Archivio della categoria ‘Dimanche’

Lundi

jacopo nacci, 6 maggio 2013

Simone Weil

Perdonare. Non si può. Quando qualcuno ci ha fatto del male, si creano in noi determinate reazioni. Il desiderio della vendetta è un desiderio di equilibrio essenziale. Cercare l’equilibrio su di un altro piano. Bisogna andare da soli fino a quel limite. Là si tocca il vuoto. (Aiutati che il ciel ti aiuta…)

Tragedia di coloro che, essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini; e si degradano.

Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto sovrannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile.

Una persona amata che delude. Gli ho scritto. Impossibile che non mi risponda quel che ho detto a me stessa in nome suo.
Gli uomini ci debbono quel che noi immaginiamo ci daranno. Rimetter loro questo debito.
Accettare che essi siano diversi dalle creature della nostra immaginazione, vuol dire imitare la rinuncia di Dio.
Anch’io sono altra da quella che m’immagino essere. Saperlo è il perdono.

Da La pesanteur et la grace, di Simone Weil.
Traduzione di Franco Fortini.

Dimanche

jacopo nacci, 7 aprile 2013

423. Nel grande silenzio. Ecco il mare, qui possiamo dimenticare la città. È vero che proprio in questo momento si sente ancora strepitare le campane dell’Ave Maria, – è quel sussurro cupo e folle, eppur dolce, al crocicchio del giorno con la notte, – ma solo per un istante ancora! Ora tutto tace! Il mare si stende pallido e scintillante, non può dire parola. Il cielo offre il suo eterno, muto spettacolo serale con rossi, gialli, verdi colori, non può dire parola. I piccoli scogli e catene di roccia che scendono nel mare, come per trovare il luogo dove si è più soli, non possono dire parola. Questa immensa impossibilità di parlare, che ci coglie all’improvviso, è bella e agghiacciante: ne è gonfio il cuore. O ipocrisia di questa muta bellezza! Quanto bene saprebbe parlare, quanto male anche, se volesse! Il nodo della sua lingua e la sua dolorosa felicità nel viso è una malizia per deridere la consonanza del tuo sentire! Sia pure! Io non mi vergogno di essere lo zimbello di tali potenze. Ma ho compassione di te, natura, perché devi tacere, anche se è soltanto la tua malvagità ad annodarti la lingua: sì, io ti commisero a cagione della tua malvagità! Ah, si fa ancora più silenzio e ancora una volta mi si gonfia il cuore: lo atterrisce una nuova verità, neppure esso può dire parola. Anch’esso deride, se la bocca getta un grido in questa bellezza; esso pure gode la dolce malvagità del tacere. Il parlare, anzi il pensare, mi è odioso: non odo forse, dietro ogni parola, ridere l’errore, l’immaginazione, lo spirito dell’illusione? Non devo irridere la mia pietà? Irridere la mia irrisione? O mare! O sera! Voi siete cattivi maestri! Voi insegnate all’uomo a cessare di essere uomo! Deve abbandonarsi a voi? Deve diventare come voi ora siete, pallido, scintillante, muto, immenso, riposante su se stesso? Eccelso sopra se stesso?

Friedrich Nietzsche, Aurora – pensieri sui pregiudizi morali
traduzione di Ferruccio Masini

Dimanche

jacopo nacci, 2 ottobre 2011

Max Scheler

Ciò che è nuovo, «inusitato», nel rapporto emozionale di Francesco con la natura è il fatto che i prodotti e i processi della natura hanno un senso espressivo proprio, senza una relazione allegorica con l’uomo e con le situazioni umane in generale. Che anche il sole, la luna, il vento, ecc. che non hanno alcun bisogno dell’amore caritatevole e compassionevole, vengano salutati ed esperiti dall’anima come fratelli e sorelle; che le creature, anche nel loro contesto metafisico (e solo con l’inclusione dell’uomo), vengano rapportate immediatamente al loro Creatore e «Padre» come esseri esistenti per sé ed anche (in rapporto all’uomo) del tutto indipendenti nel loro valore: è questo l’elemento nuovo, sorprendente, straordinario, antiebraico, nell’atteggiamento del Santo.

