Archivio di novembre 2008

Maius quam cogitare potest – Seconda meditazione in novembre

Jacopo Nacci, 6 novembre 2008

L’assenso

Il punto è l’assenso, quello è lo scambio dei binari: quando la chiamata incontra l’assenso noi non smettiamo di esercitare le funzioni dell’anima, le funzioni che ci vogliono potenti, pensanti, desideranti: le esercitiamo illuminati dallo spirito. Questa poesia di Mandela Marianne Williamson, Our Deepest Fear, potrebbe far pensare il contrario, e cioè che ci si debba accettare sul puro piano dell’anima:

La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.

E’ la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: "Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?"
In realtà chi sei tu per NON esserlo?

Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicchè gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

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Maius quam cogitare potest – Prima meditazione in novembre

Jacopo Nacci, 4 novembre 2008

La disposizione

Abbandonare l’affannosa ricerca di quel volere-illuminare schellinghiano che discende nel desiderio oscuro tentando di illuminarlo – tanto che verrebbe da chiedersi quale delle due parti è quella realmente aggressiva e cannibale – non è sufficiente a trovare un nuovo modo di relazionarsi alla vita, ma è necessario affinché si sia pronti ad accogliere lo spirito, come, dice Schelling, qualcosa che innalza la volontà anche rispetto a se stessa come mero desiderio: è necessario dunque affidarsi, imparare ad affidarsi, sapersi affidare, fidarsi della propria speranza e del fatto che, se anche in quel momento non possiamo percepirlo, il mondo è bello. Dice: che certezza ho che se io mi fido poi lo spirito soffi? Nessuna, infatti devi imparare a fidarti. Ma – insieme – restano vere le parole di Deda: “Dovemmo perderci per ritrovarci, e poi fidarci, perché c’era la stessa luce ad aspettarci”. Come avviene la ricezione? Attraverso una disposizione, dunque: il fidarsi. Che dipende da noi, dalle facoltà che già abbiamo, non da quelle che ancora non abbiamo.

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