Concezioni altissime

jacopo nacci, 21 aprile 2010

Hiimelectric, Television, 2007

Su Il Fatto Quotiano è stato pubblicato uno scambio epistolare tra Nicola Lagioia e Antonio Ricci (la sequenza è: articolo di Lagioia, lettera di Ricci, lettera di Lagioia); lo scambio è riportato da Minima et moralia qui.
Nella lettera di Ricci si leggono tre argomenti.


Il primo argomento è che «se la televisione è l’oggetto da decostruire, la scelta più efficace è cercare di demolire il genere televisivo che più di tutti gli altri chiede, ottiene credibilità, e si propone come contrario della finzione, come “finestra sul mondo”: l’informazione». Nella sua risposta alla risposta di Ricci, Lagioia porta un argomento empirico: «se il compito di Striscia la Notizia fosse davvero lo smascheramento della finzionalità televisiva, come tu non puoi che raccontarci e raccontarti per questioni di sopravvivenza emotiva, oltre vent’anni di programmazione con ascolti altissimi avrebbero dato come risultato un pubblico televisivo consapevole, responsabile, di un livello culturale accettabile, e non quel bacino di share composto da delatori frustrati, aspiranti veline, casalinghe in stato confusionale che si riversa poi nel bacino elettorale coi risultati che sappiamo».

Il secondo argomento è «Nessuno al mondo ha mai conosciuto un fascista dubbioso e ironico». Nella sua risposta alla risposta di Ricci, Lagioia fa notare che «la lingua del fascismo contemporaneo è al contrario una lingua eminentemente pubblicitaria: ironica, elementare, suadente. Berlusconi racconta barzellette».

Il terzo argomento è «Striscia da sempre ha dato voce ai consumatori, ai più deboli, agli handicappati», dove ancora una volta si esula dal punto della questione, cioè quanta parte del messaggio è determinata dal mezzo e dalla forma dell’espressione, per richiamare l’attenzione sui contenuti; Ricci non tiene conto o non vuole tenere conto del fatto che già nel suo primo articolo Lagioia poneva una questione di linguaggio e non di contenuti quando scriveva «ritengo che l’opera televisiva di uno come Antonio Ricci sia ad esempio una fedele e magari anche inconsapevole espressione del fascismo del mondo dei consumi: usa lo stesso linguaggio».

A questi tre argomenti sono dedicate 825 battute della lettera di Ricci, che consta in totale di 2437 battute. Le rimanenti 1612 battute, quasi i due terzi della lettera, sono dedicate alla persona di Nicola Lagioia.

Di queste 1612 battute colpiscono due elementi: il primo è l’accusa di fascismo rispedita al mittente, e il secondo, strettamente legato al primo, è il registro della lettera di Antonio Ricci. In merito al primo elemento, rimando a questo sempre attuale campionamento da Contro la comunicazione, di Mario Perniola; in merito al secondo, non posso dire nulla di scientifico, ma ritengo che a molti che ne abbiano fatta esperienza quel registro ricorderà quello di centinaia di commentatori, di destra e di sinistra (non stupisce, a riguardo, che Ricci vanti una tessera onoraria dell’ANPI), che di fronte a ogni innalzamento del livello sollevano accuse di elitarismo intellettuale («anche se so che hai un’altissima concezione di te stesso»), che di fronte a ogni riflessione sul medium si aggrappano all’aspetto più superficiale del contenuto («Striscia da sempre ha dato voce ai consumatori, ai più deboli, agli handicappati»), che di fronte a ogni argomento attaccano la persona che lo ha avanzato, magari accusandola di cercare visibilità («il tuo tentativo di cercare espedienti per avere “un posto al sole”, una qualunque visibilità per promuovere il tuo successino librario»).

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