De rerum paura (episodio 3)

Jacopo Nacci, 21 maggio 2007

L’assunto (2) secondo la predisposizione genetica

Se il nostro Callicle vivesse ai giorni nostri potrebbe affermare che in realtà la tendenza all’eterosessualità è universale, ma in certi casi viene sovrastata da tendenze opposte.
Potrebbe farlo asserendo che c’è un carattere naturale che appartiene a tutti gli esseri viventi che abitano il pianeta Terra: la spinta alla continuazione della specie. Senza attribuire alla specie la volontà di compiere un’azione in vista di una causa finale, immaginiamo che vi sia una predisposizione, sottoforma di DNA, alla ricerca della procreazione. Chiamiamo la tendenza generata da questa predisposizione “tendenza procreativamente corretta” e le tendenze opposte – che sa il dio da quanti desideri e accidenti possano scaturire – “tendenze procreativamente scorrette”.
Ora sarà d’uopo rilevare che le tendenze procreativamente corrette si manifestano sul piano dei desideri e dei comportamenti che ne conseguono (e non vedo come potrebbe essere altrimenti): ovvero la fisiologia “causa” dei modi di essere psichici.¹ Ora, se le tendenze procreativamente scorrette trionfano in me sarà necessario ammettere che, almeno sul piano psichico, la loro forza aritmetica si è dimostrata maggiore di quella delle tendenze procreativamente corrette. Ma non è necessario che le tendenze procreativamente scorrette trionfino: ci basta che ci siano, perché affinché i fenomeni psichici si verifichino è necessario che vi sia una fisiologia pronta ad accoglierli, che li renda possibili, che sia configurata in modo conforme o in modo da potersi conformare al loro verificarsi. Dunque è necessario ammettere che, accanto a una ipotizzata predisposizione genetica alla procreazione, esiste una predisposizione genetica, cioè una capacità del nostro sistema corpo-mente –prevista, quindi, dal DNA di cui esso è espressione – ad accogliere stimoli indifferenti o contrari alla procreazione. Domanda: una predisposizione genetica non è una predisposizione naturale?
Non può fare.

Non far fare agli altri ciò che faresti tu

Un’“etica naturale” come la intende Callicle(a) è semplicemente la ricerca della soddisfazione dei desideri vincenti, che tra l’altro interagisce con la comprensione che ne abbiamo e che può intervenire su di essi (la trovo così fascinosa perché mi ricorda la mia compagna di banco del liceo: questo può influire in un modo o nell’altro sul fascino che subisco; mi piace perché se la tira, se se la tira è stronza, non mi piace più). In nessun modo ha senso intendere, in questo quadro, qualcosa come “contronaturale” se non per scelta culturale. Per carità, sarebbe un bel giochino, ma i bambini, che sono molto intelligenti, sanno che quando giocano stanno giocando. E i bambini che evitano e sfottono il lupo anche quando smettono di giocare a lupo, li chiamiamo bambini cattivi.
Non può fare.
Un’“etica naturale” come la intende chi la intende oggi, è possibile immaginarla solo su presupposti soprannaturali (per chi non ha fede, culturali: torna sopra). Un’etica naturale soprannaturale: e dovremmo riservare a una contraddizione in termini talmente spropositata il sostantivo verità?
Non può fare.
Assumere una distinzione “natura”/“contronatura”, a questo punto, sembra possibile solo se sostituisco i termini con “volontario”/“involontario”, con un significativo spostamento semantico che però avviene nel linguaggio di tutti i giorni: noi consideriamo “contronatura” qualcosa che ci sembra imposto. Molti di noi considerano “contronatura” che i preti non si sposino (non che non abbiano rapporti, che non si sposino, benedetta etica naturale culturale!), cioè considerano “contronatura” ciò che per loro sarebbe una costrizione, ma infatti loro non hanno scelto di essere preti. Di fatto, per un prete non è costrizione non fare sesso, o meglio: è una costrizione autoimposta per raggiungere un bene giudicato maggiore rispetto a quello cui si perverrebbe se non ci si imponesse questa autocostrizione: ogni morale (b) non è altro che una morale (a), e accusare questa creatura di relativismo,² come si sente fare ultimamente da qualche angelicato, sarebbe come accusare di relativismo uno specchio per il fatto di non avere una sua immagine e riflettere sempre quelle degli altri enti: non può fare. In definitiva, se “contronatura” ha un significato, significa: costringere gli altri a non fare ciò che desiderano; per questo le leggi erano “contronatura” per Callicle, perché erano contro la sua natura.

