Cosa fa Omar Fantini (parte terza)

Jacopo Nacci, 1 dicembre 2009

Per questo motivo la poesia è più filosofica e più seria della storia, perché la poesia si occupa piuttosto dell’universale, mentre la storia racconta i particolari.
Aristotele, Poetica

Naturalmente è cosa sana attribuire valore di verità a una descrizione scientifica – e quindi consensuale – della realtà e attribuire un minor valore di verità alle più eterogenee immaginazioni. Questo di per sé, tuttavia, non significa negare il valore dell’immaginazione, della metafora, dell’opera d’invenzione. Nel momento in cui invece mi si dice che una cosa è stupida (anzi: è da stupidi) nella misura in cui non è una descrizione scientifica della realtà, si fa proprio questo: si nega valore di verità e valore in generale a ciò che non ha valore di verità strettamente scientifica, si attribuisce all’immaginazione, alla metafora, all’opera d’invenzione un disvalore.
Qui non si tratta, è chiaro, di non saper decodificare i registri, di attendersi da Holly e Benji una partita che duri novanta minuti e un campo regolamentare, di rimanere disorientati e increduli. Qui si tratta, meramente, di delegittimare quell’immaginazione che va al di là del verosimile. I Gem Boy fanno questo: trascinano il fantastico sul terreno della realtà e dicono “Ma mica è vero”. Anche Omar Fantini fa questo quando parla di Holly e Benji.


In altri termini, al di là del valore estetico e dei significati specifici veicolati dall’anime in questione (una concezione del tempo, del rapporto mente-corpo, della riflessione, della deliberazione, del significato che hanno gli eventi nella vita di una persona a prescindere dal mero risultato del gol), sono l’immaginazione stessa e le sue creazioni che qui vengono attaccate in nome di un principio di realtà, peraltro eccessivamente ristretto.
Che l’invenzione fantastica inviti a rinvenire metafore (o anche turbe dell’autore o di un popolo) e contribuisca quindi a sviluppare profondità nella decodifica, che favorisca il credito e l’empatia nei confronti delle percezioni e dei sentimenti di un’altra persona (ciò che accade quando vedo un Raoul alto cinque metri in certe scene di Ken), che possa scoprire archetipi generazionali, culturali o universali, tutto ciò è persino banale, tanto banale che appare abissale la piattezza che Fantini e i Gem Boy vorrebbero imporci usando la vergogna come deterrente.
La quale però implica anche che non solo si sia scoraggiati alla fruizione di opere di fantasia visionaria, ma anche alla loro produzione. Oltre che piatti, ci vogliono anche gretti.
Ora, quando invece l’immaginazione è educata da produzioni artistiche, essa è sospinta a inventare mondi coerenti, il che, laddove il pragmatismo è cieco, può essere anche un antidoto all’allucinazione collettiva e in generale alla schiavitù dell’apparenza, come accade sul piano politico o metafisico per Platone e su quello scientifico per Galileo. Cosa ci si aspetta da una generazione che fa dell’immaginazione oltre il verosimile (che spesso è solo il senso comune) un disvalore? Che non sia capace di scrivere il suo 1984, come minimo, con scrivere intendendo qui anche il solo narrarsi una storia puramente mentale, personale. Quando la sociologia non basta anzi frega, perché la sua divisione del continuum non trova più corrispondenza nei rapporti reali, ma essa offre tutto il conforto di ciò che è tradizionale, noto e pubblicamente accettato, allora si rende necessaria, oltre all’intuizione rispetto alla realtà, anche una buona dose di libertà immaginativa per svincolarsi dal racconto ufficiale della realtà.

Facciamo un esempio di immaginazione in questo senso. Immaginiamo una realtà sociale, economica e politica che, per una sorta di spinta interna o a causa dell’operato di oscuri manipolatori, evolvesse troppo rapidamente rispetto alle letture della realtà depositate nel senso comune. Immaginiamo che a una lettura inadeguata e fuorviante della realtà, basata su un vecchio senso comune e fornita per sedimentazione o per interesse dalle vecchie generazioni di cinquantenni e sessantenni, non si oppongano letture più intuitive e aderenti da parte di generazioni più giovani a causa del fatto che ogni immaginazione viene scoraggiata in partenza con la vergogna, indipendentemente da quali potrebbero essere i suoi risultati sul piano della comprensione della realtà, e a causa del fatto che le giovani generazioni hanno perso fiducia in se stesse in conseguenza della delegittimazione del loro immaginario (che magari in qualche caso esprimeva già una lettura della realtà proiettata nel futuro; e che magari in qualche caso ha ispirato scelte di chi, soldi alla mano e pelo sullo stomaco, il potere ce l’ha). Se in una data società, in un certo momento della sua storia, accade tutto questo, e se accade in una situazione drammatica che di tutto questo è sia causa sia conseguenza e che da tutto questo trae legittimazione e forza, dove trova questa società gli strumenti cognitivi per uscire dal suo momento buio?
Gem Boy e Fantini parlano come se la verità si opponesse all’immaginazione, parlano come se l’immaginazione non sapesse di immaginare ma fosse vittima delle proprie creazioni.  Ma cosa succederebbe se la “verità” cui quei signori si appellano fosse il prodotto mediatico di una realtà socioeconomica, e fosse insieme una lettura sballata di quella realtà socioeconomica, ovvero la sua proiezione illusoria e autoassolutoria? Succederebbe che paradossalmente la situazione si ribalterebbe, e le vittime sarebbero proprio coloro che si appellano a una “verità” piatta e senza via d’uscita (il Giappone non può vincere il mondiale), la quale diventerebbe in tutto e per tutto un’allucinazione, cioè un’immaginazione di cui non si è consapevoli e padroni, di cui si è oggetti, una fiaba raccontata dal potere, un’immaginazione che viene scambiata per realtà. E più vittime di loro sarebbero i rappresentanti di quella minoranza che fosse perfettamente in grado di cogliere l’aspetto illusorio della presunta “verità” e il carattere normativo e repressivo e mistificatamente necessario della realtà socioeconomica che produce la “verità”.
Qualora il soggetto fosse scoraggiato a immaginare, cioè anche a essere moderatamente e legittimamente paranoico, non si accorgerebbe mai che quella che chiama realtà è un’allucinazione. Per esempio l’allucinazione della stessa ideologia della pratica, assoggettata alla tecnica, come accade ad alcuni personaggi di Platania che attendono un ascensore invece che scendere due metri di scale o ti aprono il cancello solo se mostri un cartellino che hanno già veduto tre secondi prima.

