Archivio di maggio 2008

Nei giorni 2008 (ri-editing)

Jacopo Nacci, 26 maggio 2008

It’s yourz
The world in the palm of your hand
It’s yourz

Wu-Tang Clan

Era venuto fuori in autobus, alle sei e tre quarti del mattino, mentre andavamo a prendere il treno per Firenze.
Mi aveva domandato:
– Hai spento il fornello?
Lì per lì non avevo capito di cosa stesse parlando. Il fornello. Rimase sospeso in aria senza alcun significato.
– Ah –  dissi poi, – il fornello! Oddio, no. Cioè: non no: non mi ricordo.
– Come non ti ricordi.
Rimanemmo lì a guardarci, aggrappati ai tubi dell’autobus, nella luce blu del primo mattino.
– Prova a ricordarti: devi ricordarti.
– Oddio, non mi ricordo, veramente.
– Cavolo, –  ridacchiò lei – non l’hai chiuso.
– No, no. È solo che non mi ricordo. Vabbè. Non mi ricordo nemmeno di aver messo i pantaloni, ma non sono in mutande. Non preoccuparti, su.
Ma ero io quello preoccupato.

(altro…)

Kraftwerk Tapes

Jacopo Nacci, 22 maggio 2008

Per accertare ogni anno che molti di loro non fossero più in vita, li chiamavo ogni mattina cliccando sui numeri di un database estratto dall’elenco telefonico del ’96. Gli esercizi, le ditte, dico. Spesso – ex imprese casalinghe: uomini-ditta – rispondevano le vedove – vedove di uomini-ditta: esperienza nel rispondere al telefono – «no, non c’è Gaetano: è al campo santo», espressione tipicamente pesarese che segnala la tendenza ad attribuire primato al corpo nell’individuare la persona. Quando qualcuno rispondeva, sul monitor la faccia fatta di quadrati apriva la bocca come se stesse parlando, e sorrideva. Altre volte il computer componeva numeri scomparsi, numeri di cubi di cemento vivo gettati nei cerchi più esterni della città e della campagna, strisce di cerata appese a cancelli elettrici, cubotti privi di piastrelle, tirati su dove prima c’era un rigagnolo o un acquitrino – è una zona paludosa questa –: il segnale correva sulle colline, tra le falegnamerie a conduzione familiare, le serre, i camini e le galline, per trovare solamente i locali ormai deserti: contenitori abbandonati di vasche di dischetti da 3½, pezzi di mac classic o di ibm pre-Win98, vecchie stampanti a getto di inchiostro, basi orfane dei cordless. Allora il segnale mi tornava ansioso con un tu-tu-tu, e sul monitor la faccia fatta di quadrati aveva uno sguardo perso e malinconico. Ma c’erano anche i telefoni che attivavano altri telefoni: per il computer erano risposte, la faccia fatta di quadrati apriva la bocca felice, solo che al posto di una voce che diceva «pronto?» nella cuffia sentivo un altro telefono squillare diversamente dal primo: uno squillo allegro e vetero-elettronico: la traduzione che il primo telefono mi faceva della voce del secondo telefono: erano i telefoni che si attivavano da un ambiente all’altro cercando il loro padrone; immaginavo il loro rincorrersi in spazi vuoti e placidi, il raggio del sole che da una finestra quadrata illuminava scrivanie o telai o tecnigrafi o pialle bicombinate. “Attivo” segnavo in questi casi nel database. “Defunto” in tutti gli altri.

