De rerum paura (episodio 1)

Jacopo Nacci, 14 maggio 2007

Assume Callicle

Duemila e circa quattrocentocinquanta anni fa alcuni sofisti contestavano l’ipocrisia e l’artificialità delle leggi umane, denunciando la loro mancata analogia con le “leggi di natura”. Platone ci ha lasciato, nel Gorgia, un meraviglioso affresco di questa tendenza critica, personificata in uno dei più temibili avversari di Socrate: Callicle.
Secondo Callicle, superuomo antelitteram, la “legge di natura” è la legge del più forte, mentre la legge degli uomini è la legge dei deboli. Tanti e deboli. Nelle parole di Callicle si avverte chiara la distinzione tra la rettitudine e la devianza, tra la salute e la malattia, tra la forza dell’uomo ferino e la debolezza dell’uomo civilizzato. Le sue convinzioni nascono da un’osservazione dei fenomeni “naturali”, con particolare riferimento alle altre specie animali. Da questa osservazione, Callicle trae la conclusione che conformarsi alle “leggi di natura”, e quindi, secondo lui, alla “vera natura umana”, significhi, per l’individuo, perseguire la ricerca del proprio bene, che per Callicle equivale al piacere, con ogni mezzo che egli abbia a disposizione. Per Callicle in una condotta del genere non v’è nulla di immorale: è “natura”. Rispettare le leggi e la collettività è solo un modo per non avere guai, dato che, purtroppo, le leggi esistono.
La morale di Callicle si basa su tre assunti:
1) che vi sia una “natura della specie”: la ricerca dell’utile e del piacere;
2) che siano possibili altri comportamenti: il rispetto del debole, la rinuncia al piacere;
3) che sia una buona etica il conformarsi a questa “natura”.

L’assunto (3)

Ammettendo che (1) vi sia una “natura della specie” e che (2) da essa sia possibile scostarsi, l’unico motivo che può spingere un essere umano callicleo ad adattarsi a tale “natura della specie” è la soddisfazione che può trarne. Altrimenti non si vede – in assenza di imperativi categorici o indicazioni divine che effettivamente è dura rivelare nel mondo animale extra-umano – per quale motivo (3) l’individuo dovrebbe conformare una morale a uno stato di cose, cioè un dover-essere a un essere, cioè il suo comportamento alla “natura” della specie.
E di fatto, per Callicle, uscire dalla “legge di natura” e accettare quella degli uomini impedirebbe buona parte dei piaceri senza alcun motivo e questo è un buon motivo per seguire la “legge di natura”. Del resto, a lui, che ha delle pulsioni che lo spingono al piacere, obbedire ad esse non dovrebbe apparire come seguire una morale: a prima vista la morale di Callicle è l’assenza di morale, perché la morale di “natura”, per Callicle, è l’assenza di morale.
In effetti Callicle sembra aderire a quella che si definisce solitamente con l’espressione “etica naturale”, che è una ricerca di quali sarebbero – o quali sono state – le guide del comportamento umano in assenza di una morale del dovere. Con “naturale” si intende tutto ciò che è rilevabile dai fenomeni, dalle cose così come ci appaiono, senza interventi extra o soprannaturali. In filosofia si distinguono dunque due tipi di morale in corrispondenza di due usi diversi che facciamo della parola dovere, se come verbo o come sostantivo:
(a) il verbo “dovere” è il mezzo per il bene: devo mangiare il panino altrimenti casco per terra; devo rispettare la legge altrimenti mi accoppano; questa è a prima vista la morale di Callicle, dove il termine “morale” non indica appunto un dovere assoluto, un imperativo categorico, bensì una tecnica, una costruzione razionale atta a farmi ottenere, se la seguo, il massimo dalla vita;
(b) il sostantivo “dovere” è il fine: devo mangiare il panino perché è un mio dovere; devo rispettare la legge perché è un mio dovere; questa è la morale dove il termine “morale” indica un dovere assoluto, una configurazione da realizzare in conformità a un comando divino o comunque extra o soprannaturale; questa morale sarebbe scartata da Callicle e dai sostenitori di un’etica “naturale”, per un semplice motivo: è una morale, intesa come dovere, e, stando alla mera “natura”, essa non è giustificata.

