A cosa serve ciò che non serve a niente (1)

jacopo nacci, 2 settembre 2011
Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Yoshitoshi ABe, serial experiments lain, 1998

Qualche considerazione a margine dell’ultimo pezzo su Scrittori Precari, dove scrivo «dell’attacco che la tecnocrazia spesso muove alla formazione umanistica: non servendo quest’ultima ad altro che allo strato più spirituale della nostra persona, secondo un paradigma tecnocratico, essa non serve a nulla, e questo perché, là dove serve, la tecnica vede il nulla».
Di solito non parlo di letteratura* – e nemmeno di filosofia – in generale, perché, se dovessi dire qualcosa in generale, direi che la letteratura – come la filosofia – non serve a niente. Però ho deciso di cogliere l’occasione e provare – non so se ci riuscirò – a dire perché secondo me la letteratura non serve a niente.

In modo forse analogo, Heidegger affermava che «È quanto mai esatto e perfettamente giusto dire che “la filosofia non serve a niente”» (Introduzione alla metafisica). A me Heidegger non sta particolarmente simpatico e mi sembra di percepire il tono snob di quel pensiero. Immagino che fosse un pensiero polemico, e in questo lo comprendo. Carnap criticò Heidegger accostando la metafisica alla poesia (La sintassi logica del linguaggio). Arendt rimproverò a Carnap di sottovalutare, evidentemente, la poesia (La vita della mente).
E così torniamo alla letteratura. Nussbaum ha detto che la letteratura serve a comprendere gli stati affettivi, a sviluppare compassione e altruismo, e quindi bisogna coltivarla, ché sennò uno vota male, e le democrazie vanno a rotoli (Coltivare l’umanità).
Sono convinto che Nussbaum abbia ragione, ma non riesco ad aderire al suo discorso, ci trovo qualcosa che tradisce il senso di ciò che intendo dire quando dico che la letteratura non serve a niente, il senso autentico di tutte le esperienze e le forme di vita che si nutrono della lettura abituale di romanzi – o di opere filosofiche. Perché non si tratta solo del niente che il tecnocrate vede là dove io vedo uno strato profondo e particolare della persona, proprio ciò che rende quella persona quella persona e non un’altra; se così fosse Nussbaum avrebbe detto tutto; invece credo che abbia detto solo la metà cercando di andare incontro al paradigma del tecnocrate, ma non si può, non si deve andare incontro al paradigma del tecnocrate; e questo perché secondo me c’è un altro significato della frase “la letteratura non serve a niente”, un significato intorno al quale girerò un po’, nel prossimo post o nei prossimi post, perché poi la mia idea, in sé, è molto semplice, ed è che la letteratura, per servirti a qualcosa, non ti deve servire a niente.

* Intendo qui con il termine “letteratura” la somma di ciò che chiamiamo “narrativa” e “poesia”, escludendo la prosa filosofica e scientifica. Matteo mi ha fatto notare che ci starebbe anche il teatro, e ha ragione. Qualche dubbio sulle operette morali (e i dialoghi platonici, allora?). In generale, in questi post ci saranno delle approssimazioni, ne sono consapevole; l’intenzione è quella di invitare lo sguardo in una direzione e di unire un po’ di puntini. Anche potrebbe nascere un problema sulla distinzione tra buona e cattiva letteratura; credo che lo sfiorerò sotto un determinato aspetto, ma non è mia intenzione approfondirlo in generale.

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4 commenti a “A cosa serve ciò che non serve a niente (1)”

  1. chik67 ha detto:

    In buona compagnia:

    “La matematica è davvero “inutile”? In un certo senso è chiaro che non lo è, poiché, per esempio, procura un gran piacere a moltissime persone. La matematica è “utile”, direttamente utile, al pari di altre scienze come la chimica e la fisiologia? La domanda è tutt’altro che semplice e si presta a controversie. La mia risposta definitiva sarà NO.”

    Godfrey H. Hardy Apologia di un matematico.