Anni '90

Jacopo Nacci, 15 maggio 2008

Cinque minuti dopo, stanno già vagando impazziti per le stradelle del triangolo Santa Croce-piazza Sant’Ambrogio-arco di San Pierino.
Sbucano in una piazzetta. Ci sono dei grossi conchini di cemento bianco, paiono meduse lucenti in un mare di notte e liquido amniotico. Il vocio della gente da un pub in fondo è una cascata d’acqua gialla e magenta, parte coerente del paesaggio.
“È FANTASTICO!” grida il Mella, e Iacopo vorrebbe affiancarsi a lui nel godimento di quelle meraviglie, ma c’è Mimmo che panica. Seduto su uno di quei conchini, strepita paranoie: “Perché facciamo sempre quello che dice Iacopo? Non ha senso! Decidiamo noi dove andare!”.
“Non è che ‘stiamo facendo quello che dico io’: è solo che io sono, diciamo, quello a cui questi trip hanno fatto meno effetto.”
“Quali trip?”
“Dai, quelli di Nikko…”
“Aspetta, ASPETTA. Ho capito. È un complotto.”
“Ma cosa dici!” fa Iacopo con una faccia serissima.
“Mimmo, davvero, ma che dici!” aggiunge Sandrone. Ma è come ripescare un forasacco nell’orecchio di un cane. Non importa quanto ti sforzi, lo spingi sempre più giù.
“Che dico? Che dico?” Mimmo si alza, l’occhio lustro, minaccioso, offeso: “Siete tutti d’accordo tra voi!”.
Il Mella s’allontana di tre passi o quattro, quello insiste:
“Anzi! No! Ora capisco! Sto morendo! Aaah! Siete dei dottori! Oddio!”.
“Ma dai! Sono Iacopo, c’è tuo fratello e il Mella, siamo a Firenze! Macché dottori!”
“Ah no-o? E allora, che cos’è tutto questo sangue?”
Il Mella alza gli occhi al cielo, poi cerca quelli di Iacopo. Non hanno bisogno di dirsi niente. Erano convinti che scene simili potessero esistere solo nei più biechi opuscoli antidroga.
Mentre già lo danno per perso, Sandrone, toccando corde che solo un fratello conosce, riacchiappa il forasacco. O forse è solo un momento di quiete nella bufera. O l’occhio del ciclone. Fatto sta che Mimmo si calma, si scusa addirittura, assume un’espressione del tutto normale: “Accidenti”, fa, “per fortuna mi è passata”.
Regna per un po’ una certa sobrietà sconnessa. Sandrone propone di andare a bere qualcosa: “Mi pare che qua dietro ci sia una via piena di locali”.


Vanni Santoni, Gli interessi in comune

Sabotage

Jacopo Nacci, 7 maggio 2008

Questo post era stato scritto in forma di dialogo, ovvero nella forma in cui sovente su questo blog vengono rappresentate le faccende che riguardano la logica e il linguaggio. Poi ho pensato che, essendo queste delle raccomandazioni al lettore che riguardano il modo di leggere i dialoghi (e i racconti in generale) ospitati su questo blog, è meglio che siano scritte in forma differente dal dialogo, onde limitare il pericolo che siano esse stesse oggetto della lettura scorretta di cui spesso sono oggetto i dialoghi, lettura scorretta che queste raccomandazioni al lettore vorrebbero appunto prevenire.

1. Il dialogo parla forse anche di te.
Se sei un conoscente dell’autore del dialogo e sei sicuro, malgrado le innumerevoli sbornie che ti concedi, che l’autore non abbia mai avuto con te una conversazione come quella che stai leggendo, non dedurne per ciò stesso che il dialogo non ti riguardi per nulla. Il più delle volte il dialogo denuncia una fallacia logica: non è attribuendo la possibilità di incorrere in quella fallacia logica esclusivamente al personaggio che la enuncia nel dialogo che da quella fallacia tu necessariamente sarai immune; né, peggio, leggeresti in modo corretto il dialogo stigmatizzando il personaggio non per la fallacia logica di cui è enunciatore ma semplicemente per quello che è (uno che non sei tu perché quella conversazione non l’hai mai avuta, o un interista mentre tu sei milanista o uno di destra mentre tu sei di sinistra o un interista mentre tu sei di sinistra e così via). Chiediti, in caso, quanto sia la fallacia a determinare il carattere, la maschera, il tipo del personaggio, a esserne la definizione (ad esempio: è interista perché chiamiamo “interista” uno che tifa così e così, oppure è di sinistra perché diciamo che è “di sinistra” uno che pensa cosà e cosà).

