Brainwashball

jacopo nacci, 21 febbraio 2013
Tim Hamilton, Ray Bradbury's Fahrenheit 451, 2009

Tim Hamilton, Ray Bradbury’s Fahrenheit 451, 2009

1. QUANTO ROSIKATE / CHI TI PAGA / QUANTE CAZZATE / Mi pare che le risposte automatiche segnalino un deterioramento dialettico anche rispetto alla vecchia situazione del trolling nella comunicazione politica (che ho affrontato qui e qui tempo fa): si riducono ormai alle tipologie elencate da Giuliano Santoro in questo commento (avere interessi nascosti, essere invidioso, fare discorsi da intellettuale). Segnalano un ulteriore deterioramento perché, mentre permane la forma dell’argomento contro l’uomo, oltre alla solita accusa di intellettualismo, la riduzione della gamma delle risposte dà l’idea di un aumento dell’automatismo. Le alternative più pacifiche a queste tipologie di risposta consistono nell’esaltazione del nuovo come valore in sé o nel terribile ritornello della richiesta di proposte alternative – indizio dell’ingombrante presenza di un mostruoso incrocio tra l’ideologia dell’efficienza e la forma mentis da par condicio, la quale viene trasposta fuori dal contesto mediatico-elettorale ed elevata a valore in sé, e in questo mi sembra recare con sé l’idea che una critica sia un attacco alla persona mosso da personalissime motivazioni, e che dunque si dovrebbe prestare il fianco a un colpo riparatore dell’onore, oppure tacere.
In merito al leggere ogni dissenso come attacco alla persona, nel secondo degli articoli linkati poco fa mi dichiaravo autorizzato a ribaltare l’accusa implicata dall’argumentum ad hominem addosso al suo utilizzatore: in altri termini, se qualcuno risponde a una mia manifestazione di dissenso attaccando me e insinuando ragioni che riposerebbero alle spalle del mio dissenso, in quel caso io mi ritengo autorizzato a considerare il mio interlocutore mosso dagli stessi motivi di cui mi accusa: se mi accusa di invidia, lo reputo generalmente mosso da invidia, se mi accusa di avere interessi economici o di potere, lo reputo generalmente mosso da interessi economici o di potere, e così via.

2. Ma c’è un altro caso in cui il ricorso alle motivazioni recondite sembrerebbe autorizzato, ovvero quando la critica palesemente non ha basi: se muovo una critica platealmente assurda, credo di poter dire che il mio interlocutore sia autorizzato a ritenermi mosso da ben altre motivazioni piuttosto che dal contenuto della critica che gli muovo.
Il problema è che la base e la sensatezza di una critica possono non essere evidenti, non perché inesistenti, ma perché invisibili al destinatario della critica o al suo sostenitore; e, chiaramente, meno ampio è lo spettro culturale e dimensionale dell’interlocutore, maggiore è il rischio che le basi di una critica fondata o sensata gli risultino invisibili.
Ora, una cultura nella quale si sia verificata una riduzione della complessità umana e politica alle dimensioni del pragmatico e dell’utile, si gioca la consapevolezza stessa che possano esistere dimensioni altre e altre scale di valori, e con essa la possibilità di comprendere critiche che da altre dimensioni e altre scale di valori muovano. In una situazione del genere, per esempio, i diritti civili possono essere ritenuti cosa di poco conto a fronte degli sprechi dell’amministrazione. Un altro effetto – che però forse è una causa di tale situazione culturale – è che ciò che non è tecnicamente misurabile si venga a configurare come relativo, soggettivo o “per natura”, impantanandosi nelle paludi di una scarsa formazione e di una scarsa educazione alla riflessione.
In un tale contesto culturale, è più facile pensare che “le ideologie sono superate”: perché un’ideologia è una visione del mondo complessa che raccorda, racconta e spiega diverse dimensioni, dimensioni che però, in questo caso, non si è più in grado di cogliere. Tuttavia la stessa semplificazione è un’ideologia, un’ideologia che risolve la sua spiegazione nell’annientamento dimensionale; se questo annientamento è operato in funzione della supremazia della dimensione pragmatica e utilitaristica – ma forse non solo in questo caso – il risultato è che si passa abbastanza agevolmente dall’indifferenza verso certe questioni e certe persone al vederle come un ostacolo al progresso e all’efficienza.
Ora, quando si contesta un programma politico e ci si sente rispondere “Va’ a leggerti il programma!”, l’implicito di questa risposta è che chi contesta non conoscerebbe il programma, perché evidentemente si ritiene che chiunque legga il programma non possa non essere d’accordo con il programma e non possa non trovare esauriente il programma. Oppure è in malafede: se infatti il programma è il migliore possibile, ogni critica non può che essere o frutto di ignoranza in merito al programma, o strumentale, mossa da invidia, interesse etcetera. Ma può darsi il caso che un programma appaia il migliore possibile a chi vi aderisca solo perché costui tiene conto di una sola dimensione, quella tecnica – e nemmeno bene, ma questo è un altro discorso, perché la tecnica è un idolo, non è tecnica – e perché la semplificazione è già all’opera? È possibile che un’eventuale critica al programma non sia realmente compresa da chi aderisce al programma perché si è ridotta la strumentazione, l’esperienza umana necessaria a concepire e credere che possano esistere visioni del mondo differenti e antagoniste al programma? In questo caso l’idea che qualcuno davvero ritenga che non si debba ridurre il numero dei parlamentari, che non si debba privare partiti e giornali del finanziamento pubblico, e che lo ritenga su delle basi sensate, non sarebbe nemmeno presa in considerazione.

