A cosa serve ciò che non serve a niente (3)

jacopo nacci, 13 settembre 2011
Ghost in the Shell

Masamune Shirow Ghost in the Shell, 1995

Generalmente le applicazioni – cui ho accennato nella prima parte di questo resoconto – servono a leggere singole situazioni emergenti dal continuum, per esempio il cosiddetto fatto del giorno; costano poco: sono talmente facili da copiare che le case di produzione hanno deciso di venderle on-line a prezzi stracciati, puntando soprattutto sulla fidelizzazione dell’utente. La fidelizzazione è realizzata quasi esclusivamente dagli aidoru, opinion maker carismatici che lavorano come testimonial per le software house.

Per la distribuzione delle applicazioni le software house si servono soprattutto dei social network: il link all’applicazione comincia a girare su facebook e con un “condividi” si scarica l’applicazione facendola girare istantaneamente sul sistema mentale; le carte ricaricabili, mediante le quali è possibile comprare le applicazioni on-line, sono direttamente collegate agli account degli utenti. Per ogni nuova situazione pubblica che emerge dalla realtà, i programmatori elaborano applicazioni e piccoli codec adatti a leggerla, e lo fanno in modo talmente veloce da convincere gli utenti dei sistemi operativi complottisti che fatti del giorno e codec siano progettati contemporaneamente dalle stesse agenzie, mentre alcuni robot – a differenza degli umani, i robot sviluppano autonomamente i loro sistemi operativi – si interrogano piuttosto sulla definizione di “informazione” in merito al fatto che i produttori di informazione tendono a programmare, più che a selezionare, il loro target.
In realtà, come dimostrano le ricerche e le speculazioni degli stessi robot, mantenere questa situazione ha richiesto degli accorgimenti particolari. È vero che il sistema operativo induce la mente a pensare a se stessa come al suo solo substrato meccanico-estensionale, il cervello – questa opinione, facciamoci caso, è compatibile con tutti i sistemi operativi cui si è accennato – e a concepire quindi le proprie esigenze in soli termini di utilità e piacere materiale; tuttavia, pur se non riconosciute, le esigenze logiche, culturali e spirituali permangono. La mente, essendo parte della realtà, è a sua volta complessa, e lo è – per usare la terminologia dei robot – in modo riflettente: essa ha cioè diversi recettori corrispondenti a diverse dimensioni del reale – morale, metafisica, logica, estetica etcetera – e ai diversi gradi di una stessa dimensione del reale – nello specifico i diversi gradi di complessità logica interni alla sola dimensione meccanico-estensionale. Al di sotto della semplificazione di superficie al piano meccanico-estensionale, i recettori restano attivi, e si manifestano sotto forma di esigenze pulsanti, il che in passato ha posto dei problemi nella riduzione della realtà al piano meccanico-estensionale. In altri termini, se lato esterno si semplificava la realtà, lato interno era necessario inibire o soddisfare le esigenze extra-utilitaristiche. La questione è stata risolta con un’utility cui sarà dedicata la prossima parte di questo resoconto. In ogni caso le software house considerano il problema temporaneo: si ritiene infatti che i memi, ovvero i replicatori di unità culturali funzionali a determinate fasi della civiltà e che tendono a permanere oltre la loro effettiva utilità, saranno prima o poi del tutto smaltiti mediante l’uso stesso dei sistemi operativi.

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