Ontologia: vera teologia

Scomparendo l’assunto (2) scompare anche l’assunto (1), nel senso che (1) finisce per non dire nulla, dato che la natura è ciò che avviene in natura, fino a prova contraria, e la prova contraria sarebbe per definizione extra o soprannaturale, e quindi non sarebbe natura. Del resto, se avvenisse in natura qualcosa che contravviene a ciò che abbiamo sempre creduto della natura (per esempio un miracolo), sarebbe comunque natura, perché avviene in natura e con il resto degli elementi della natura interagisce.
In tal caso dovremmo certamente ridefinire le nostre “leggi di natura” che in definitiva si risolvono in un pacchetto di regole fisiche e logiche che reggono la totalità di ciò che esiste. Ma dalla natura non possiamo uscire. Non possiamo immaginare nulla che stia oltre la natura. Forse lo possiamo concepire per mezzo del linguaggio e concependo la privazione di linguaggio: ciò che non ha logos, l’ineffabile, l’unum o, come lo chiamava Wittgenstein, il mistico. Ma questo non-ente, in quanto non-ente, non può avere nessuna delle caratteristiche naturali, né pendere per un moralismo o per l’altro, pena rientrare nel limite di ciò che è limitato, e, quindi, contravvenire alla sua “natura”. Di esso è pari manifestazione ogni cosa che sta di qua. Altro non può fare.

¹ Con il termine "fisiologia" intendo comprendere qui anche la neurofisiologia e in generale ogni fenomeno fisico e chimico che attraversa il corpo umano e che lo rende ciò che è. A esser sincero ritengo che fenomeni fisiologici e fenomeni psichici siano le stesse cose viste ora da un punto di vista ora dall’altro.
² Oggi molti chiamano "relativismo" il riconoscere che ogni individuo ha i suoi valori e che essi non sono necessariamente uguali tra individuo e individuo, tra cultura e cultura. In altre parole si accusa il "relativista" di prendere atto della realtà: accusa alquanto bizzarra, dato che la realtà è là, e a volerci vedere qualcosa di diverso tocca essere dei relativisti di prima categoria.

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27 commenti a “De rerum paura (episodio 3)”

  1. anarcadia ha detto:

    E’ un post veramente bello, Jago: sto riflettendo in questi giorni su una cosa che mi ha colpito di un documentario sull’Australia, dove gli aborigeni, per permettere alla natura di rinnovare i germogli, danno tradizionalmente fuoco ad immense pianure di sterpi per concimare con la cenere e lasciare spazio alle piantine tenere più basse. Ebbene, c’è un mammifero simile al topo che si è evoluto imparando a dipendere alimentarmente da quei germogli, con il risultato che, essendo sempre più rara quell’attività aborigena per via dell’occidnetalizzazione dei costumi, anche questo animaluccio si sta esinguendo. Ora, cosa voglio dire? Che, come il destino del sorcio è figlio della sua storia, così forse -mi chiedo- può esserlo l’uomo. Il tuo ragionamento mi ha convinto (anche se, ovviamente, continuerò a rifletterci sù e poi, magari, ne scriverò), intendiamoci, è solo che vorrei capire se i retaggi culturali che ci portiamo apprèsso, volente o nolente, non vadano anch’essi considerati nel valutare socialmente gli èsiti di certi atteggiamenti umani piuttosto che di altri. Ti farò sapere, comunque, non temere! ;)

  2. anarcadia ha detto:

    Eccomi di ritorno dalla pausa pranzo, con ciò che mi è venuto in mente davanti al mio bicchierozzo di sangiovese ed ai due pezzi di pizza (uno salsiccia e funghi, l’altro con le patate…buonissimi): pensavo all’omicidio. Mi è venuto in mente che l’omicidio, secondo il tuo ragionamento, possa essere a tutti gli effètti considerato come “naturale”. Il fatto è che socialmente non è un atteggiamento sostenibile, perchè nei fatti non è possibile la collaborazione con qualcuno che potrebbe uccidermi senza rendere conto a nessuno: avendo l’uomo la necessità della socialità, ha anche l’esigenza di nòrme che possano garantirne la sussistenza. Questo nulla toglie, ovviamente, al tuo ragionamento sulla naturalità: lo integra, io credo, con la presa di coscienza del fatto che la sostenibilità sociale di un qualsiasi atteggiamento sia da valutare (a prescindere dalle risposte). Ovviamente con questo non mi interessa mettere in discussione la legittimità della coppia omosessuale, quanto piuttosto, appunto, fornire al discorso in mèrito lee integrazioni di cui sopra.

