cose non può tornare; e che lei, una volta uscita, non può rientrare. Pensa che anche il treno è estraneo: anche se il treno e le cose corrono paralleli e non si toccano mai, pure essi appartengono allo stesso mondo.
La soluzione, pensa, è una parola semplice e pura, la più rara del mondo. Una parola della quale ognuno è dotato, ma che una volta perduta non si può diseppellire. Il treno si ferma. Sente salire un’acqua di alluminio nella bocca. Scende. Non c’è nessuno ad aspettarla. Esce dalla piccola stazione. Nella notte attraversa la città, palazzi ignoti. Pochi sconosciuti non la vedono e parlano di vite riuscite. Ma non ha più invidia, né vergogna. L’orizzonte buio oltre i palazzi si allarga al tempo dei suoi passi. Gli va incontro e lui diventa immenso. Ora la sabbia le appesantisce i piedi. Poi le piccole onde della riva le riempiono le scarpe. Cammina e non ha paura del gelo e del vestito che si gonfia. Pensa alle parole esatte del silenzio.