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5 commenti a “Cosa fa Omar Fantini (parte terza)”

  1. EvaFutura ha detto:

    Ed è esattamente per questo che Ghost In The Shell e Innocence compaiono nella filmografia della mia tesi di laurea, accanto a Metropolis, Thais e Vita Futurista

  2. jacopo nacci ha detto:

    Paradossalmente la cosiddetta cultura alta o accademica ha, mi pare, pochi problemi ad accogliere i Ghost in the Shell e i Kenshiro; ha semmai il problema opposto, nel senso che dopo la svolta damsiana ogni riferimento contemporaneo va bene, senza distinzione tra opere di basso o alto livello (e a pensarci bene, forse, ciò accade comunque per una scarsa dimestichezza con i filoni che si vorrebbe includere).
    Quando nel ’63 Eco sdoganò i Peanuts nel mondo dell’intellighenzia, la cultura popolare aveva già accettato Braccio di Ferro e Nembo Kid. Non mi risulta che i trentenni di allora e anche di prima d’allora se ne vergognassero né che fossero indotti a farlo: di Superman esiste anche una versione autarchica fascista, Ciclone, pubblicata nel ’39 sugli "Albi dell’Audacia".
    Trent’anni fa mia madre era fierissima di Disney e non perdeva occasione per portarmi al cinema a vedere l’ennesima animazione. Conosco invece madri, mie coetanee, che oggi avrebbero riserve a far vedere ai figli un lungometraggio di Tezuka, che pure è parte della loro cultura, e preferiscono ripiegare sul solito Disney, ben accetto ai nonni. E questo mi pare un sintomo di mancanza di fiducia.

  3. EvaFutura ha detto:

    Relatore Chiar.mo Prof. : Nella sua filmografia, insieme a blade runner e metropolis, c’è questo ghost In the shell… (sott. "che cos’è?")
    EvaFutura : è un anime
    Relatore Chiar.mo Prof : …
    EvaFutura: un film d’animazione giapponese.
    Relatore Chiar.mo Prof : …
    EvaFutura: "un cartone animato giapponese"
    Relatore Chiar.mo Prof : ah! sì! vabbé…

    Considera che il dialogo aveva luogo nelle segrete dell’ufficio di un professore ordinario di letterature comparate, nonché letteratura italiana, nonché docente di storia del cinema e di elementi di regia. Saggista di critica letteraria, di teatro, storia del film e arti visive, antico pupillo di Carlo Bo, per chiarirci.
    Ma il punto non è il curriculum di cotanto accademico, tantomeno il suo scetticismo: il punto è il mantenimento della fiducia nel percorso che da Tekkaman conduce a Ghost In The Shell. Non pretendo dall’accademico una cultura sui film d’animazione giapponesi (fatti suoi), ma mi rattrista pensare che non vi sia continuità nei riferimenti di generazioni che ancora si parlano, e che i riferimenti dei più giovani siano spesso trattati con suffucienza dai più anziani. Tant’è che viviamo in Italia, della cui avanguardia futurista Aldo Palazzeschi diceva che "non poteva che nascere in Italia, paese volto al passato nel modo più assoluto ed esclusivo e dove è d’attualità soltanto il passato", per questo suppongo di sapere il perché di tanta contemporanea arretratezza…

  4. grandiavvilenti ha detto:

    Oh, a parte il bersaglio questi post su Fantini (poveraccio, è un guitto, una piccola rotellina del carrettino, non è lui che "fa cosa", io penso…) mi garbano molto.

  5. jacopo nacci ha detto:

    @EvaFutura,
    talvolta mi vien da immaginare che sia stato diffuso nell’aria un gas, più o meno quindici anni fa, in Italia. Un gas che ha convinto molti della generazione dei nostri genitori di essere gli ultimi sulla Terra ad aver diritto d’esser presi sul serio.

    @GrandiAvvilenti,
    mi rendo conto. Tanto che prima di tutto ho detto: questo non è un processo, è un’analisi. Di tutto ciò che accade qua è pressoché impossibile stabilire se chi lo fa accadere sia agente o agito, e se agente-di o agito-da una trama o se invece agente-di o agito-da uno zeitgeist. Di certo, quello che Omar Fantini fa, lo fa. Che lo faccia consapevolmente o meno o no, si manifesta in lui lo spirito dei tempi: ho infatti l’impressione che le ideologie fiutino naturalmente i particolari rilevanti, cosa vada attaccato, cosa vada promosso. A Fantini basta probabilmente aderire a una visione del mondo, per fare quello che fa.

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