Archivio della categoria ‘Campionamenti’

Tu sei un altro

jacopo nacci, 11 gennaio 2012

Sabato alle 16.30 alla Biblioteca San Giovanni, a Pesaro, Demetrio Paolin e io presentiamo La seconda persona, poi Demetrio legge un inedito, o forse due.

Questo invece viene da La seconda persona:

Demetrio Paolin, La seconda personaTu non parli mai veramente con nessuno. Tu sei un altro, l’altro te: il fantasma, quello che nutre le parole, che tradisce e scopa con chiunque, che piange e muore ogni volta. E se risorge è solo per scherno. Tu sei il compagno grigio pallido come l’inverno sfinito, quello violento, colui che non ama teneramente, ma possiede, che impone il suo seme alla gente, che lo espone alla terra.
Tu non sei quello che ci si aspetta da te.
Chissà cosa si aspettava, tua madre. Quale segreto teneva nel cuore nei pomeriggi davanti al sussidiario? Non eri tu, ma sembrava normale, per una donna, figliare. Ecco, ti penti di non averglielo mai chiesto, di non averle mai detto: ma tu che figlio pensavi di avere?
Forse voleva un figlio diverso, opposto a quello che sei tu. È questa stoffa di delusione, mai detta, che lega te e tua madre: il non essere stato mai quello che lei desiderava. È cretina questa cosa, ma ti rimane nella gola: non sei mai quello che gli altri vogliono per te, e viceversa, tu sei sempre altro rispetto a quello che sei veramente. Chiunque si attende da te una determinata cosa, tua madre, tuo padre, tua sorella, la persona che ami, e tu non sai chi sei veramente: c’è il tuo fantasma, che se ne esce come un fiotto di notte, e provoca danni e ferisce. E nei loro occhi vedi quello che non sei. Tu gli vorresti cantare: mi fa disperare il pensiero di te e di me che non so darti di più. È in questa mancanza che tu esisti, è solo nel tuo non-essere-niente-di-quello-che-loro-vogliono che puoi essere.

Qui si può leggere un altro estratto dallo stesso libro.

Con tutte le forze

jacopo nacci, 20 dicembre 2011

Pier Vittorio Tondelli (1955 - 1991)

«Noi semplicissimi e non graduati cittadini continueremo a lavorare, cercando con tutte le forze di impedire ai freak della politica di invadere anche la nostra intimità, di corrompere la nostra capacità di fare progetti, di sentirci legati agli altri».

Νοῦς

jacopo nacci, 18 dicembre 2011

Nicola Ciccoli su Dreadlock

jacopo nacci, 4 novembre 2011

Scrive Nicola Chik67 Ciccoli su Anobii a proposito di Dreadlock:

Giulio Giordano, Dreadlock

Dreadlock visto da Giulio Giordano

Credo che sia istintivo pensare che questo racconto lungo sia, in qualche misura, già un fumetto. Scritto in parte come una sceneggiatura, per scene corte che sono già immagine o gruppo di immagini, con un’attenzione spasmodica alle inquadrature, ai punti di vista, spesso sghembi, con dialoghi incastonati tra cambi di macchina da presa. Un fumetto di supereroi in salsa italiana, anzi in salsa studenti fuorisede a Bologna, una cosa che a me gela sempre il sangue, convinto come sono che non si possa raccontare nulla in maniera significativa ambientandolo in quel contesto.
Però, superato lo sconcerto per l’ambientazione, abituato l’occhio ai cambi di scena, e l’orecchio a certe peculiarità di linguaggio, ci si ritrova belli belli incuriositi.
Di cosa parla questa storia? Un supereroe che scopre di non bastare al mondo, di non riuscire a salvare il mondo? Anche ma non solo. La parabola di Matteo è una parabola umana, la costruzione di una nuova chiarezza nello sguardo, il tentativo di districarsi da un mare di merda (si può dire merda su Anobii?) in maniera vincente.
Poco chiaro, eh?
Un conte philosphiques rastafariano. Immerso nell’Italia di oggi.
Jacopo, porcaccia la miseria, fortuna che è corto e lo posso rileggere quando voglio. Ad ogni riga la sensazione che ci sia ancora qualcosa da capire, in più.
(io, forse, ma solo forse, ci avrei messo qualche cosa in meno)»

 

Il sito di Giulio Giordano, l’autore del ritratto.

