Archivio di agosto 2010

Egemonia e grandi narrazioni

jacopo nacci, 31 agosto 2010
Il Joker, l'egemonia, le grandi narrazioni

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Le due tavole sono tratte da Batman: The Killing Joke, di Alan Moore e Brian Bolland, DC Comics 1988, pubblicato per la prima volta in Italia da Rizzoli in allegato al numero 76 di “Corto Maltese”, nel 1990. Attualmente The Killing Joke è edito da Planeta DeAgostini.

Trecento Gundam

jacopo nacci, 30 agosto 2010
La madre butta via i Gundam. Lui (ormai trentenne) incendia la casa

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Immaginiamo titoli alternativi per questo articolo del Corriere della Sera: La madre butta via i Gundam, trentenne incendia la casa. La madre butta via i Gundam, otaku incendia la casa. La madre butta via i Gundam, lui incendia la casa. La madre butta via i modellini, uomo incendia la casa. La madre butta via i modellini, collezionista incendia la casa. La madre butta via i Gundam, collezionista incendia la casa.

Suggeriva l’altra sera il mio amico Fabio: “Avrebbero scritto ormai trentenne, e tra parentesi poi, se si fosse trattato di modellini di Valentino Rossi?”.

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Platania e Borges

jacopo nacci, 28 agosto 2010

In questi ultimi vent’anni Borges l’ho letto e riletto, ho messo ordine nel mio Eldorado separando anche la meraviglia da ciò che mi interessava meno (sì i racconti sul labirinto e sui paradossi temporali, no quelli sui guappi e sugli accoltellamenti nelle bodegas, sì le poesie metafisiche, no quelle ultraiste). E ovviamente in tutti questi anni non ho potuto fare a meno di dirmi: che darei per poter rileggere questi racconti come se non li avessi mai letti. Riavvicinarmi, vergine, a un capolavoro come Finzioni. Poter leggere, di nuovo per la prima volta, l’incipit di quel racconto che venti anni prima mi aveva fatto innamorare di questo scrittore. Beh, l’altro giorno ho riletto per l’ennesima volta Tlön, Uqbar, Orbis Tertius e altri racconti e mi sono chiesto: ma come ha fatto a scoccare, allora, il colpo di fulmine?

Mi sono stupito nel pensare al me stesso di venti anni fa che leggeva un racconto simile e che… non si annoiava. Un racconto così impermeabile, pieno di parole che allora sicuramente non conoscevo (eresiarca, aporie eleatiche). Poi sono andato a rileggermi L’Aleph ed è stato peggio: prima di arrivare al cuore fantastico del racconto bisogna passare per una decina di pagine che, beh, non sono proprio emozionanti.

Qui l’articolo di Federico Platania.

L’amor che move l’analfabetismo

jacopo nacci, 25 agosto 2010
Goya, Piccoli giganti, 1791

Francisco Goya, Piccoli giganti, 1791

Ciò che non mi convince, in certi discorsi che sento sull’editoria a pagamento, è il riferimento all’ingiustizia del trattamento riservato all’autore, al raggiro, allo sfruttamento di un sogno. Mi domando: raggiro di chi? E soprattutto: che tipo di sogno?
È il cuore che muove la conoscenza, dice Scheler: quanto più mi sta a cuore una cosa, tanto più la conosco, e non solo nel senso che l’amore rende il mio sguardo più fine, ma anche, nel senso più banale, che, se un argomento mi interessa, di quell’argomento mi interesso. Chiunque – non bravo, bravo, geniale – ami la letteratura può entrare oggi in contatto con decine di blog che di letteratura trattano, e, se la letteratura gli interessa davvero, lo fa. Allora non ci vorrà molto a capire, data la mole di post sul soggetto, come funziona l’editoria a pagamento, e che non è etica, non ti promuovono, non ti fanno l’editing, poi c’hai uno stigma sociale quindi non ti conviene, è un raggiro etcetera.
Raggiro. Va bene: raggiro. Rispetto questi discorsi perché so che sono a loro volta mossi dal rispetto per le persone, ma non riesco a non vedervi l’ennesimo esempio di riduzionismo della sfera etica alla legalità, di ciò che è giusto o bello a ciò che è legalmente lecito, una riduzione che infine si ribalta in una difesa del diritto del lavoratore/consumatore (l’autore a pagamento sembra essere insieme consumatore e lavoratore in modo curioso). Questo atteggiamento di riduzione, che non si manifesta nei confronti delle case editrici a pagamento, le quali vengono stigmatizzate anche se si muovono nella legalità, tende a non considerare l’aspetto più imbarazzante della situazione di chi con le case editrici a pagamento pubblica. Certo, ognuno è libero di fare quello che gli pare nei limiti consentiti dalla legge, e grazie al cielo, ma non è detto che tutto ciò che è consentito dalla legge sia bello. E magari sta lì a dirci qualcosa.