  3. jacopo nacci ha detto:

    avendo l’uomo la necessità della socialità, ha anche l’esigenza di nòrme che possano garantirne la sussistenza

    Certamente.

    l’omicidio, secondo il tuo ragionamento, possa essere a tutti gli effètti considerato come “naturale”.

    Secondo il mio ragionamento tutto è “naturale”, e “naturale” non vuole dire, infatti, nulla. Il che non significa che qualcosa possa non essere “giusto” o “sconveniente” o “orrendo” o “socialmente pericoloso”. Certo le comunità si organizzano per evitare la guerra dei tutti contro tutti.
    A riguardo ti rimando alla posizione di Spinoza rispetto a Hobbes.
    Hobbes distingueva tra diritto naturale e diritto positivo: il diritto naturale è la guerra di tutti contro tutti (homo homini lupus). Poi viene il patto sociale, dove ognuno decide di mettersi d’accordo (uhm… non troppo lupus, dunque) con gli altri per non vivere nel terrore, e in seguito al patto si instaura il diritto positivo, che toglie di mezzo il diritto naturale.
    Quando domandarono a Spinoza quale differenza ci fosse tra il suo sistema e quello di Hobbes, lui rispose:
    “Io non levo il diritto naturale”.
    Spinoza voleva dire che il diritto positivo è un modo di essere del diritto naturale: naturalmente gli uomini si costituiscono in società, quando si costituiscono in società, (“naturalmente” nel senso che lo fanno) e dunque sempre naturalmente istituiscono leggi (questa è grosso modo anche la confutazione della tesi di Callicle da parte di Socrate nel Gorgia).

  4. anarcadia ha detto:

    O.T.

    Mi viene da dire che non concòrdo neppure con Hobbes: io credo che il “tutti contro tutti” non sia un’ineluttabilità della natura umana lasciata “libera”, poichè le specie, tendendo ad autopreservarsi (non scendo in dettagli, ma si riproduce chi è avvantaggiato nella riproduzione, di fatto), seleziona nel tempo anche i meccanismi (notissimi) che portano a volte a sacrificare l’individuo per la specie, appunto. Non credo che l’egoismo derivante dall’autoconservazione sia l’unico impulso di base: credo esista anche un’istinto di tutela della specie che nell’uomo si traduce in empatia.

    Purtroppo ho gente, scusa la sommarietà dell’intervento!

  5. jacopo nacci ha detto:

    Due cose:
    secondo me – si sarà capito – l’errore ha le radici qui:
    (1) le specie, tendendo ad autopreservarsi
    e ha la terapia qui:
    (2) si riproduce chi è avvantaggiato nella riproduzione, di fatto

    I nostri modi di dire tendono a trasformare un’inerzia fisica in una causa finale, con tutti le derive semantiche e le false ideologie che ne conseguono. Dunque (1) è vero solo se lo si intende come un modo di dire (2).

    [la specie] seleziona nel tempo anche i meccanismi (notissimi) che portano a volte a sacrificare l’individuo per la specie.

    Non vedo perché questo dovrebbe essere un meccanismo di autodifesa della “specie”. Se io e te abbiamo un problema con un terzo ci uniamo e lo leviamo di mezzo; in questo non c’è bisogno della “specie” ma solo del nostro sano egoismo.

    L’empatia. L’empatia è la percezione del valore, per come la vedo. Che la predisposizione all’empatia sia una caratteristica ereditaria è pensabile, tanto è vero che l’empatia esiste.
    Ma per ammettere che sia un modo dell’autoconservazione della “specie” bisognerebbe ammettere che esiste una volontà di autoconservazione da parte della specie, cosa che ovviamente mi sembra essere grande bufala su prato verde.

    L’empatia. Qualcuno ha avanzato comunque la tesi che l’empatia abbia avuto diffusione perché gli empatici sono portati a “conservare” maggiormente gli altri.
    Personalmente questa tesi mi lascia titubante.
    L’empatia è una percezione del valore del singolo, non dell’altro generico bensì di quell’altro-lì. In questo senso essa è il più grande ostacolo all’eliminazione del pericolo, sia esso il pericolo sociale, sia esso il portatore di malattia che, vivendo e forse procreando, indebolisce la “specie”.

  6. anarcadia ha detto:

    “I nostri modi di dire tendono a trasformare un’inerzia fisica in una causa finale, con tutti le derive semantiche e le false ideologie che ne conseguono. Dunque (1) è vero solo se lo si intende come un modo di dire (2).”

    E’ esattamente ciò che intendevo (2). Per il resto scusami, ma ora non ho tempo (uff…)!

  7. jacopo nacci ha detto:

    [la specie] seleziona nel tempo anche i meccanismi (notissimi) che portano a volte a sacrificare l’individuo per la specie.

