De rerum paura (episodio 2)

Jacopo Nacci, 16 maggio 2007

L’assunto (2) secondo l’osservazione dei comportamenti

Il concetto di “natura” di Callicle è, come dire, “naturalistico”: probabilmente non ci starebbero dentro i computer, non si capisce quale sia lo statuto “naturale” degli uomini, forse non è chiaro nemmeno quello degli alveari, per non parlare delle dighe dei castori. Instaurando questa distinzione, in cui l’uomo appare come questo animale un po’ a metà tra l’animale e non si sa bene cosa, egli sembra cercare nella “natura” animale extra-umana qualcosa che doveva esserci anche nell’uomo prima che esso si corrompesse con la civiltà. In altri termini, come si è detto, egli sembra prendere a modello i fenomeni comportamentali del mondo animale.
Bene. Come funziona la costruzione della categoria di “naturale” secondo l’osservazione dei fenomeni del mondo animale? A quali fenomeni ci si riferisce? Tipici di quali specie naturali? Se Callicle mi rispondessse “degli animali non umani”, non traviati dall’artificialità della legge, potrei rispondergli che, per esempio, è cosa nota e documentata l’omosessualità presso i bonobo e altre specie. Callicle potrebbe allora regredire nella scala evolutiva alla ricerca di animali ancora meno “sociali”, e io potrei con buona ragione chiedergli se non sia lui ad andare contro natura, nel voler far dell’uomo una raganella.


Dunque sembra corretto afferrare Callicle con una certa decisione e invitarlo a elencare le tendenze “naturali” dell’essere umano – non traviato dalle convenzioni ma che sia pur sempre essere umano – e costringere il fiero greco a mostrarci quali siano le tendenze “naturali” della specie rispetto alle quali sarebbe possibile andare “contro natura”. Evidentemente si cercheranno le caratteristiche comportamentali che appartengono a tutti i membri della specie e sulla base di quelle, per esclusione, si individueranno le tendenze devianti. Ma il problema sorge subito: come è possibile che ci siano caratteristiche devianti tra caratteristiche che, per essere considerate universali, devono essere le medesime in tutti gli individui della specie? Infatti il buon senso suggerirebbe di evitare in partenza l’analisi dei comportamenti rispetto a un campo in cui non tutti gli individui si comportano nello stesso modo: se in un dato campo (per esempio la sessualità) non si danno gusti universali, non è il caso di fare di quel genere una discriminante della specie. Eppure – oggi e ai tempi di Callicle – lo si fa; con il risultato che la presunta dimostrazione del fatto che certi caratteri siano “naturali” e altri no non è una dimostrazione, perché è circolare: Callicle deduce la presunta devianza dalla conformità a una presunta universalità (che non è possibile vedere) e poi salva la purezza della presunta universalità definendo devianti i comportamenti che non rispondono alla presunta universalità (che non è possibile vedere).
A questo punto Callicle dirà che non c’è bisogno di un’universalità effettiva: la maggiore diffusione di una tendenza è indice di normalità e la minore diffusione è indice di devianza; noi gli faremo allora notare con fermezza ch’egli dovrà dimostrare che la maggiore diffusione ha un’origine “naturale” e non “convenzionale”, altrimenti dovrebbe sospendere il giudizio, perché lui non sa effettivamente se una caratteristica è naturale o convenzionale perché non ha le prove per determinarlo. E tuttavia lui decide arbitrariamente di chiamare una tale caratteristica “naturale” su nessuna base che non sia quella del suo gusto o del gusto della sua comunità di riferimento: il motivo per cui Callicle non persegue determinati piaceri è che essi sarebbero indecorosi in quanto li ritiene contro-natura, e il motivo per cui egli li ritiene contro-natura è che li trova indecorosi. Il paradosso di Callicle, il distruttore delle umani convenzioni, è che la sua “legge di natura” è una convenzione.
Spiacente. Non può fare.

Nel prossimo post discuterò l’assunto (2) secondo la predisposizione genetica

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