 

Il modo in cui s’inginocchiavano

jacopo nacci, 3 ottobre 2011

Da “L’argine delle abitudini”, in L’ora migliore e altri racconti, di Simone Ghelli:

Simone Ghelli, L'ora migliore

«Abbandonò il suo film preferito – perché quel viaggio era sempre in qualche modo lo stesso film: guardava le stesse cose e si atteneva agli stessi limiti proprio come se ci fosse sotto un calcolato lavoro di taglio e di montaggio – per buttare uno sguardo fuori del suo campo visivo. Lungo l’argine di destra, sul limitare di una piazzola di sosta, colse quello stesso riverbero sul filo argentato che addobbava un piccolo abete sistemato in un vaso. La croce di ferro che spuntava da una selva di mazzi di fiori la notò subito dopo, ma a causa della velocità non poté scorgerne i particolari – da un punto di vista spaziale della composizione l’albero veniva dopo e dunque dovette ruotare la testa all’indietro per quanto gli fu possibile, cioè senza abbandonare del tutto la visuale della strada.

(continua…)

Il peggiore tradimento possibile

jacopo nacci, 29 luglio 2011

Simone Weil

Fino a quando non troveremo la possibilità di evitare questa oppressione degli apparati sulle masse nel corso della produzione e del combattimento, ogni tentativo rivoluzionario avrà qualcosa di disperato. Infatti, mentre ci è noto di quale sistema di produzione e di guerra noi agogniamo con tutte le nostre forze la distruzione, ignoriamo quale sistema accettabile potrà prendere il suo posto. D’altra parte, qualunque tentativo di riforma appare come puerile nei confronti delle necessità cieche implicite nel funzionamento di questo, mostruoso ingranaggio. La società del presente assomiglia a una immensa macchina che afferri gli uomini e di cui nessuno conosca le leve di comando; e coloro che si sacrificano per il progresso sociale assomigliano a gente che si aggrappi alle ruote e alle cinghie di trasmissione nell’ansia di arrestare la macchina, facendosene a loro volta stritolare. Ma l’impotenza in cui ci si trova a un dato momento, impotenza che non deve essere mai considerata come definitiva, non può dispensare dal rimanere fedeli a se stessi, né scusare la capitolazione davanti al nemico, di qualunque maschera si copra. Comunque si travestano linguisticamente il fascismo e la democrazia o la dittatura del proletariato, il nemico capitale resta l’apparato amministrativo, poliziesco e militare; un nemico non identificabile con quello che ci sta di fronte, identificabile perché si presenta come nemico dei nostri fratelli, bensì è il nemico che dice di essere il nostro difensore, mentre ci rende schiavi. In qualunque circostanza il peggiore tradimento possibile consiste sempre nell’accettare la subordinazione a questo apparato e nel calpestare in se stessi e negli altri, per servirlo, tutti i valori umani.

Simone Weil, “Riflessioni sulla guerra”, Incontri lbertari
Traduzione di Maurizio Zani

Alla pari con se stessi

jacopo nacci, 28 giugno 2011

Theodor W. Adorno

Pianta di serra. Si parla spesso di precoci e di tardivi, quasi sempre con un segreto augurio di morte per i primi; ma il discorso non regge. Chi matura presto, vive nell’anticipazione. La sua esperienza è aprioristica, una sensibilità che è presentimento, e saggia in immagini e parole ciò che solo più tardi sarà corrisposto in cose ed uomini. Questa anticipazione, saziata per così dire in se stessa, allontana dal mondo esterno e presta facilmente al rapporto con quest’ultimo un carattere nevrotico e infantile. Se il prematuro è qualcosa di più che il possessore di alcune abilità, è costretto in seguito a mettersi alla pari con se stesso: un obbligo volentieri presentato dai normali come un dovere morale. Egli deve conquistare faticosamente, al rapporto con gli oggetti, lo spazio che è stato occupato dalla sua rappresentazione: e deve apprendere perfino a soffrire. Il contatto col non-io, che, nei cosiddetti tardivi, non è mai disturbato dall’interno, diventa un bisogno per il precoce.

(continua…)

1984 Wireless Edition

jacopo nacci, 19 maggio 2011

Da Cari grillini, l’uomo discende dalla scimmia o da Ambra Angiolini?, di Matteo Pascoletti.