  2. claudiab. ha detto:

    Jacopo, forse ti sarà utile, ma sono certa che ci hai già pensato, rivedere anche il concetto di otium, dietro cui si nasconde un universo di molto più complesso della nullafacenza letteraria con cui viene spesso male interpretato e identificato il concetto, imprescindibile alla stessa nascita ed evoluzione del pensiero occidentale. L’otium ovvero l’inutile elegia vs. l’utilità dell’epica celebrativa, e la necessità di quest’ultima in quanto formulazione dell’apparato ideologico dell’Impero Romano, senza cui la cultura occidente semplicemente non si dà. Quindi, quando parliamo di utilità della letteratura (comprendere gli stati affettivi, sviluppare compassione e altruismo, in altre parole empatia, come suggerisce Nussbaum) siamo sicuri che stiamo toccando il nervo della questione? La letteratura è anche e soprattutto ideologia, non esiste la letteratura di evasione o fatta per coltivare lo spirito. Da sempre, a tutti i livelli, e parlo anche dell’Oriente e non solo di noi (chi non ci crede legga Shankara, a titolo di esempio), la letteratura esprime una presa di posizione. Una valutazione in termini utilitaristici svanisce davanti alla sua necessità, urgenza o come la si voglia definire.
    Spero, e non dubito, di trovare il livello politico nel tuo prossimo post, che attendo con curiosità. Un caro saluto, C.

  3. jacopo nacci ha detto:

    No, Claudia, ovviamente non ci avevo pensato, ^_^
    per differenze di percorsi formativi e di prospettive.
    In realtà il discorso che vorrei fare è molto, ma molto, ma molto più terra terra, e tenta di riassumere alcune considerazioni sparse in altri post.
    Mi domandi se quando consideriamo il discorso Nussbaum tocchiamo il nervo della questione, e credo che la prospettiva da cui vorrei parlare sia comunque più vicina al discorso Nussbaum.*
    Ma mi rendo conto che è solo un aspetto, e sono assolutamente d’accordo sull’ideologia – anche se bisognerebbe accordarsi sull’accezione del termine, ma ci siamo capiti – e sull’espressione di una presa di posizione.
    Tuttavia la mia intenzione è parlare dell’atteggiamento e della postura adatte alla fruizione; della forma di vita, come si diceva nel ‘900. Ciò non toglie che credo che anche da questo punto di vista la questione si farà politica, ma in una direzione più vicina a quella che ho scelto nella Società dello spettacaaargh!, e cioè in due sensi: una resistenza contro l’omologazione degli automatismi e una visione molto-semplicemente-francofortiana di prefigurazione di altro, della scoperta di un possibile diverso dallo stato di cose, di un contraltare alla mera ragione strumentale (e qui si ritorna alla questione dell’ideologia). Non so nemmeno, ancora, se toccherò e in quale misura la distinzione mythos/logos.
    Penso anche io che non esista la letteratura di evasione o fatta per coltivare lo spirito; però penso che, lato lettore, la letteratura coltivi lo spirito (ma non prendermi per un idealista del cacchio, eh, rimango stretto alla prospettiva fenomenologica :-) nel senso che contribuisce a sviluppare l’individuo nella sua singolarità; insomma, qualcosa di più complesso di uno slogan trito e buttato là sullo spirito critico, e qualcosa di meno complesso di un’analisi fatta con tutti i crismi; quasi più una confessione.

    * Il che mi istiga a dirti, visto che ritieni che il nervo stia da un’altra parte, che non sai quanto mi piacerebbe leggere un tuo intervento più lungo e analitico, e se possibile addirittura ospitarlo.

    Chik:
    Già. ;)

  4. claudiab. ha detto:

    Ti ringrazio per la gentilissima offerta, anche se è difficile che ora possa trovare il tempo per articolare un discorso così complesso in forma di post; tuttavia l’argomento che proponi sarà certamente occasione di scambio di vedute, e non si sa mai che non ne esca qualcosa. Molto interessante il discorso sul mito e sulla prefigurazione dell’altro, due argomenti trattati ampiamente nella critica alla (leggi analisi della) produzione narrativa post genova sulla scia del saggio nie. Leggerò con grande piacere. C.

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