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Fire fi the eternism

jacopo nacci, 20 agosto 2010
F. W. J. Schelling

F. W. J. Schelling

E qui, una volta per tutte, la nostra esatta opinione sullo spinozismo! Questo sistema non è fatalismo per il fatto che considera le cose ricomprese in Dio: giacché, come abbiamo detto, il panteismo non rende impossibile la libertà, almeno in senso formale; Spinoza deve dunque essere fatalista per una ragione completamente diversa e indipendente da quello. L’errore del suo sistema non consiste nel fatto che egli pone le cose in Dio, ma nel fatto che esse sono cose, nella sua concezione astratta degli esseri del mondo, anzi della stessa infinita sostanza, che appunto non è per lui che una cosa. Perciò i suoi argomenti contro la libertà sono completamente deterministici, per nulla panteistici. Egli tratta anche la volontà come una cosa, e dimostra per via perfettamente naturale, che per ogni decisione ad agire essa deve venir determinata da un’altra cosa, la quale a sua volta è determinata da un’altra, e così via all’infinito. Di qui l’assenza di vita del suo sistema, l’aridità della forma, la povertà dei concetti e delle espressioni, la spietata rigidezza delle determinazioni, che ottimamente si accorda con la sua astratta maniera di pensare; di qui anche per conseguenza la sua veduta meccanica della natura.

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Persona e personaggio

jacopo nacci, 18 agosto 2010
Orfeo e Euridice

Camille Corot, Orfeo guida Euridice fuori dall’Oltretomba, 1861

Qualcuno disse che Orfeo il cantore abbia preferito perdere la “persona” Euridice, labile esistenza transeunte, in nome del “personaggio”, soggetto eterno di trasfigurazione poetica. Ritenendo magari, chissà, che la fama imperitura val bene una morte precoce. Non la pensa così il greco Achille però: ad Ulisse che lo consola negli Inferi rammentadogli come la sua morte in giovane età sia il presupposto di una gloria senza fine, risponde che un’eternità di gloria non vale un minuto di vita trascorsa alla luce del sole, fosse anche da schiavo. Meglio persona viva, anche per poco, che personaggio.
Oggi la questione è ancora più complicata. Il reality sta facendo saltare paletti ed equilibri faticosamente costruiti tra realtà e poesia, verità e rappresentazione. La stessa figura dell’artista e dello scrittore ne risente, perdendo l’ultima parvenza di “aura”.

Qualcuno, ad esempio, non esita a chiamare i propri personaggi, tratti brutalmente dalla vita di tutti i giorni, con il loro nome di persona, riportando esattamente parole, riflessioni, confidenze tali e quali furono ingenuamente affidate all’orecchio avido dello scrittore.
Altri, poiché la scrittura è terapeutica, utilizzano le loro pagine per beffeggiare nemici, ex amanti, concorrenti. Nomi e circostanze possono mutare, ma i segni perché qualche accorto lettore possa riconoscervi i soggetti storici ci sono. Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è insomma ammesso e anzi suggerito. Di solito è la scrittura di chi simula sotto un’apparenza di sdegno il puro risentimento. La rappresentazione distorta dell’altro è vissuta come curativa e appagante. Uno sfogo cattivo. Oggi però si chiama Reality book.
L’artista, insomma, è in generale uno con il pelo sullo stomaco? E l’arte è di sua natura spudorata?

L’articolo Scrittori e Vampiri di Roberta Borsani si trovava su Doctor Blue e Sister Robinia.

