Archivio di settembre 2011

A cosa serve ciò che non serve a niente (5)

jacopo nacci, 29 settembre 2011
Masamune Shirow, Appleseed, 2004

Masamune Shirow, Appleseed, 2004

Come è apparso chiaro fin da subito, il soggetto elegge i suoi scopi ed elabora le strategie per perseguirli nell’ambito della dimensione utilitaristica, o meccanico-estensionale, e lo fa – per tutto ciò che non concerne direttamente il soddisfacimento delle comuni esigenze vitali – in base all’orientamento del sistema operativo che gira sulla sua mente, cioè al riduzionismo da esso privilegiato, che sia esso politico, economico, giuridico o fisico. Abbiamo osservato come la prima versione di Solipsium si limitasse a soddisfare, mediante il soggettivismo, le esigenze pulsanti relative alle dimensioni extra-utilitaristiche, come le esigenze morali, estetiche o metafisiche. Abbiamo anche notato come la carica emotiva – o senso sacro – sottratta alle dimensioni spirituali soddisfatte e progressivamente atrofizzate da Solipsium, è deviata e investita dal soggetto sugli scopi eletti nell’ambito utilitaristico, o meccanico-estensionale che dir si voglia.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (4)

jacopo nacci, 19 settembre 2011
Haruhiko Mikimoto, Macross, 1982

Haruhiko Mikimoto, Chōjikū yōsai Makurosu, 1982

Ricapitolando, la mente ha in dotazione diversi recettori per diverse dimensioni del reale e per diversi gradi di una stessa dimensione; i sistemi operativi sono nati per semplificare la ricezione del reale, la semplificazione consiste nell’escludere dalla ricezione tutte le dimensioni tranne quella meccanico-estensionale, decodificabile dalla mente in base alle tecniche economiche, giuridiche, fisiche, e ai concetti di conveniente/non conveniente, legale/illegale, utile/inutile, ovvero le opposizioni che i robot chiamano non gratuite. La selezione operata dal sistema lascia dunque fuori le altre dimensioni – morale, culturale, estetica, spirituale – dove valgono le opposizioni che i robot definiscono gratuite, come buono/cattivo, giusto/ingiusto, bello/brutto, logico/illogico. In gergo si dice che queste dimensioni vengono “annientate” dal sistema operativo; eminenti robot hanno rilevato il monismo tecnico sotteso a questa espressione, e che sarebbe già un effetto dell’uso dei sistemi semplificanti: se si pensa che non considerare certe dimensioni del reale equivalga ad “annientarle”, significa che le si concepisce pregiudizialmente come immaginazioni, proiezioni; memi, come le definiscono le software house.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (3)

jacopo nacci, 13 settembre 2011
Ghost in the Shell

Masamune Shirow Ghost in the Shell, 1995

Generalmente le applicazioni – cui ho accennato nella prima parte di questo resoconto – servono a leggere singole situazioni emergenti dal continuum, per esempio il cosiddetto fatto del giorno; costano poco: sono talmente facili da copiare che le case di produzione hanno deciso di venderle on-line a prezzi stracciati, puntando soprattutto sulla fidelizzazione dell’utente. La fidelizzazione è realizzata quasi esclusivamente dagli aidoru, opinion maker carismatici che lavorano come testimonial per le software house.

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Un’immagine del bene

jacopo nacci, 12 settembre 2011

(Questo post è fatto con le note a piè di pagina dell’ultimo episodio della Società dello Spettacaaargh!, al solito, su Scrittori Precari)

