Cosa fa il razzismo a una testa

jacopo nacci, 15 aprile 2011

Sul marciapiede su cui sto camminando si affaccia una pizzeria al taglio. Tra poco ci finirò davanti. Intanto, da dove sono, ci vedo entrare un africano; subito dopo ci vedo entrare una coppia di italiani, anziani; infine la raggiungo anche io, la pizzeria, ed entro.
La ragazza al banco sta parlando con i due signori anziani, l’africano è a fianco, un po’ più indietro, e la fissa; tiene davanti a sé, nel palmo della mano sinistra, un mucchietto di monete, che sfiora con l’indice e il pollice della mano destra.
Guardo la ragazza del banco formulare il prezzo ai due signori anziani e porgere loro due pezzi di pizza; intanto mi getta uno sguardo, come a dire “arrivo”. Avverto in me una vibrazione familiare, un crescendo di disappunto che tra poco diventerà rabbia sorda. Adesso, penso, non appena avrà finito con loro, la ragazza del banco domanderà a me cosa voglio, e io le farò notare, cercando di reprimere il tremolio nervoso che avrò nella voce, che non c’ero prima io, e dicendo questo spero di farle notare, anche, che non c’erano nemmeno prima loro.
Ma la ragazza saluta i due signori e non mi domanda niente, non mi guarda nemmeno: rientra nel cucinotto, apre lo sportello di un piccolo forno e prende un trancio di pizza, torna, e lo porge all’africano, che in cambio le dà gli spiccioli raccolti dal palmo della mano. La ragazza sorride, ringrazia, saluta. L’africano sorride, ringrazia, saluta.
La ragazza mi guarda, sorride, mi chiede cosa desidero, e io penso a quanto sono razzista verso gli italiani.

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