Callicle, il moralista

Ma c’è un problema interpretativo in noi, o un problema logico nell’esposizione di Callicle: Callicle fa un assunto morale (3): sostiene che si deve seguire la “legge di natura” (ma come si potrebbe non seguirla, se è la “legge di natura”?), in altre parole Callicle comincia con (a), dopodiché passa a (b).
L’assunto (3) nasce dall’assunto (2), nel quale Callicle non è disposto ad accettare che ogni forma di piacere sia conforme a “natura”: per esempio l’omosessualità passiva, o il comportamento di un uomo che segue le leggi perché dal seguire le leggi trae piacere, per Callicle sono esempi di piaceri “non-naturali”. Dunque, per Callicle, tra ricerca del piacere e “legge di natura” non c’è, ontologicamente, una totale sovrapposizione, ed egli accetta una preminenza morale della “legge di natura” sulla ricerca del piacere. È solo a causa di questa supposta discrepanza tra “natura” e ricerca del piacere che è possibile fare l’assunto (3), solo creando una discrepanza è possibile costruirvi sopra un imperativo morale, cioè passare da (a) a (b): è la frattura nell’essere a rendere possibile un dover-essere. Ma di fatto, se io sono un omosessuale passivo, per la legge di Callicle(a) io ricerco il mio piacere in conformità alla mia “naturale” tendenza al piacere; se da ciò derivasse un qualche danno maggiore del piacere e io ne fossi perfettamente cosciente, Callicle(a) avrebbe forse un motivo “naturale” per credere che io stia deviando dalla “legge di natura”, cioè dalla ricerca del mio piacere¹. Ma se un tale danno non sopravviene, per quale motivo “naturale” dovrei seguire la morale del Callicle(b) che non identifica natura e piacere e conformarmi alla sua “legge di natura” limitando così il mio piacere?
Non può fare.

Nel prossimo post discuterò l’assunto (2)

¹ In realtà sarebbe posta in dubbio l’idea che la ricerca del piacere sia la “legge di natura”, oppure io potrei essere un masochista; tutto ciò sempre che sia possibile una discrepanza ontologica tra natura e realtà, cosa non affatto scontata che discuterò nei prossimi episodi.

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15 commenti a “De rerum paura (episodio 1)”

  1. anarcadia ha detto:

    Sono sempre interessanti (soprattutto non avendo io studiato filosofia in modo sistematico) questi temi, un po’ alla volta (vista la lunghezza ed il fatto che sono al lavoro) lo leggerò per bene. Intanto rimando a qualche riflessione che scrissi tempo fa su un argomento che mi pare abbia attinenza con il tema proposto da Jago.

  2. Alessia7 ha detto:

    Natura e piacere..piacere naturale..naturalmente, il problema è trovare la propria natura principio del piacere
    (cosa ho detto? ^_^)

  3. jacopo nacci ha detto:

    cosa ho detto?
    Ehm. Non ne ho la più pallida idea.

  4. Alessia7 ha detto:

    eheheh..invece di quello che hai scritto tu una pallida idea ce l’hai? ^_^

  5. jacopo nacci ha detto:

    All’incirca. Tu?

  6. Alessia7 ha detto:

    Non proprio..ma la parola “piacere” così spesso ripetuta basta a farmi piacere il post.. ^_^

  7. jacopo nacci ha detto:

    Posso chiederti cosa non ti è chiaro? Ho pochissimo tempo in questi giorni, può darsi che la fretta mi abbia portato a sorvolare sulla chiarezza.

  8. Alessia7 ha detto:

    Nooo casso no, è colpa mia! Non sono adeguatamente preparata per affrontare l’argomento. Tu sei chiarissimo.

  9. jacopo nacci ha detto:

    Il punto è proprio che non dovrebbe servire alcuna preparazione… ‘iuto!

  10. Alessia7 ha detto:

    Si ma io avere un livello davvero basso.. ^_^

  11. jacopo nacci ha detto:

    Ho semplificato il post in modo da toccare, per quanto sia possibile, una sola domanda per volta.

  12. DuRoy ha detto:

    Ottimo post, analisi accurata.

    Un solo appunto: Callicle scriveva qualche tempo fa, ed a quei tempi la natura non era ben compresa come ora.

    Per cui, nel suo e nel tuo ragionamento, c’è un gravissimo errore: le leggi di natura non riguarano l’individuo, ma la specie.

    Se tu applichi le leggi di natura ad un singolo individuo, sorgono grosse contraddizioni. Se le applichi alla specie, e sostituisci alla parola “soddisfazione” la parola “sopravvivenza”, le contraddizioni saranno molte di meno.

    La natura è congegnata (o è stata congegnata, a seconda dei convincimenti di ognuno) in questo modo. Callicle non lo sapeva, noi invece lo sappiamo e lo vediamo benissimo.

    Un solo esempio, chiarissimo. Quando un batterio si replica alcuni batteri sono un poco spastici, nel senso che alcuni loro enzimi non funzionano bene ed essi non riescono a crescere. Sono tuttavia loro che, quando arriva un antibiotico che blocca quell’enzima, riescono a sopravvivere e garantiscono la permanenza della specie. Come individui potrebbero anche essere incazzati, ma servono a mantenere la specie.

    Non pensare che a noi succeda diversamente: il motivo per cui la talassemia si è mantenuta nei secoli è solo perché – nella sua forma minore – dava migliori chances al malato di malaria.