2. Il dialogo non parla di te.
Se sei un conoscente dell’autore del dialogo e il dialogo, mettiamo, parla di “linguaggio come malattia”, e, mettiamo, il dialogo è rappresentato mentre avviene al telefono, e tu hai avuto, mettiamo, una discussione al telefono con l’autore del dialogo incentrata su tutt’altro rispetto al contenuto del dialogo, non credere che il dialogo parli non di quello che c’è scritto nel dialogo e che invece parli di quello che non c’è scritto e di cui hai parlato con l’autore al telefono. Non crederlo, altrimenti fai come qualcuno che ultimamente è passato qua sopra e ha sentito solo “…knife…” come in Sabotage di Hitchcock ed è esploso lanciando accuse e/o maledizioni e/o commenti farneticanti che, almeno in un caso, ho provveduto a cancellare per fare un favore più al commentatore che al sottoscritto.

3. Il dialogo parla di te?
Se nel dialogo o in qualunque altro post ci si riferisce a personaggi di una qualche doppiezza tipo “quelli che hanno fatto x perché hanno ceduto alle pressioni” o “quelli che fanno finta di avere la coscienza a posto ma non ce l’hanno” e, senza che sia stato fatto il tuo nome o senza che qualcuno ti abbia preso a esempio come persona che si trovi in quelle condizioni, tu lamenti una presunta accusa che ti verrebbe mossa e/o inveisci senza argomentare all’indirizzo dell’estensore del post, sappi che in parecchi crederanno di poter riconoscere in te un soggetto che si trova nella condizione cui il post fa riferimento.

Naturalmente le tre raccomandazioni su esposte valgono anche per l’interpretazione delle tre raccomandazioni su esposte.

Bèbi Dai Di'

Jacopo Nacci, 5 maggio 2008

-P-paaa…
-Adesso, adesso ci arriviamo da papi. Guarda: dopo quell’angolo c’è papi.
-Paaa…
-Paaa-pi. Di’: “Paaa-pi”.
-Pa…
-Pi!
-Pa…
-Pi! Dai, di’: “Pa-pi”.
-Pa…
-Pi!
-…Papà!
-Certe volte fai piangere mami, sai?

L’ultimo ammicca

Jacopo Nacci, 1 maggio 2008

Da Così parlo Zarathustra, di Nietzsche:

“La terra allora sarà divenuta piccola, e su di lei andrà saltellando l’ultimo uomo, che renderà tutto piccino. La sua schiatta è indistruttibile come la pulce di terra; l’ultimo uomo è quello che vive più a lungo di tutti.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.
Hanno abbandonato le regioni dove era duro vivere: perché c’è bisogno di calore. Si ama ancora il prossimo e ci si strofina a lui: perché c’è bisogno di calore.
Ammalarsi e diffidare è per essi peccato: e si va avanti guardinghi. Pazzo chi ancora incespica sulle pietre o sugli uomini!
Ogni tanto un po’ di veleno: esso fa sognare gradevolmente. E alla fine molto veleno, per gradevolmente morire.
Si lavora ancora, poiché il lavoro è un modo di passare il tempo. Ma si cerca di fare in maniera che questo divertimento non danneggi.
Non si è più poveri o ricchi: entrambe le situazioni sono troppo impegnative. Chi vuole ancora dominare? Chi vuole ancora obbedire? L’una e l’altra cosa sono troppo impegnative.
Non un pastore e il suo gregge! Ognuno vuole la medesima cosa, ognuno è uguale; chi sente altrimenti, va diritto al manicomio.
In altri tempi tutti erano pazzi, dicono i più raffinati e ammiccano.
Si è saggi e si sa tutto ciò che è accaduto: così non si finisce mai di sorridere. C’è ancora chi s’arrabbia; ma ci si rappacifica presto per non sciuparsi lo stomaco.
Si possiede la piccola gioiuzza per il giorno e il piccolo piaceruzzo per la notte: ma si rispetta la salute.
Abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano.”