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Dimanche

jacopo nacci, 10 luglio 2011

«Il Creatore fece i sensi proiettati verso l’esterno: essi vanno al mondo della materia esteriore, non allo Spirito interno. Ma un saggio che vide l’immortalità guardò all’interno di se stesso e trovò la sua Anima.
Lo stolto corre in direzione dei piaceri apparenti e cade nelle trappole della morte che tutto abbraccia. I saggi, al contrario, hanno trovato l’immortalità e non cercano l’Eterno nelle cose che svaniscono.
Questo, attraverso cui noi percepiamo colori e suoni, profumi e baci d’amore; solo attraverso il quale possiamo raggiungere la conoscenza; attraverso il quale possiamo essere consapevoli di qualcosa:
Questo, in verità, è Quello.

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Dimanche

jacopo nacci, 3 luglio 2011

La posterità dell’Adamo terreno fu numerosa e completò (la terra); produsse in se stessa tutte le conoscenze dell’Adamo psichico. Ma (quanto) al tutto era nell’ignoranza.
Allora io proseguo: quando gli arconti videro che egli e quella che era con lui vagavano nell’ignoranza, come gli animali, se ne rallegrarono molto. Ma allorché capirono che l’uomo immortale non solo non li avrebbe trascurati, ma che essi avrebbero temuto anche colei che si era fatta albero, rimasero costernati; dissero: «Non sarà costui il vero uomo che ci ha accecato e ci ha fatto conoscere quella che fu contaminata e gli assomigliava, per poterci vincere?». Tennero allora consiglio i sette (arconti). Andarono timorosi da Adamo ed Eva; dissero a lui: «Tutti gli alberi che si trovano nel paradiso sono stati creati per voi, mangiatene i frutti ma guardatevi dall’albero della gnosi; non mangiatene. Se ne mangerete, morirete». Instillata loro una grande paura, se ne ritornarono alle loro potenze.
Venne, allora, colui che è più saggio di tutti loro, chiamato «la bestia». E quando vide l’immagine della loro madre Eva, disse a lei: – Che cos’è che vi ha detto dio: non mangiate dell’albero della gnosi? -. Lei rispose: «Ha detto: Non solo “non mangiatene”, ma: non toccatelo, affinché non moriate». Egli disse loro: Non abbiate paura! Non morirete. Sappiate infatti che se ne mangerete la vostra intelligenza si desterà e sarete come gli dèi, poiché conoscerete la differenza che c’è tra gli uomini buoni e i cattivi. Essendo invidioso, vi ha detto questo affinché non ne mangiate.
Eva ebbe fiducia nelle parole dell’istruttore. Guardò l’albero, vide che era bello, alto e lo desiderò; prese del suo frutto, mangiò, ne diede pure a suo marito, il quale ne mangiò. La loro intelligenza allora si aprì. Infatti, dopo che ne ebbero mangiato, la luce della gnosi li illuminò. Allorché si vestirono di vergogna, si accorsero di essere nudi e si innamorarono l’uno dell’altra. Quando videro quelli che li avevano plasmati, ne ebbero disgusto, perché avevano forma di animali; essi impararono molte cose.

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Dimanche

jacopo nacci, 19 giugno 2011

E’ vera Dimanche quando capisci che per trovare un punto d’appoggio devi perdere tutti i punti d’appoggio, uno dopo l’altro, fino all’ultimo.
Il vuoto.
Il vuoto è il punto d’appoggio.

Dimanche

jacopo nacci, 22 maggio 2011

Simone Weil

«Noi crediamo per tradizione, per quanto riguarda gli dèi, e vediamo per esperienza, per quanto riguarda gli uomini, che sempre, per una necessità di natura, ogni essere esercita tutto il potere di cui dispone» (Tucidide). Come un gas, l’anima tende ad occupare la totalità dello spazio che le è accordato. Un gas che si restringesse e che lasciasse un vuoto sarebbe contrario alla legge della entropia. Non succede così col Dio dei cristiani. È un Dio sovrannaturale mentre Geova è un Dio naturale.
Non esercitare tutto il potere di cui si dispone, vuol dire sopportare il vuoto. Ciò è contrario a tutte le leggi della natura: solo la grazia può farlo.
La grazia colma, ma può entrare soltanto là dove c’è un vuoto a riceverla; e, quel vuoto, è essa a farlo.