3. Ho detto che mi sento autorizzato a considerare il mio interlocutore mosso da interessi economici e di potere se mi accusa di avere interessi economici e di potere; forse pecco se penso che questo accade perché ormai il mio interlocutore si preoccupa solo di soldi e da un’angolazione particolare: quella per cui l’altro è un antagonista nella ricerca di denaro; ma sono abbastanza confortato – si fa per dire –, in questo, dalla sensazione piuttosto netta che non vi sia mai una retorica di solidarietà o di giustizia sociale, bensì sempre un Noi-contro-Loro; non c’è un’ingiustizia sistemica: c’è qualcuno che ruba i miei soldi; non c’è un problema di povertà: c’è qualcuno che mette le mani nel mio portafoglio, e così via. Noi-contro-loro: dove loro è lo stato, ovvero i politici, oggi, o domani chi fa un lavoro di testa, gli insegnanti fannulloni, ovvero tutti coloro che mi trattano da pigro mentale e vogliono farmi credere che la realtà è complessa e che serva studio e riflessione mentre io so che tutto ciò che non è quantificabile in danaro è soggettivo o “per natura”, e quindi questa è gente pagata per pensare, cioè pagata per fare niente e non vuole rinunciare a questo assurdo privilegio, e quindi sono dei ladri, e vogliono pure che mi preoccupi per i diritti di tizi che vogliono fare i diversi a tutti i costi e nessuno che si preoccupi dei miei, di diritti, delle tasse assurde che pago, mentre c’è chi vive senza lavorare, come i politici, come gli statali, come gli zingari, come i disoccupati, come i poveri: gente che fa roba non monetizzabile, o persone non monetizzabili, sprechi, inutili rifiuti umani, consumatori di tasse, ladri, ratti.

4. Ragionamenti sotterranei: «Un esercito di fannulloni vuole farci credere che la realtà è multidimensionale e complessa, ma noi sappiamo che la realtà è semplice e quantificabile, e che il resto è soggettivo o “per natura”, e sappiamo che qualsiasi tentativo di convincerci del contrario è mirato al mantenimento degli ingiusti privilegi di chi lo compie. Ma se la competenza di questi fannulloni è competenza del non quantificabile, cioè del soggettivo, cioè del nulla, che serve solo a mascherare il loro mangiare a sbafo, la nostra competenza tecnica è tecnicamente sufficiente e la nostra incompetenza nel loro campo diviene magicamente competenza morale: diversamente da loro io non mi nascondo dietro una presunta complessità; traduzione: miro al sodo, trovo subito la soluzione perché non punto a sonnecchiare sulla poltrona – la soluzione è facile, fanno finta di non trovarla perché preferiscono dormire – quindi io non frego, non rubo, sono pulito, sono trasparente, sono migliore, sono una persona per bene».

5. Spettacolarizzazione. Teatrocrazia.

6. Quando qualcuno chiede perché si parli di fascismo, trovando il termine improprio o esagerato, gli si risponde con la storia dell’apertura a Casa Pound. Ma quella è un sintomo, è una conseguenza di qualcosa che sta già, secondo me, nei punti precedenti che ho toccato, ovviamente con tutte le sottocartelle e i reticolati che si portano dietro e che qui non ho affrontato direttamente. Il problema è che anche il dover parlare di Casa Pound per esemplificare la questione significa che le caratteristiche accennate nei punti precedenti non sono più leggibili e decodificabili, che nemmeno la nozione di fascismo come forma mentis è patrimonio comune; e dire che forse, ormai, abbiamo anche del materiale per complicare la definizione di Ur-Fascismo.

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2 commenti a “Brainwashball”

  1. chik67 ha detto:

    La scomparsa delle ideologie ha sicuramente un grosso ruolo in questo. Se ti rivedi un dibattito politico degli anni ’70 vedrai che tra gli interlocutori si mette in atto uno sforzo dialettico mica da poco: ognuno deve decostruire l’ideologia dell’altro, metterne a nudo le contraddizioni, trovare le conseguenze nefaste di un ragionamento. E deve costruire la propria in maniera più blindata possibile rispetto a questo.

    Confrontalo con Report, un programma Tv che pure a me piace, che ha un suo ruolo, ma che è diventato un esempio per certi versi nefasto. Lì c’è solo un simulacro di logica. L’errore deve essere autoevidente, non deve necessitare di ragionamento. Il “male” deve raccontarsi da sè. Ancora più evidente il processo se guardi “le Iene” o “Striscia la notizia”.

    Il ragionamento è troppo complesso per essere rappresentato; ciò che può essere rappresentato deve spiegarsi da solo, cogliersi nei primi tre secondi da quando lo evidenzio.

    Noi-contro-loro da questo punto di vista è una conseguenza: è la più efficiente forma narrativa che rappresenta l’assenza di ragionamento.
    Anche il “mio portafoglio” è una forma di narrazione, assolutamente funzionale alla semplificazione estrema, perché vuole accendere la reazione emotiva a discapito del ragionamento.

    “Va a leggerti il programma” vuol anche dire che qualcuno lo sforzo logico l’ha fatto, mi fido che l’abbia fatto, perché non ho voglia di accendere il mio pensiero, e confido nel fatto che sia uno sforzo logico ammantato di una tale forza da essere, di nuovo, autoevidente. Non voglio pensare io, sono abituato ad altri che pensano per me e non vorrai VERAMENTE cercare di ragionare con me?

    Son abbastanza preoccupato.

  2. jacopo nacci ha detto:

    Anche oggi ho avuto la conferma, Chik. Purtroppo.

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