Se il messaggio che si diffonde è “per fare politica, basta avere una connessione internet e chiedere a chi ne sa più di noi”, non si sta per caso chiedendo a chi legittimamente e lodevolmente vuole fare politica in modo attivo di essere un burattino, e di essere un burattino tanto più bravo quanto più capace di fare ciò che viene suggerito? Perché uno potrebbe ricevere, durante la riunione di consiglio comunale, un cattivo suggerimento, ma se non ha competenze in materia non può verificare, ragionare sui pareri che riceve, e allora che facciamo? Se fidàmo perché tanto in rete sono tutte brave persone, mentre i cattivi non usano il pc? Nel dubbio basta dimostrare (sfoggiare) di saperne più dei presenti, avere ragione per mancanza di argomenti altrui? Qual è il punto, che per amministrare non serve essere competenti, basta avere a che fare con “colleghi” (la casta… buuu, abbasso, vaffanculo) più ignoranti? Ma così non esiste una realtà, un mondo oggettivo con cui fare i conti, un mondo fatto di complessità, di problemi, di possibilità che vanno indagate. Così esiste la semplificazione permanente in assenza di verità: se ho ragione allora quel che dico è vero, e se ho una connessione internet e un portatile riesco a decidere che cosa sia vero e che cosa sia falso. Il punto è la velocità nell’ovviare alla propria ignoranza, e la lentezza degli altri nell’ovviare alla propria: non è mai la ricerca del vero. A me pare “1984 –wireless edition”.

Qui l’articolo integrale di Matteo Pascoletti.

Girato al contrario

jacopo nacci, 18 maggio 2011

Un estratto da La seconda persona di Demetrio Paolin:

Demetrio Paolin, La seconda personaIl caffè nella macchina sale e copre il rumore dell’acqua. Sei circondato dall’acqua, lui è in bagno a farsi la doccia e fuori piove. Tu abiti in un bel quartiere, ti dici mentre guardi dalla finestra con la tazzina in mano. Il rosso dei coppi, le antenne e i balconi che ti circondano hanno assunto le sembianze di persone care. Parli ai tetti, ai lampioni e alle vie come da piccolo facevi con le macchine e i robot. A loro ti rivolgi quando un incubo ti spaventa e ti svegli nel pieno della notte. Anche ora cerchi in questi pezzi di città incarnata una possibile soluzione a quello che è successo.
Lui si è alzato e ti ha detto: ora ci vuole una bella doccia. Non ha aggiunto altro, come se fosse un fantasma o un automa con la sua faccia e le sue sembianze. Credi sia tutto dovuto alla pioggia – che batte con ritmo ineguale, che senti scrosciare dalle grondaie, che picchietta sugli ombrelli delle persone, che sembra ti entri dentro, fin nell’intimo.
Ma non lava, questo pensi; questa pioggia non lava niente, non pulisce, anzi, complica le cose. È la disperazione delle madri che devono pulire i pavimenti, la noia di chi è in giro per lavoro o per compere e deve trovare un posto dove stare finché non spiove. Acqua che non lava, ma anzi sporca – sorta di universo capovolto. Quello che è accaduto ha messo a soqquadro il mondo, lo ha girato al contrario: lo storto s’è raddrizzato, il dritto curvato e la pioggia non ha purificato ma reso lercio tutto.

(continua…)

Né il giorno né l’ora

jacopo nacci, 11 maggio 2011

Timothy White, Catch a Fire

In primavera, però, Issels annunciò che non poteva fare altro. Marley venne riportato a Miami. Fece promettere a David Steinberg, suo avvocato, che non avrebbe avuto pace finché la sua famiglia non avesse posseduto i diritti di tutte le sue canzoni. “Non piangere, mamma” disse poi a Ciddy: “starò bene. Sono andato a preparare un posto.” Morì l’11 maggio 1981 subito prima di mezzogiorno, quaranta ore dopo aver lasciato la Baviera.
In quel momento, a Kingston, Judy Mowatt sedeva nella veranda della propria abitazione quando il cielo venne scosso da tuono fortissimo; un fulmine attraversò la finestra aperta e rimbalzò su una foto incorniciata di Bob. Terrorizzati, i suoi bambini si misero a piangere; dopo averli calmati, Judy accese la radio e sentì annunciare la notizia della morte di Marley.

(continua…)