Archivio di maggio 2009

Be aggressive

Jacopo Nacci, 20 maggio 2009

Questa recensione è apparsa sull’Indice di maggio.

A tre anni dall’esordio A cena con Lolita (Pendragon 2005), torna Eva Clesis con un romanzo agile e sincero, che possiede l’essenzialità e la freschezza dei libri scritti con urgenza, e del quale il maggior pregio è forse la credibilità della protagonista, Assunzione Maria Addolorata De Caro, figlia di madre inglese e padre italiano, due allegri fricchettoni che, in occasione del suo settimo compleanno, regalano alla bimba il suo nuovo nome: Alice, omaggio al personaggio di Carroll. L’atmosfera favolistica, irreale e gioiosa che regna nelle scene d’infanzia ambientate nella casa freak, irradiata dall’attitudine psichedelica dei genitori di Alice, è interrotta dalla violenza dell’incidente che lascia orfana la bambina. Alice è letteralmente gettata nel mondo. Viene così affidata alla nonna paterna, la terribile, storica maestra elementare di un paesino del Sud, convinta sostenitrice dell’educazione impartita con il bastone. La perdita dei genitori e il trasferimento forzato capovolgono il carattere di Alice: dapprima taciturna, riflessiva e responsabile, quasi dovesse bilanciare l’inettitudine dei genitori, diviene una ragazzina selvatica e aggressiva, introversa e incapace di spiegarsi a causa di un bilinguismo mai realmente sviluppato, dietro il quale però sembra celarsi una sfiducia che la protagonista nutre nei confronti del linguaggio.

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Ecco fera faccia di Gwar n.15

Jacopo Nacci, 10 maggio 2009

Giovedì non ha capito. Cerca la sua colpa e prega di trovarla. Cerca cos’è che non gli torna, ma siccome non gli torna non lo trova. Si mette a letto, pensa che così doveva andare, ma non ci crede per davvero. Venerdì il suo non capire è una dinamica lentissima che dura tutto il giorno e ai due lati della quale stanno: un grande gioco di arbitrarie torture, che non domina, e che non vede in faccia, e che lo gioca senza cause; una poesia infinita, che lei è e che lei sa dire, e accanto alla quale lui è minuscolo e privo di parole per descriverla, e colmo di devozione muta, e di un confidare cieco. Sabato sale a San Miniato. Nel bosco dei cipressi ascolta il vuoto, legge il nulla. Torna a casa e grazia i postit attaccati sopra al muro, lascia il rosmarino sopra al davanzale, e la salvia, malata di bianco, che non mangia mai, e di cui ogni giorno ha cura. Nemmeno la malta della settimana scorsa dai lacci delle scarpe ha avuto il cuore di lavare. Spazza il pavimento e si autoassolve, perché il fatto non sussiste.

Mutino’s rage

Jacopo Nacci, 5 maggio 2009


Valentina Mattei, Foglia e Mutino


Su WebSite Horror il mio racconto La Foglia.
È anche possibile scaricare il pdf.

Valentina Mattei su Flickr.

Una mattina, Adamo

Jacopo Nacci, 4 maggio 2009

È la sveglia del cellulare. È la sveglia del cellulare e devo allungare il braccio per spegnerla. Sono le 7 e 20, realizzo vago, e il sonno che vuole serrare assieme gli occhi e le palpebre è un argomento molto valido, un discorso convincente, persuasivo: devo alzarmi, altrimenti mi riaddormento ed è la fine. E invece mi sono già messo su una strada pessima: mi sono messo a pensare, e i pensieri di un uomo che ha sonno assomigliano al sonno tanto da chiamarlo a loro: desiderano tuffarsi nel sonno, per continuare a parlarsi, evocarsi, rispondersi nella quiete del letto, tanto soffice che scompare a se stessa, questi due cuscini che mi stanno sotto al capo e questa coperta che mi protegge dal freddo della stanza ma non dall’umidità della doccia che si spande per tutta la casa, essendo la casa questa stanza solamente, ed essendo l’acqua, dentro e fuori casa, l’unica realtà che finora non ho visto mancare in questa città, ché piove da quando sono arrivato e un fiume l’attraversa e la doccia schizza sempre dappertutto e l’acqua stagna e quando vado a letto le federe dei guanciali sono umide, o forse non sono umide, forse è a me che sembra tutto umido, ma la mattina mi sveglio con le scapole e il collo indolenziti. La mattina mi sveglio alle 7 e 20 e preparo il caffé e accendo il boiler aspettando che l’acqua si scaldi, e per le 8 cinque minuti in tutto d’acqua calda ce li ho: il tempo di godere il primo getto, poi chiudo il flusso, mi insapono, riapro il flusso e porto via il sapone e conto di godere ancora un poco dopo, ma mentre lascio scivolare via il sapone da in mezzo alle chiappe ecco che si avventa su di me l’acqua fredda e allora è meglio staccare, è meglio uscire e non pensare. Che ore sono? Le 7 e 25. Ho le spalle che mi fanno male e non voglio addormentarmi ma voglio stare qui perché fino alle 8 e 30 non saprò nulla, anzi fino alle 8 e 35. Con uno sforzo della volontà mi sradico dalla coperta e attraverso la stanza saltellando, accendo il boiler, mi rituffo nel letto e mi riavvolgo nella coperta, attendo che passino i brividi. Niente caffè, questa mattina, fa lo stesso

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Ormai più

Jacopo Nacci, 4 maggio 2009

Ormai più bagnati non si può diventare; solo bisogna cercare di muoversi il meno possibile, e soprattutto di non fare movimenti nuovi, perché non accada che qualche altra porzione di pelle venga senza necessità a contatto con gli abiti zuppi e gelidi.
È fortuna che oggi non tira vento. Strano, in qualche modo si ha sempre l’impressione di essere fortunati, che una qualche circostanza, magari infinitesima, ci trattenga sull’orlo della disperazione e ci conceda di vivere. Piove, ma non tira vento. Oppure, piove e tira vento: ma sai che stasera tocca a te il supplemento di zuppa, e allora anche oggi trovi la forza di tirar sera. O ancora, pioggi, vento, e la fame consueta, e allora pensi che se proprio dovessi, se proprio non ti sentissi più altro nel cuore che sofferenza e noia, come a volte succede, che pare veramente di giacere sul fondo; ebbene, anche allora noi pensiamo che se vogliamo, in qualunque momento, possiamo pur sempre andare a toccare il reticolato elettrico, o buttarci sotto i treni in manovra, e allora finirebbe di piovere.

[…]

Lo sappiamo, che domani sarà come oggi: forse pioverà un po’ di più o un po’ di meno, o forse invece di scavar terra andremo al Carburo o a scaricar mattoni. O domani può anche finire la guerra, o noi essere tutti uccisi, o trasferiti in un altro campo, o capitare qualcuno di quei grandi rinnovamenti che, da che Lager è Lager, vengono infaticabilmente pronosticati imminenti e sicuri. Ma chi mai potrebbe seriamente pensare a domani?
La memoria è uno strumento curioso: finché sono stato in campo, mi hanno danzato per il capo due versi che ha scritto un mio amico molto tempo fa:

…infin che un giorno
senso non avrà più dire: domani.

Qui è così. Sapete come si dice «mai» nel gergo del campo? «Morgen früh», domani mattina.

Primo Levi, Se questo è un uomo