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Dimanche

jacopo nacci, 8 maggio 2011

Roberta De Monticelli

Tu sei per me il massimo valore, solo se il tuo essere è perfettamente compatibile con questa possibilità – con una spiegazione interamente naturale di tutto quello che esiste. Perché se non lo fosse, allora questa verità secondo noi possibile, concepibile, dovrebbe essere rigettata da chi crede in Te, prima di essere, sia pure all’infinito, accertata o respinta. Ma allora tu saresti l’ostacolo che si frappone fra noi e la ricerca di una verità, sia pure soltanto possibile. E allora superiore a Te sarebbe il Dubbio. Certamente fra consentire a Te e non volere alcun ostacolo fra noi e il vero, qualunque esso sia, se mai potesse esserci opposizione fra le due cose, io abbraccerei la seconda. Ma chi non lo farebbe fra i tuoi ammiratori? È inconcepibile e rivoltante che si possa «credere in Dio» contro la verità possibile.

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Mardi

jacopo nacci, 3 maggio 2011

Max Scheler

Non la colpa di cui si è pentiti, ma solo quella priva di pentimento ha il potere di determinare e vincolare la vita futura. Il pentimento uccide il nucleo vitale della colpa attraverso il quale esso procede. Esso sradica dal centro vitale della persona il motivo e l’azione, l’azione con la sua radice, e rende così possibile l’inizio libero e spontaneo, l’inizio verginale di una nuova fase della vita, che può scaturire dal centro della personalità, non più vincolata, proprio grazie all’atto di pentimento. Il pentimento realizza dunque un ringiovanimento morale. Forze giovani e ancora innocenti dormono in ogni anima. Esse però sono ostacolate, anzi, come soffocate, dall’erbaccia del peso della colpa, che durante la vita si è accumulata e concentrata. […] I buoni propositi, senza una coscienza della forza e della capacità di realizzarli che sia immediatamente connessa con l’atto del proposito, sono proprio quelli con cui è lastricata nel modo più invitante la «strada per l’inferno». Questo significativo proverbio si dimostra vero per la legge secondo la quale ogni buon proposito che non contiene in sé la forza necessaria alla sua realizzazione, non solo conserva la vecchia condizione di sofferenza interiore e tormento interiore dell’anima, dunque è superfluo, ma aggiunge alla persona in questa condizione un nuovo valore negativo, confermando e aggravando la condizione stessa. La via che conduce al massimo disprezzo di sé passa quasi sempre per i buoni propositi non realizzati, che non sono stati preceduti da un giusto pentimento.

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Dimanche

jacopo nacci, 24 aprile 2011

F. W. J. Schelling

Dio ha in sé un fondamento intimo della sua esistenza che, in quanto tale, lo precede come esistente; ma Dio è a sua volta il Prius del fondamento, in quanto il fondamento, anche come tale, non potrebbe essere, se Dio non esistesse actu.
Alla medesima distinzione conduce una veduta che parta dalle cose.
 Prima di tutto bisogna mettere interamente da parte il concetto di immanenza, in quanto con esso si deve esprimere un’inerte comprensione delle 
cose in Dio. Noi pensiamo piuttosto che il concetto del divenire sia l’unico adeguato alla natura delle cose. Ma esse non possono divenire in Dio, considerato assolutamente, poiché esse sono diverse da lui toto genere o, per parlare più giustamente, sono da lui infinitamente diverse. Per essere separate da Dio, esse devono divenire in un fondamento diverso da lui. Ma poiché nulla può essere fuori di Dio, questa contraddizione si può risolvere solo così, che le cose hanno il loro fondamento in ciò che in Dio non è Lui stesso, vale a dire in ciò che è il fondamento della sua esistenza.

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