A Pàlados domani

Jacopo Nacci, 10 marzo 2008

a Camilo: in relazione all’adesione estetica

Stamattina, poco prima di svegliarmi, ho creduto di essere a casa, all’isola di Pàlados: io e Menone ci allenavamo al combattimento con i bastoni per una guerra ideale che mai verrebbe. Attorno a noi campi rossi, sassi gialli, mare verde fanno il mondo. E stanotte sono sveglio e sono qua, il comando nel pugno, e non mi è del tutto chiaro ciò che realizzo: perché obbedisca al sanguinoso compito, le implicazioni di pensiero, e che l’assemblea segreta abbia scelto me per portare a termine la missione che nasconde dalla faccia della democrazia le pustole determinate dalle sue radici insane. La strage sarà strage, la paura di stragi future farà il resto. La democrazia fu inarginabile. Da re ho scelto: ponendomi al servizio. Credo forse di intenderlo atto degno e contraddizione: dignità, nel profondo antidemocratica, è porsi al servizio dello stato. Concedermi ora un timore per l’ambiguo mio possibile, ora, pollice al pulsante, altrui vita in mano, nascosto e pronto in quest’angolo d’ombra, non riesco a farlo, perché più prossima contraddizione, e tutta democratica, è uccidere chi devìa dalla strada della legge, e uccidere per spaventare tutti coloro che ci fanno un pensiero. Sono preso nel presente. Viene dunque l’ora di attivare questo ordigno che nel sottopasso trama, sotto al parcheggio: macchiato sul corpo nudo, io, dubbio pensante, vestito di buio come la grotta, li faccio saltare tutti per aria. Il lampo sbiancherà il loro sguardo – li vedo! – improvvisa una fiamma li avvilupperà, le parti dei corpi si scontreranno tra loro e con ogni cosa deformata, e forse capiranno: la comprensione è eternamente vera anche dopo che è finita. Ma l’assemblea non è interessata alla comprensione loro – che è mio trabiccolo mentale – bensì a un’imperitura comprensione popolare. Io sarò da domani un ostacolo, ma nulla è dipeso da me: mi avrebbero ucciso se non avessi accettato, e dato che ho accettato mi uccideranno. Mi domando se, morto per morto, anche dando al giusto un peso instabile, sia stata la scelta più giusta: lacerare i corpi avvinghiati. Avrei potuto forse obiettare, e morire senza tema di costoro sui muscoli del collo. Ma la fortuna è che io, se sia più giusta l’una o l’altra cosa, non l’ho compreso, e posso morire in pace, e stare fermo e certo, eterodosso rispetto ai plebei credi, che non verrò mai in contatto con l’eterno e invece svanirò nel nulla: nei grani, materia eternamente. Li ho visti prima, io, nelle relazioni loro: li ho scrutati perché lo dovevo a loro e a me: solo il vigliacco di sé non accetta di guardare ciò cui toglie via la vita. Schifosi li ho trovati. Ma ho anche visto che, fossero stati nobili, sarebbe stato giustificato questo loro atto e quelli simili. Essendo invece loro popolani liberi, nel loro accoppiarsi come le peggiori tra le scimmie essi sbagliano, e certa è la morte che proviene dalla legge. Li uccido come bestie, e sono a Pàlados domani.

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