Quando vivi in una roccaforte così rocca e così forte, fai pensieri sul PD che probabilmente nessuno altrove farebbe. Ti domandi come guarderesti a tutto ciò se fosse il tuo partito – che non c’è – a essere una cosa sola con il Comune; ti sfiorano sogni del Novecento, a volte ti domandi se saresti stato integrato, organico, nella Pesaro degli anni Settanta, se in fondo, in quell’ottica, la sovrapposizione tra Comune e Partito fosse coerente, sensata – Pesaro è un luogo dello spirito, si diceva allora; ti domandi se non sia questo il tuo partito e tu stia solo ponendo un’irrazionale resistenza (sei un fondamentalista! fondamentalista!), e chiami sovrastrutture ciò che da dentro chiameresti narrazioni, chiami deriva, dominio della tecnica, apparato impolitico, vuoto ideologico, macchina che si autoproduce ciò che un sensato leninismo chiamerebbe necessità storica e che gli immancabili delle Feste dell’Unità chiamano semplicemente il Partito, e lo votano da sessant’anni così come i cattolici vanno alla messa la domenica.

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A cosa serve ciò che non serve a niente (2)

jacopo nacci, 9 settembre 2011
Galaxy Express Train

Treno decorato a tema Galaxy Express 999, Hokkaido.
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Immaginiamo che esista un mercato di software per la mente: diversi sistemi operativi, e relative applicazioni, la cui funzione è la semplificazione dei dati di realtà, ovvero la riduzione della complessità.

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Sul pianeta Gramel

jacopo nacci, 5 settembre 2011

Sul pianeta Gramel i datori di lavoro sono laureati in filologia romanza e né loro né i loro dipendenti hanno alcun pregiudizio verso chi ha studiato. Sul pianeta Gramel, se rispondi a un annuncio per lavare i piatti e pulire i cessi e c’hai una laurea, ti assumono lo stesso, e non ti dicono “Ma lei qui che ci viene a fare?” o “Cerchiamo qualcuno meno qualificato” o “Lei non ha alcuna esperienza in questo lavoro” o “Ahahahahahahahah”. Sul pianeta Gramel poi i lavori si rifiutano perché i Gramel sono schizzinosi, non perché il lavoro in questione è il terzo stage non retribuito, o perché quello che spendi per recarti sul posto di lavoro è più di quello che ti ritrovi in busta paga. Sul pianeta Gramel è del tutto sconosciuto quel processo devastante nel quale si ritrova chi, ricevendo i primi rifiuti, tenta di accaparrarsi altri titoli di studio e attestati, master, corsi, stagini, e poi, ricevendo altri rifiuti, divora un manuale a settimana inseguendo formazioni che non ha e progetti senza speranza, e, ricevendo nuovi rifiuti, toglie i titoli dal cv (e si sente domandare “Ma allora in tutti quegli anni lei che ha fatto? Sarà mica un mantenuto che non ha voglia di lavorare?”) e, ricevendo gli ennesimi rifiuti, ricomincia il ciclo dal principio. Sul pianeta Gramel i lavori manuali sono disprezzati e, quando gli fai notare che sulla Terra sono i lavoratori cognitivi a beccarsi spesso dei fannulloni e che qui viene fomentata una guerra tra poveri di formazioni diverse, i Gramel cadono dalle nuvole (il pianeta Gramel è pieno di nuvole). Sul pianeta Gramel continuano a vivere sul pianeta Gramel, però oh, ti leggono con interesse e totale partecipazione.

A cosa serve ciò che non serve a niente (1)

jacopo nacci, 2 settembre 2011
Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Qualche considerazione a margine dell’ultimo pezzo su Scrittori Precari, dove scrivo «dell’attacco che la tecnocrazia spesso muove alla formazione umanistica: non servendo quest’ultima ad altro che allo strato più spirituale della nostra persona, secondo un paradigma tecnocratico, essa non serve a nulla, e questo perché, là dove serve, la tecnica vede il nulla».
Di solito non parlo di letteratura* – e nemmeno di filosofia – in generale, perché, se dovessi dire qualcosa in generale, direi che la letteratura – come la filosofia – non serve a niente. Però ho deciso di cogliere l’occasione e provare – non so se ci riuscirò – a dire perché secondo me la letteratura non serve a niente.

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