Cosa fa Omar Fantini (parte prima)

Jacopo Nacci, 23 novembre 2009

“Come sono i tuoi coinquilini?”
“Boh… Tranquilli… Non so.”
“Di qualcosa parlerete!”
“Perché, noi di cosa parliamo? Iacopo, ti ricordi quando il Mella disse ‘certo, noi non si parla mai di nulla di serio, ma almeno neanche di calcio, marche o vestiti‘?”
“Magari aveva ragione, ma è diverso: tra noi è vero che non si parla granché dei cazzi nostri, delle cose importanti, però con le altre persone ci abbiamo sempre parlato. Mica siamo autistici. Via, di qualcosa parlerete!”
“Di cartoni animati.”
“Sono appassionati di anime?”
“No, no, non di quelli di ora… Parliamo di quelli vecchi, tipo Kenshiro, Yattaman, Georgie, Lamù, Fantaman, Arale, Paul & Mina…”
“Eh, vabbè, è come dire ‘ci parlo del tempo’… I vecchi cartoni animati giapponesi sono l’unica cultura condivisa della nostra generazione. […]”

Vanni Santoni, Gli interessi in comune

[Una volta in questo punto del post c’era un video ripreso da Colorado, una trasmissione Mediaset. Il video è stato poi cancellato da YouTube. Il protagonista era Omar Fantini, un comico il cui spettacolo consisteva sostanzialmente nel dire quanto sia fottuto nel cervello chi è cresciuto negli anni Ottanta, e questo a causa dei programmi tv cui si è sottoposto, programmi idioti la cui idiozia Fantini dimostrava con riferimenti stucchevoli alla polvere di Pollon e – immancabilmente – alla sessualità di Lady Oscar. Da qui in poi, questo post proseguirà come nella versione originale]

Il numero di atrocità interconnesse di cui si è reso responsabile Fantini può essere ragionevolmente considerato ostensione del filo sottile e adamantino che lega ogni male nel Male. Ciò che invece non è chiaro mai alle menti che non siano pregiudizialmente cospirazioniste o scettiche, ma che sono in ogni caso vittime d’overdose di rumore informativo, è se il singolo fenomeno sia il risultato di un disegno ordito da dominatori occulti o di un involontario stato generale dello spirito o di entrambi, e in caso secondo quale misura, suddiviso in quali parti e responsabilità, e se sono parti interne o parti esterne al fenomeno di volta in volta preso in esame, in questo caso, l’operare del singolo individuo. Se si tratti di trama o di riflesso è un dubbio che ormai, per chi vive in Italia, ricopre il ruolo che hanno  le domande tipo, in metafisica, se sia fondativa la materia o l’idealità o, in tema morale, se viga un rigido determinismo o il libero arbitrio. Domande fondamentali delle quali la risposta appare nondimeno imperscrutabile: noi, di fatto, oggi, sappiamo cosa fa Omar Fantini, ma non sappiamo chi è Omar Fantini, il che non gli risparmia un’analisi. Limitiamoci dunque a vedere cosa fa Omar Fantini:

Omar Fantini enuncia battute che non fanno ridere, muovendosi esse nello spettro che va dalla scoperta dell’acqua calda al gelo, il gelo consistendo di battute razziste e omofobe.
Ma v’è altro, e temo che la cosa sia più grave di quanto possa sembrare, e temo pure che il fatto che possa non sembrare grave non faccia altro che aumentare il coefficiente di gravità, che sia di fatto la misura maggiore della gravità, in ciò che Omar Fantini fa.
Tempo addietro ho parlato di immaginari, di generazioni, di timidezza e presa di distanza ironica. Nelle prossime sedute limiterò il discorso a due punti: il messaggio, la precisione.

Vai alla seconda parte.

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7 commenti a “Cosa fa Omar Fantini (parte prima)”

  1. utente anonimo ha detto:

    la primissima parte del video è bella, enuncia se stesso
    stendiamo un velo sul resto

  2. EvaFutura ha detto:

    La primissima parte del video è la cornice retorica di un quadretto in cui si distingue assai chiaramente che cosa da fastidio e che cosa no. La mentalità xenofoba e machista rischiava di essere messa in discussione dalla dignità che il singolo normalmente dovrebbe attribuire all’immaginario con cui è cresciuto, a cui poi dovrebbe seguire la fiducia e soprattutto IL RISPETTO della propria autonomia di giudizio e di quella altrui. Mediaset forma e distrugge coscienze a piacimento, mentre noi discutiamo ancora se quello che vediamo "ci piace".
    Ma svegliamoci!

  3. TomBombadil ha detto:

    Io di cultura condivisa non ho nemmeno i cartoni giapponesi, lo sai, che t’ho chiamato Mazinga invece di Goldrake e per poco non mi scomunichi, ih ih ih.

  4. utente anonimo ha detto:

    Però che cosce la Brescia…
    Mario Ballottelli

  5. utente anonimo ha detto:

    Hai ragione Jacopo: mai avremo parole più dure.
    Un campagna dell’odio studiata alla perfezione,in effetti altro che perdita di riferimento e dispersione nell’empirico: siamo di fronte alla più gretta scempiaggine del comico e del concetto, di fronte alla pura xenofobia, in qualunque forma si presenti.
    Anche Eva futura ha ragione: nel senso che Mediaset forma le coscienze da troppi anni ormai.
    E siccome, caro Jacopo, sei una fonte inesauribile di ispirazioni mi sono andata a rivedere sul tubo tutte le sigle dei cartoni animati con i quali sono cresciuta ( li guardavo dai canali pugliesi nonostante crescessi in Calabria): Sampei, Carletto il principe dei mostri, Yattaman, DevilMan e Pinocchio.
    Con Pinocchio eravamo quasi a ‘una furtiva larima’.
    Viva la facoltà critica del giudizio, basta che anche tra di noi si continui ad esercitarla.
    Evelina

