Archivio di settembre 2009

La peste

Jacopo Nacci, 23 settembre 2009

Ecco le domande che abbiamo rivolto al fondatore delle Brigate Rosse.
Prima: la sua liberazione dal carcere fu una delle azioni più spettacolari degli anni di piombo. Mi sono convinto che in realtà Mara Cagol non l’ha liberata per amore, ma per violenza. Un po’ come successe a Cristo: quando venne arrestato nell’orto degli Ulivi, Pietro sguainò la spada…
Seconda: Stando a molti, le Br nacquero dall’incontro della sinistra oltranzista e dell’ala più radicale del cristianesimo militante. Voi volevate liberare i poveri, ma Gesù ha detto Beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli. Se voi liberate i poveri, il regno dei cieli non verrà. Se i poveri diventano ricchi, diventano qualcosa di peggio, perché il loro guadagno è già in questo mondo. Il Male è necessario perché avvenga la redenzione. Se voi lo togliete a cosa serve dio? Bisogna che il Male rimanga tale, che non venga modificato; bisogna che la gente soffra, s’ammali, muoia, uccida e venga uccisa, proprio perché così è possibile che alla fine dei tempi dio si mostri.
Un bambino nasce e sembra normale, poi si scopre che ha una malformazione: è giusto che l’abbia, è normale che l’abbia, perché è segno che questa vita, la mia la sua quella di questo ipotetico bambino, non è per niente salva. Come possiamo amare qualcosa che è già salvo? Come possiamo amare qualcosa che non sia imperfetto, fragile e perduto? Si ama solo ciò che è male, solo ciò che è toccato dal male, nella speranza che l’amore redima e tolga. È una speranza, è vana e ci costringe ad amare qualcosa in continua agonia. Lei invece, ritornando all’esempio, vuole guarire effettivamente il bambino della sua deformità. Ma se il bambino è sano, è inutile amarlo.
Ecco, le domande sono senza risposta, perché Curcio non ha voluto rispondere. I padri, chiunque essi siano, non parlano. Sono le nostre sfingi e se ne vanno (chi inghiottito dalla massa, chi rifugiandosi nel bricolage da cantina) rigorosamente mute. Ma noi non faremo come Edipo. Lo liberiamo e ci liberiamo, qui e ora, di ogni accusa di colpevolezza nei confronti del padre e della madre. Rispondendo da soli alla domanda delle sfingi, abbiamo liberato la città. Nella città liberata si è prodotta la peste. E di questo, davvero, noi non abbiamo colpa.

Demetrio Paolin, Il mio nome è Legione

Non si esce vivi dall’underground

Jacopo Nacci, 22 settembre 2009

Non si esce vivi dall’underground

È uscito lo SpecialOne di Collettivomensa, a tema Non si esce vivi dall’underground. Sostiene Collettivomensa: “ben 80 paginone di racconti, fumetti, illustrazioni tutti lì a spaziare sull’esperienza degli autori nel traforo malsano dell’underground e poi proclami apocalittici, environment, ricette di cucina, accorgimenti sulla pesca all’aspetto e naturalmente un sacco di pulzelle nude”. Dentro ci trovate, tra tutte queste cose fighissime di autori e fumettisti e illustratori elencati qui, il mio racconto Dreadlock! (episodio pilota), e pure un inedito di Vanni. Per avere lo SpecialOne dovete venire a Ultra, dove lo SpecialOne sarà presentato il 23, oppure cercarlo in giro nelle librerie più fighe e sensate d’Italia, oppure scrivere a collettivomensa [at] yahoo.it.

Manufatti

Jacopo Nacci, 16 settembre 2009

Questa recensione è apparsa sul numero 7 di Satisfiction.

Wunderkind di D’Andrea G.L. fa molte cose e le fa bene: dà inizio a una trilogia dipingendo un mondo gotico e fantastico che ti si imprime nella mente, lasciandoti con la voglia di penetrarlo a fondo; di quel mondo ti fa letteralmente vedere le architetture, la terra, i cieli, i colori e persino il bianco e nero; ti fa sentire la pioggia che ti cola addosso, l’umidità che penetra le ossa; crea atmosfere dalla densità soffocante; descrive le paure e le angosce di un adolescente con la serietà e la considerazione riservate di consueto alle paure e alle angosce degli adulti senza trasformare l’adolescente in un adulto, ma anzi rivendicandone la specificità, lasciandolo libero di vivere il suo spleen che confina con l’orrore; solo che qui l’orrore irrompe nella realtà: l’autore lo prende sul serio, l’adolescente; stana l’essenza lugubre degli oggetti come solo gli incubi più disperati riescono a fare; radica l’incantesimo nella nostra forma di vita e, per ogni singola persona, in ciò che ha di più caro e intimo; concretizza fantasie oniriche terrificanti in immagini ad alta precisione; traduce in azioni e archetipi i sentimenti di amore coniugale, filiale, materno, talvolta li stressa; narra la violenza, e la fragilità nella violenza, con lingua eccellente.

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