  13. jacopo nacci ha detto:

    Ti ringrazio, ma la “specie” sarà appunto l’argomento di discussione quando affronterò l’assunto (2).
    In realtà la discussione dell’assunto (3), se ci fai caso, è indifferente al concetto di “specie”: indipendentemente dall’esistenza e dallo statuto della stessa, l’assunto (3) – che è un assunto morale – mi sembra comunque ingiustificato in termini di etica naturale: perché io (l’individuo) dovrei scegliere di “obbedire” alla “legge di natura” in mancanza di controindicazioni-per-me?
    Spero di riuscire a occuparmi dell’assunto (2) entro domani.

  14. chik67 ha detto:

    Non so se ora, lucidita’, preparazione filosofica di tutt’altra grana mi permettono un commento utile qui.

    Volevo pero’ partire da Lao-Tse. Nel taoismo c’e’ un assunto 1) simile: c’e’ una natura della specie, la ricerca dell’armonia, l’assunto 2) e’ possibile discostarsi da questo e l’assunto 3), è buona etica conformarsi a 1).

    La (non lieve) differenza in 1), simile per certi versi a qunto dice DuRoy, e’ che cio’ che e’ naturale cercare e’ un bene collettivo, ci torno fra un secondo.
    Questo risolve la contraddizione che giustamente Jago vede fra 2) e 3) (sempre IMHO), perche’ seguire 2) comporta una disarmonia che comunque, prima o poi, mi si ritorcera’ contro indipendentemente dal piacere immediato.

    Se permettete un commento “analitico” la differenza sta in un assunto 1emezzo Callicleo: la funzione di massimo piacere per la societa’ e’ quella che si ottiene massimizzando i piaceri dei singoli. Cioe’ la societa’ e’ semplicemente la somma degli individui. Chi si occupa di modelli matematici dell’economia o teoria dei giochi sa che raramente i sistemi complessi si comportano cosi’ (anzi spesso quest’assunto comporta contraddizioni). L’assunto 1) taoista e’, molto piu’ debolmente ma assai piu’ verosimilmente, l’esistenza di una funzione di “utilità” dotata di punti massimali.
    Cioe’ l’assumere l’esistenza di un bene collettivo. Da notare che nell’apparente minore individualismo di questa scelta c’e’ spazio per un individualismo maggiore (non esistono piaceri contro natura, il tuo Tao puo’ essere il trovar piacere nel seguire le leggi degli uomini). Manca quindi la scelta a priori tra bene e male che diventano funzioni dell’individuo. Questo permette, mi sebra, di sciogliere la contraddizione in 3). Resta il dover essere, perche’ io posso cercare di essere diverso da quello che sono. Cosi’ facendo turbo l’armonia del Tao. E questo e’ eticamente sconsigliato, perche’ in ultima analisi e’ viziato da una cattiva “lettura del reale”.

    Non so se mi sono spiegato. Mi sa piu’ no che si.

  15. jacopo nacci ha detto:

    Bene, anzi benissimo. Grazie Chik.
    Ci tengo a dire solo una cosa: tutto quanto si dirà qui, nei commenti a questi post, è importantissimo e insieme inutile; il perché ve lo dirò nell’ultimo episodio.
    La confutazione esplicita da parte di Socrate, nel Gorgia, è la messa in discussione della distinzione tra natura e convenzione: (I) le leggi sono prodotti umani, gli umani prodotti della natura, dunque le leggi sono prodotti della natura.

    In più Socrate tenta due strade: dimostra a Callicle che (II), sostenendo quanto sostiene, egli sostiene anche la conformità a natura dell’omosessualità passiva, cosa che Callicle non è disposto ad accettare. Implicitamente mi pare che questa sia un’accusa a Callicle di conformismo rispetto a certe convenzioni: e allora o Callicle accetta che le convenzioni siano natura (I), oppure accetta di essere contro-natura in quanto rispettoso di certe convenzioni. Di questo parlerò, grosso modo, nel prossimo post.

    La seconda strada, che non sembra funzionare, consiste (III) nel far leva su II facendo vergognare Callicle della sua contraddizione. Qui però viene in luce il problema dell’armonia. L’armonia nell’etica socratica ha un ruolo fondamentale, seppure in chiave puramente cognitiva: non credere di sapere e onorare i patti contratti, dunque non essere in contraddizione con se stesso, sono le chiavi per mantenere l’integrità personale. E’ tutto sommato un’estetica, di fatti la pena è la vergogna, che Socrate fugge come la peste.
    Il problema è che nel Gorgia Platone sta mettendo in discussione proprio che la disarmonia cognitiva dell’individuo possa ritorcerglisi contro. Per percepire una disarmonia occorre infatti vedersi nella contraddizione, ma senza una pratica di riflessione forte quanto quella socratica, l’individuo non è messo nella condizione di potersi vedere nella disarmonia della contraddizione. E infatti è Socrate che funziona da sguardo nei dialoghi, e solo di fronte a lui gli interlocutori si vergognano, mentre lui è l’unico personaggio che sia in grado di vergognarsi anche di fronte a se stesso.
    Quindi per Platone è vero che l’armonia dell’individuo massimizza il bene della società, ma non crede nel deterrente della disarmonia.

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