  6. TomBombadil ha detto:

    Io invece pensavo che buona parte dei cartoni giapponesi andava in onda proprio sulle reti Mediaset (a quel tempo Fininvest, se non sbaglio) impacchettati dentro trasmissioni tipo Bim Bum Bam infarcite di pubblicità, con giovani conduttori in carriera (Bonolis) e pupazzi simil-muppets che ci hanno/avrebbero-dovuto educare al consumo acritico che, prodigio della propaganda, pare abbiano funzionato a meraviglia nella maggioranza dei casi. Adesso si corre ai ripari, dopo essersi resi conto che oltre alla catalizzazione dell’attenzione sulla pubblicità, i cartoni sono stati in grado di fare anche qualcosa di diverso, magari sviluppare un certo senso critico e alcune riflessioni un po’ troppo profonde? Li vogliono disinnescare?

    Avrei altre cose da dire, ma adesso non c’ho tempo… magari ci penserò su un altro (dio) Po.

    CIAO!

  7. jacopo nacci ha detto:

    «In Italia i cartoni animati hanno a disposizione una fascia oraria seguita soprattutto dai più piccini, perciò in nostro intento primario è quello di tranquillizzare i genitori sul fatto che ciò che i loro figli vedranno in TV rispetti certi canoni: il bambino deve essere tranquillo e sereno mentre guarda la televisione, non deve porsi domande strane sul significato di quanto ha visto e non deve essere turbato da situazioni imbarazzanti o violente. […] I nostri tagli e adattamenti non sono mai casuali, anche perché visionare una serie, invitare degli specialisti in psicoterapia infantile a esprimere i loro giudizi, reinventarci i nomi dei personaggi, ecc., richiede sforzi e soprattutto di carattere economico, non indifferenti: ci costerebbe molto meno acquistare una serie, doppiarla e mandarla in onda così com’è. Noi però non possiamo dimenticare il ruolo che le famiglie ci delegano nell’educazione dei minori e perciò questi nostri sforzi, che ai cultori possono sembrare addirittura controproducenti, sono un servizio supplettivo rivolto al pubblico dei minori. In secondo luogo, i cosiddetti ‘tagli’ sono molto meno consistenti di quanto certi fan affermino, e riguardano perlopiù serie che non compromettono il senso della serie: per esempio se sostituiamo con un fotogramma fisso la scena in cui un personaggio legge una lettera scritta in giapponese lo facciamo perché sarebbe insensato per la maggior parte del nostro pubblico trovarsi sul teleschermo un nugolo di ideogrammi indecifrabili. […] Ci sono anche rari casi di interi episodi eliminati, ma, ripeto, sono casi estremi e comunque ben motivati, per esempio quando tutto l’episodio raffigura scene e situazioni legate a riti religiosi diversi dai nostri, che creerebbero solo ansia e confusione nei bambini, oppure incentrati su usi e costumi incomprensibili per bambini italiani. […] Riguardo alla questione dei nomi cambiati, ribadisco che questo non è un problema delle sole serie giapponesi, ma anche di qualsiasi altro prodotto in cui i personaggi abbiano dei nomi difficili da pronunciare o da capire per i bambini: per esempio, Yu, la protagonista di Creamy, ha un nome semplice e l’abbiamo mantenuto inalterato, ma altri personaggi, anche in serie americane o francesi, hanno dei nomi tanto complicati che non abbiamo potuto far altro che cambiarli.»

    Graffiti Italia – Intervista ad Alessandra Valeri Manera, responsabile della fascia ragazzi delle reti fininvest, a cura di Federico Colpi e Francesco Di Sanzo, “Mangazine” n.30, dicembre 1993, Granata Press.

    Evelina, hai anticipato il tema del prossimo post, che a questo punto si può anche svolgere qui nei commenti: il fenomeno del siglismo e tutto il piagnisteo nostalgico che lo accompagna. Io posso capire che sigle italiane di venticinque anni fa mandino in trip una ragazza della tua età, almeno quanto capisco che gli scampoli irricostruibili degli sceneggiati della rai possano fleshare me; ma i trentacinquenni che cantano le sigle italiane alle cene di classe, ecco, questo mi pare un fenomeno contiguo al Fantini.
    Cosa è stato il palinsesto delle più importanti reti italiane negli ultimi trent’anni? Non parlo delle piccole reti private, che trasmettevano, con grande dignità, magari i capolavori della Tatsunoko o le grandi saghe di Tomino – spesso con le sigle originali, senza alto basso largo stretto e naso di legno cuore di stagno, e senza i nomi stravolti – né dell’atteggiamento tutto sommato serio della rai nei confronti di Goldrake, Heidi, Bia, Mazinga Z, Harlock, Maia. Parlo di ciò che è successo dopo, soprattutto attraverso le reti fininvest, come dice Tom.
    Che ruolo gioca ciò di cui parla Tom, ciò che tutte le reti hanno fatto, ma la fininvest più di tutte, nel fenomeno del siglismo?
    È normale che una persona che per trent’anni canta l’insalata di matematica non sappia chi sia Kabuto Koji? È normale che chi si voglia occupare di anime oggi non sappia o non voglia ancora distinguere tra il cartone animato giapponese e il delirio musicale italiano che gli viene costruito intorno? È normale che facciano ridere le battute sui campi da gioco lunghi chilometri e che si vada in giro con finte magliette da calcio con nomi americani inventati in Italia di personaggi giapponesi? Io non so, ma penso che, se uno sa chi è Kabuto Koji, tutto questo diventi automaticamente e fastidioso.

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