Androide schizoide

jacopo nacci, 16 gennaio 2013

Da Philip Dick. Una biografia,  di Emmanuel Carrère, traduzione di Stefania Papetti:

Emmanuel Carrère, "Philip Dick. Una biografia"Ma quello che interessava a Dick, era soprattutto il criterio di discriminazione.
Partì dal principio che gli androidi più perfezionati del 1992 sarebbero stati capaci di superare con successo il test di Turing – cosa che rende inefficace questo test e, secondo Turing, ogni sorta di test: non si sostengono a vita gli esami che sono stati già superati. Tuttavia, Dick non si rassegnò, come Turing suggeriva di fare, ad accoglierli nella comunità umana. E, per evitarlo, fece ciò che Turing considerava un imbroglio, uno di quei tiri tipici degli spiritualisti: introdusse un nuovo criterio. Qual è questo nuovo criterio? Potrebbe essere un test a uso del lettore di questo libro, per assicurarsi che abbia seguito.
Evidentemente, l’empatia. Ciò che san Paolo chiamava carità e considerava la più grande delle tre virtù teologali. Caritas, diceva Dick, sempre pedante. Agapè. Il rispetto della regola d’oro: «Ama il prossimo tuo come te stesso». La facoltà di mettersi al posto dell’altro, di desiderare il suo bene, di soffrire con lui, e, se necessario, di soffrire al suo posto. Ed evidentemente, il ricorso a questo criterio per distinguere l’umano dal replicante avrebbe fatto sorridere Turing, e a ragione. Egli avrebbe fatto notare che numerosi esseri umani non sono affatto caritatevoli e che nulla vieta, in teoria, di inserire nel programma di una macchina dei comportamenti che la convenzione umana attribuisce alla carità.
Ma Dick non era il tipo che, una volta tracciata una frontiera, ci si sieda sopra per declamare delle carinerie umanistiche o religiose. La sua vocazione al contrario consisteva nello spostare continuamente quella frontiera, e, muovendosi lungo le sue linee tratteggiate mobili, stanare le lepri, esercizio che fa di un thriller di fantascienza come Blade Runner un trattato di teologia cibernetica nel vero senso della parola vertiginoso.

