Che si dia per scontato

Jacopo Nacci, 23 agosto 2009

Leiji Matsumoto, Arcadia

Non sembra più strano nulla, neppure il fatto che oramai chiunque assuma dosi poderose di ansiolitici, che l’insonnia sia per gli italiani il fattore numero uno di destabilizzazione nervosa, che le coppie non durino abbastanza da diventare famiglie – tanto che ormai nelle scuole italiane ci sono più alunni di origine straniera (e vivaiddio che ci sono almeno loro, sennò gli insegnanti se ne starebbero a casa) che di italiani – che in genere si registri un aumento esponenziale di reattività emotiva nella sfera affettiva, mentre la resilienza nella sfera lavorativa è oramai da considerarsi patologica.

[…]

Le radici della cultura italiana affondano nell’esclusione, nella pratica di consorteria, nell’infamia. La situazione attuale non si può considerare una cacciata implicita? Noi si resta qui, ma qualcuno ce l’ha chiesto forse? Arrivano segni tangibili per cui la nostra presenza di intellettuali che potrebbero contribuire in maniera efficace a svecchiare e migliorare questo Paese è effettivamente voluta da chi questo Paese lo governa? Per quanto mi riguarda il fatto che la presenza di molte menti eccellenti non venga, non dico notata, ma neppure a volte remunerata, e che si dia per scontato che un’intera generazione accetti di rimanere appesa al cappio di contratti capestro annichilendo il suo potenziale intellettuale, equivale ad una condanna in contumacia. Perché abbracciare con uno sguardo amoroso un organismo anaffettivo come quello che è diventato questo Paese? Quale investimento emotivo è quello che si chiede a chi può decidere di andarsene: rimanere in cambio di che?

Claudia Boscolo

Leggi il post intero su Scrittori precari.

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4 commenti a “Che si dia per scontato”

  1. utente anonimo ha detto:

    Dove devo firmare?

  2. EvaFutura ha detto:

    Il coltello del totalitarismo è sempre più affilato: oramai opera nei cervelli degli spettatori anziché nella carne dei professori. Niente tribunali internazionali niente spargimenti di sangue, un lavoro pulito: il valore dell’intellettuale semplicemente sparisce dall’ottica mentale del cittadino, anziché dalla scena del mondo. Argentina pret-à-porter, una novità del ventunesimo secolo, avrei la tentazione di pensare. Ma un governo è sempre e comunque la diretta espressione della mentalità del suo popolo in democrazia e i connazionali hanno più tristemente espresso col voto un mero dato di fatto: che poeti, professori e intellettuali all’Italia non sono necessari. Ma ancora meglio: che l’impegno di una vita a contribuire per il benessere comune non è un valore che appartiene a questo paese disfatto.
    Nella primavera del 2006 alla Sorbonne le barricate in fiamme esprimevano il dissenso e una nazione intera protestava a suon di scioperi generali contro la riforma CPE (contratto di primo impiego, i termini del quale tra l’altro impallidivano davanti alle nostrane leggi sul precariato, passate lisce e placide come un fiume tranquillo), introdotta dal governo Villepin, non solo gli studenti ma tutta la società civile era in rivolta. Tutto il castello del neoliberismo e l’ideologia precaria era messa in discussione da una nazione presente a se stessa il cui governo, di destra, ha ascoltato ed accolto col ritiro della riforma. Ma che vogliono gli italiani? Si preoccupano di politica solo quando rischiano che il vicino gl’invada il giardinetto, o quando c’è la possibilità di allargarlo, nei più fortunati.
    Non scordo le parole che sentii da Claudio S., amico argentino, (sei anni di carcere in argentina, perché studente attivista, e vivo per la tenacia d’una madre combattiva), alla figlia decenne:
    “E’ assurdo per un uomo disinteressarsi alla politica, perché la politica sei tu, siamo noi, è tutto ciò che ci circonda”.
    Ma chissà che cosa intendono gli Italiani con “politica”. Probabilmente la noia dei dopocena passati davanti alla tv.

  3. UnaStranaStrega ha detto:

    io speravo, lo ammetto, che questa crisi servisse a tornare alle clave. sbagliavo, ovviamente.

  4. utente anonimo ha detto:

    Eva, hai detto bene: “da una nazione presente a se stessa”. Questo è il cuore del problema.

    Grazie Jacopo per avere continuato anche qui la discussione.
    Claudia B.

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