Bondism

jacopo nacci, 17 settembre 2010

Tarantino è espressione di una cultura elitaria, relativista e snobistica, che non tiene in alcun conto i sentimenti e i gusti del popolo e della tradizione, considerati rozzi e superati.

Così Sandro Bondi a Panorama; lo apprendo da Vibrisse.
Al di là del fatto che definire elitaria e snobistica la cultura di cui Tarantino è espressione mi sembra ridicolo, mi domando: quale significato sta prendendo, nell’era Ratzinger, la parola relativismo? Prima fu “fate come se Dio ci fosse“, il che sottintendeva che senza Dio non si danno valori; qualcuno aveva fatto notare il nichilismo implicito in questa posizione, ma certo, in questo caso è faccenda anche teologica: c’è di mezzo lo statuto di Dio, persona e/o generatore o creatore di realtà etcetera.
Con l’affermazione di Bondi, però, il nuovo significato del termine relativismo va chiarendosi. Supponendo infatti ciò che mi pare lecito supporre, e cioè che Bondi sia d’accordo sul fatto che un giudice o una giuria debbano premiare ciò che è bello e di valore, l’affermazione di Bondi si può leggere solo così: sono i gusti e la tradizione di un insieme di persone (il popolo) a decidere cosa sia bello e di valore.
Ora, il popolo non è Dio, dunque non c’è spazio qui per le sottigliezze ontoteologiche: il popolo è semplicemente un insieme di persone, e quindi credere, come fa Bondi, che sia il popolo a decidere cosa è bello e di valore equivale a credere che il valore sia riducibile a una costruzione sociale. Che i valori siano costruzioni sociali è concezione legittima, generalmente nota come relativismo. La logica conclusione, dunque, è che, per Bondi, se non sei un relativista, sei un relativista.

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6 commenti a “Bondism”

  1. ano ha detto:

    bellissima!

  2. danip ha detto:

    è difficile ammetterlo così a cuor leggero, ma sono assolutamente d’accordo con “ano”.

  3. jacopo nacci ha detto:

    Ben trovato, Daniele.

  4. federica sgaggio ha detto:

    Però come la mettiamo con «Gott mit Uns»?
    Escludo che Bondi ne abbia consapevolezza, però questa sarebbe la via d’uscita dalla spirale del suo – sì, capisco – «ragionamento».

  5. jacopo nacci ha detto:

    Federica, lo penso anche io.
    A un trascendente posso far dire ciò che voglio, quando i mezzi di produzione culturale ce li ho in mano io e se come prova che il trascendente sia dalla mia parte assumo il successo e i moti di pancia. Si tratti di strategia malefica o di autoinganno, credo sia possibile in entrambi i casi lavorare in quella direzione, forse è addirittura più facile nel secondo caso.
    Io, che relativista non sono, credo che un sentimento morale che abbia accesso ai valori sia sviluppabile mediante la formazione e la riflessione, dunque la mente mi torna sempre lì: alla formazione e alla riflessione, le quali non a caso – penso – sono sotto attacco.
    Per come la vedo io, dunque, i relativisti sono loro, che fondano l’ordine di valori sulla parola dell’autorità – alla quale rispondono moti di pancia efficacemente educati – mentre ciò che loro chiamano “relativismo” è l’assunzione di responsabilità in autonomia di coscienza, possibile proprio perché le verità morali sono reali e accessibili (sono anche convinto che un dio-persona, se è, si volga al bene, e non decida cosa è bene e cosa è male).
    Trovo sia giustissimo quello che dice Valter Binaghi nei commenti al post di Vibrisse: che i punti sono la pretesa “semplicità” e “purezza” di questo “popolo” e la repulsione nei confronti della “complessità”, perché la costruzione dell’incultura nella quale siamo ingabbiati è un’operazione complessa che può essere svelata solo da un pensiero che accetti la complessità della realtà, ma il risultato di questa costruzione, la caratteristica di questa incultura, il suo essere in-, è proprio il mettere al riparo se stessa dal pensiero, dal non avere consapevolezza della propria costruzione, e quindi di apparire semplice, e quindi vera: il «Gott mit Uns», se non è già presente, è dietro l’angolo.

  6. federica sgaggio ha detto:

    Sì. Sono d’accordo anch’io.

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