Trappola

jacopo nacci, 16 agosto 2010

Chupa Freud— Bene, adesso facciamo che tu sei la tua cacca.
– Bene, sono la mia cacca.
– Come ti vedi?
– Mmm. Un bel cubotto di cacca, inodore, di color gianduia.
– Quindi: hai detto che tu sei una cacca.
– No, calma: tu hai detto che io dovevo fare finta di essere la mia cacca. Io non ho detto “io sono una cacca”. Cioè l’ho detto, ma non in questi termini, perché tu mi hai detto di dirlo.
– Sta di fatto che tu hai detto, in seguito alla mia richiesta, “Io sono una cacca”.
– No, guarda, non puoi dirmi “Di’: io sono la mia cacca” e poi dirmi – punto il dito, faccio una voce da ragazzino – “Hai detto che sei una cacca”.
– Non ho fatto quel gesto lì, non ho fatto quella voce lì. Dimmi perché ti viene da reagire così.
Considero che ha ragione su quest’ultimo punto, ma che sostanzialmente la faccenda rimane la stessa, ciononostante accolgo la richiesta.

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Platania e Lethem

jacopo nacci, 11 agosto 2010

Lethem appartiene allo stesso gruppo antropologico di cui ritengo di far parte anch’io (insieme a chissà quanti altri milioni di abitanti del pianeta): persone che vivono la loro esperienza con la realtà attraverso unità atomiche di materia artistica (in altre parole: libri, dischi, film, fumetti, opere d’arte, etc.). […] Le case o le stanze in cui abitano le persone che appartengono a questo ceppo antropologico sono, per usare un’efficace espressione di Lethem, dei modelli in scala del proprio cervello. Pareti ricoperte di libri, CD, dischi, DVD, videocassette.

Qui l’articolo di Federico Platania.

Lo scrittore vero secondo Ivanov

jacopo nacci, 9 agosto 2010

Roberto Bolaño

Qualcosa non quadra, pensò. Naturalmente alla notte insonne del caporedattore si aggiunse la notte di felicità e vodka di Ivanov, che decise di festeggiare il suo primo succcesso nelle peggiori bettole di Mosca e poi alla Casa dello Scrittore, dove cenò con quattro amici che sembravano i quattro cavalieri dell’Apocalisse. Da quel momento in poi a Ivanov chiesero solo racconti di fantascienza e lui, guardando bene il primo, che aveva scritto per così dire inavvertitamente, ripeté la formula con alcune varianti che ricavò a poco a poco dal grande patrimonio della letteratura russa e da certe pubblicazioni di chimica, biologia, medicina e astronomia che accumulava nella sua stanza come l’usuraio accumula i mancati pagamenti, le cambiali, gli assegni insoluti. Così divenne famoso in tutti gli angoli dell’Unione Sovietica e non tardò a diventare uno scrittore professionista, uno che viveva esclusivamente di quanto gli rendevano i libri e che andava a congressi e conferenze nelle università e nelle fabbriche mentre riviste e pubblicazioni letterarie si disputavano i suoi lavori.

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Franco sta spesso zitto

Jacopo Nacci, 5 agosto 2010

(un racconto di tredici anni fa)

Franco è alto e muscoloso, e quando sorride assomiglia a DeNiro. È simpatico, e sta spesso zitto. Prima faceva il falegname in una ditta. Era quando lavorava tutti i giorni e si svegliava ogni mattina alle sei e mezza. Tutte le mattine alle sei e mezza sentivo la sua radiosveglia, nell’altra stanza. Tre secondi di radiosveglia, poi una manata. E anche se la sera prima si era spaccato la testa, ed era andato a letto alle quattro con la pelle gialla, alle sei e mezza la radiosveglia saltava su a fare un gran baccano, e poi c’era la manata, il rumore della doccia, la porta di casa che sbatteva e il silenzio che tornava. Mi riaddormentavo.

Circa tre settimane fa mi sono svegliato – saranno state le nove e mezza – e ho trovato Franco che faceva colazione in sala, con un cappuccio e una brioche vuota, di quelle che si comprano in pacchi al supermercato. Gli ho domandato come mai fosse in casa. Mi ha detto che non si era svegliato. Ci ha pensato un po’ e poi ha aggiunto che, visto come stavano le cose, doveva assolutamente correre dal medico a farsi fare il certificato. Mezz’ora dopo si è alzato da tavola, ha preso la giacca dall’attaccapanni ed è uscito di casa. Quella sera siamo stati a casa a guardare la televisione.

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