A cosa serve ciò che non serve a niente (2)

jacopo nacci, 9 settembre 2011
Galaxy Express Train

Treno decorato a tema Galaxy Express 999, Hokkaido.
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Immaginiamo che esista un mercato di software per la mente: diversi sistemi operativi, e relative applicazioni, la cui funzione è la semplificazione dei dati di realtà, ovvero la riduzione della complessità.

I modelli base dei sistemi operativi prodotti dalle diverse software house si assomigliano un po’ tutti, implementando le funzioni elementari considerate ormai fondamentali. Per esempio, per quanto riguarda la lettura della realtà sociale, di solito un modello base riduce la morale al conseguimento e al mantenimento di beni materiali e la politica a divisione in schieramenti: identifica lo schieramento di chi parla, e in base a questo decide se essere d’accordo o essere contrario, dopodiché legge la critica al proprio schieramento come una manifestazione di invidia o un tentativo di conseguire o mantenere un bene materiale, e legge come “privilegi” i beni materiali desiderati o detenuti dallo schieramento avversario e come “diritti” i beni materiali desiderati o detenuti dal proprio schieramento. Si stanno anche sviluppando sistemi ancora più semplificanti che cancellano le differenze di schieramento.
Alcuni sistemi operativi, più sofisticati, operano un riduzionismo intensivo della realtà a economia, altri a legalità, a volte portando la mente anche ad alti gradi di competenza e capacità di lettura in questi campi. Altri, più di nicchia, diffusi presso i movimenti marginali e gli adepti New Age, riducono la realtà a fisica: riduzione dell’economia a questione energetica, della questione energetica ai pannelli solari, dei fenomeni mentali alla meccanica quantistica, della dimensione spirituale all’immaginario ufologico.
I sistemi operativi operano dunque una riduzione – che è appunto la semplificazione – in senso meccanico-estensivo, imponendo sulla realtà uno schema di lettura che ne elimina la complessità: se il mondo che ho immaginato esistesse davvero chiamerei questo fenomeno “riduzionismo”. Inoltre, per quanti possano essere i modelli di sistemi operativi, il loro numero è minore del numero delle menti su cui girano: se il mondo che ho immaginato esistesse davvero chiamerei questo fenomeno “omologazione”.
Naturalmente, grazie anche al numero esiguo di modelli in circolazione, i sistemi si sono fatti via via sempre più intercompatibili: un sistema operativo è in grado di comunicare, a livello almeno superficiale, con un altro sistema diversamente orientato, in parte nativamente in parte scaricando codec e applicazioni mirate, alla cui immaginazione dedicherò la prossima puntata.

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2 commenti a “A cosa serve ciò che non serve a niente (2)”

  1. Andrea Mistretta ha detto:

    “diversi sistemi operativi, e relative applicazioni, la cui funzione è la semplificazione dei dati di realtà, ovvero la riduzione della complessità”.

    in effetti questi sistemi esistono, a detta di antropologi accorti TUTTE le culture umane sono strumenti collettivi di riduzione della complessità del reale.
    Sembrerebbe che l’uomo non ne possa fare a meno per sua propria costituzione… o sì?

    Comunque sia leggendo questo post sono andato a ripescare questo articolo, magari ti può interessare (soprattutto la seconda parte).
    http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/archive/2010/05/30/francesco-remotti-poveri-noi.html

  2. jacopo nacci ha detto:

    Uh! Ben sbarcato su Yattaran, Andrea!
    Sì, credo che in generale tendiamo alla riduzione della complessità. In questo concordo con il mio socio Matteo Pascoletti, quando scrive (qui):

    Io separo perciò una dinamica che è dell’individuo e che, come dici tu, probabilmente fa presa su qualcosa che appartiene all’essere umano, da un sistema sociale o da una forma di potere centrata su questa dinamica. Separo cioè l’aspetto psicologico e individuale da quello collettivo e politico.

    Ma la riduzione specificamente tecnocratica tende a eliminare l’idea stessa della complessità: mi sembra possa andare solo nella direzione del controllo e della totale oggettivazione della realtà circostante, esseri umani compresi, e non solo gli altri, ma anche se stessi. Per sua natura si proietta all’esterno senza aprire, senza ricevere.
    Credo che le dimensioni non intrinsecamente tecniche siano anche quelle connesse all’accoglienza del reale, cioè all’accoglienza della complessità. E’ possibile accettare che il reale sia complesso e non controllabile senza andare nel panico? E la nostra autonomia di coscienza non si forma soprattutto nella relazione con ciò che può essere solo accolto e non controllato?

    Grazie per il link, vado a leggermi l’articolo.

    (rieditato)

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