Se il replicante è il contrario dell’uomo, quale sarà il contrario dell’empatia? La crudeltà, l’orgoglio, il disprezzo? Questi non sono altro che effetti. La fonte di ogni male, pensava Dick, è il ripiegamento, il rinchiudersi in se stessi, cosa che, in termini psichiatrici, diagnostica la schizofrenia. Quindi, primo punto: questa inquietante somiglianza fra la personalità «androide» e la personalità «schizoide», che Jung descriveva attraverso l’economia costante dei sentimenti. Uno schizoide pensa più di quanto non provi. Ha del mondo e dei suoi stessi discorsi una comprensione puramente intellettuale, astratta, una riduzione atomista a un insieme di costituenti che non formano mai né un’emozione, né un pensiero che siano reali. Uno schizoide è capace di dire, piuttosto che «Ho bisogno di speed per sostenere una conversazione»: «Ricevo dei segnali provenienti da organismi vicini. Ma sono incapace di produrre i miei segnali prima di aver fatto ricaricare le mie batterie». (Dick affermava di aver sentito questa frase, e non escludo che l’abbia pronunciata). Lo schizoide fa parte di quella categoria di persone che tengono sempre bene in mente, come il protagonista di Confessions of a Crap Artist, il fatto che sono composte per il 90% di acqua, o che quello che chiamano il loro corpo è in realtà un modulo di sopravvivenza per i loro geni. Piuttosto che sentimenti nei confronti del mondo, pensieri per afferrare questi sentimenti, frasi per descrivere questi pensieri, parole per comporre queste frasi, lo schizoide combina instancabilmente delle lettere, 26 lettere se è un uomo oppure due cifre se è un computer: 0 e 1. Non crede di pensare, ma che i suoi neuroni si attivino; non crede che i suoi neuroni si attivino, ma che obbediscano alle leggi della chimica organica, ed è sicuramente così che pensa o crede di pensare un’intelligenza artificiale: è in ogni caso il genere di pensiero che si può inserire nel proprio programma sotto l’etichetta di «coscienza riflessiva». Insomma, uno schizoide ha un pensiero da macchina. E Dick sarebbe stato felice di sapere, immagino, che uno dei primi cervelli artificiali capaci di essere sottoposti con successo a una versione non troppo esigente del test di Turing era un programma del MIT di nome Parry, che simula un paranoico. Non è poi tanto difficile: come uno psicoanalista, Parry risponde a tutte le domande con altre domande, oppure le ripete; un burlone ha perfino proposto di mettere a punto, in maniera simile, un programma privo di errori, che simuli un catatonico.
Il problema, che rende i test poco affidabili e il mestiere di blade runner angosciante, è che gli schizoidi potranno anche pensare come delle macchine, ma rimangono comunque degli esseri umani. Dick aveva delle buone ragioni per saperlo, lui che era personalmente combattuto fra un’aspirazione appassionata all’empatia e forti tendenze paranoiche. Questi due poli, nella sua coscienza, rappresentavano il bene e il male, Jekyll e Hyde, e l’esperienza gli aveva permesso di verificare l’affermazione di san Paolo secondo la quale noi non facciamo il bene, che ameremmo fare, ma il male, che ci ripugna.
Si rallegrava di aver trovato in Nancy una moglie empatica che lo riportava dolcemente verso il calore, la gioia, l’attenzione all’Altro, e di essere sfuggito a una donna schizoide, una macchina dell’odio che rendeva schizoide e pieno di odio anche lui, imprigionando entrambi nell’incubo del ciascuno per sé, della diffidenza, dell’Io. L’onestà, tuttavia, lo obbligava a riconoscere da una parte che lui non era stato privo di colpe, povera vittima di una pazza, ma forse colui che aveva risvegliato in lei la follia, dall’altra che Anne aveva sofferto quanto e forse più di lui, in parte per colpa sua. Supponendo che fra i due fosse stata lei la pazza, la carità di cui lui parlava tanto comandava non di maledirla e schiacciarla, ma di immedesimarsi in lei e soccorrerla. La Chiesa non dice altro: il peccato è la malattia dello spirito, e bisogna assistere i malati. Cristo è venuto a redimere, ma soprattutto a guarire. E se lo schizofrenico soffre, allora forse soffre anche l’androide. In termini turinghiani: se il suo programma permette di simulare la sofferenza in maniera convincente, che cosa ci autorizza a non ritenere reale questa sofferenza, a non compatirla? Secondo punto.
La crisi si verifica nel romanzo quando il blade runner, per delle ragioni più erotiche che evangeliche o turinghiane, comincia a provare dell’empatia nei confronti delle sue prede, più esattamente di una di loro.
Questo errore professionale è facilitato e al tempo stesso aggravato da un dato nuovo: i fabbricanti hanno giocato ai più sofisticati degli androidi un tiro mancino, inserendo nei loro programmi una memoria fittizia che fa loro credere di essere degli uomini. Essi hanno dei ricordi d’infanzia, delle impressioni di déjà-vu, delle emozioni come gli uomini. Nulla li distingue dall’esterno, e nemmeno dall’interno. Essi non sanno, semplicemente. E quando vengono sospettati, e vengono sottoposti al test, si spaventano come succederebbe a chiunque di noi. «Lei mi dirà la verità, vero? Se sono un androide, me lo dirà?».
È curioso trovare, usciti dalla penna di uno scrittore di fantascienza, per di più dallo stile scadente, simili passaggi memorabili che non soltanto danno i brividi, ma anche la certezza di cogliere qualche cosa di essenziale, di basilare. Di intravedere un abisso che fa parte di noi e che nessuno aveva ancora scandagliato. In Blade Runner troviamo uno di questi momenti: il grido d’orrore dell’androide che scopre la sua condizione. Orrore assoluto, senza rimedio né consolazione, a partire dal quale tutto diviene mostruosamente possibile.
Se l’empatia definisce l’umano, gli androidi potranno esserne dotati. Se è l’esperienza religiosa, gli androidi crederanno in Dio, sentiranno la Sua presenza nella loro anima e con tutti i loro circuiti reciteranno il rosario. Avranno dei sentimenti, dei dubbi, delle angosce. Scriveranno libri per dare forma a queste angosce. E allora, chi dirà se si tratta di empatia reale, di devozione reale, di sentimenti, di dubbi, di angosce, di ispirazioni reali oppure di convincenti simulazioni? Se il grido spaventoso dell’androide che si scopre tale è una semplice modalità del programma, prevista reazione a determinati stimoli verbali e prodotta dalla diligente attivazione di un certo numero di bit – descrizione che, benché sia fatto di cellule organiche e non di componenti metalliche o plastiche, si applica benissimo al funzionamento del cervello umano -, questo cambia: a) tutto, b) niente, c) qualcosa, ma non si sa che?
Scegliete la vostra risposta.

Come osserva, non senza inquietudine, il blade runner, la cosa migliore, per un androide, sarebbe essere un blade runner.
Oppure, pensava Dick, un autore di fantascienza.

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