    Reinterpreto ora come “mamma che abbandona cucciolo malato”: il mio riferimento all’umanità era forse in-pertinente.

  8. anarcadia ha detto:

    Questi temi esigono da me moltissimo impegno e vorrei risponderti con cognizione di causa: il modus “mordi e fuggi” con cui mi connetto ora è del tutto inadeguato, cercherò di pensarci bene e magari risponderti con un post.

    Molto stimolante davvero, sai? ;)

  9. anarcadia ha detto:

    O.T.

    Ah, Jago: hai un PVT!

  10. DuRoy ha detto:

    Il nostro Jago compie ardite crestomazie, dimenticando i filosofi che non sono utili allo sviluppo delle sue ardite (ed in parte condivisibili) teorie.

    Etsi deus non daretur.

    E non ho altro da dire.

  11. anarcadia ha detto:

    Credo sia interessante, in cima a tutto, il principio di discussione logica partendo da ciò che è riscontrabile e non da ciò che si suppone. Per assurdo, però, proprio questo sistema di indagine esclude dal suo campo tutto ciò che è percepito attraverso il vissuto come reale e che èsula dal campo dello sperimentabile, del riproducibile e dell’attestabile. Se un giorno, per fare un esempio, la teoria evoluzionistica si dimostrasse una farloccata dovuta ad inprecisi mèzzi di indagine, tutto il castello di pensieri qui svolto cadrebbe inesorabilmente con sommo tonfo. Resterebbe però l’esperienza del vissuto, quell’esperienza che portò già l’uomo a formulare critèri condivisibili funzionali alla pròpria prosperità. Credo ancora, perciò, che il mètodo migliore di ricerca rèsti sempre il confronto dialettico tra ciò che soggettivamente si percepisce (senza assolutizzarlo, ovviamente) e ciò che la conoscenza permette, di volta in volta, di poter considerare come “oggettivo”. Tutti noi avversiamo una morale e ne promuoviamo un’altra: perchè? Perchè a prescindere dalla natura soggettiva delle morali, esse hanno non solo un effètto diverso, ma un effètto diverso a seconda delle persona da cui sono promosse, da quelle da cui sono accolte ed attuàte, e dai contesti storico e temporale. E si torna al relativismo: se con esso non si può accusare ciò che per sua natura è soggettivo, credo, si può certo accusare chi pretende di giustificare con la soggettività delle morali qualsiasi comportamento a prescinder dalla riflessione sull’opportunità o meno della loro applicazione pratica nel contesto in questione.

    Augh, ho detto. :D

  12. jacopo nacci ha detto:

    DuRoy:
    E non ho altro da dire.

    Quanto mi piacerebbe, invece, DuRoy, che dicessi. Mi piacerebbe sapere quale è la parte che non condividi e quali filosofi secondo te potrebbero avere buoni argomento contro quanto ho detto.

    @Anarcadia:
    Se un giorno, per fare un esempio, la teoria evoluzionistica si dimostrasse una farloccata dovuta ad inprecisi mèzzi di indagine, tutto il castello di pensieri qui svolto cadrebbe inesorabilmente con sommo tonfo.

    Io non ne sono per niente sicuro: vedi qui alla voce “disegno intelligente”: Se vuoi dimostrare… etcetera. La scienza è falsificabile, la filosofia è confutabile.

    si può certo accusare chi pretende di giustificare con la soggettività delle morali qualsiasi comportamento a prescinder dalla riflessione sull’opportunità o meno della loro applicazione pratica nel contesto in questione

    Accusare non saprei. Di certo lo si può (a) confutare, se ci si riesce, e (b) impedirgli di agire se la sua morale lo rende socialmente pericoloso.

  13. DuRoy ha detto:

    Carissimo Jago,

    quando parli di un comportamento procreativamente scorretto, ti introduci in un ossimoro evoluzionistico.

    Quanto esiste in natura, sia esso un virus o una delle leggiadre fanciulle che gradevolmente mi propone Anacardia, esiste solo se ha avuto nel passato un tale comportamento.

    Il DNA della specie composta da individui dal comportamento procreativamente scorretto non esiste più.

    Il discorso dell'”etica naturale” del tutto fatuo nelle parole di Callicle, diventa cogente non per i matrimoni tra lesbiche o tra finocchi (non me ne può fregare di meno) e neppure per discutere di una supremazia della scopata sul pompino (tu gust is megl che uan) ma nel campo insidiosissimo e del tutto ignorato dall’opinione pubblica della diagnostica prenatale.

    Scegliendo solo persone sane, alte, bionde e non malformate per farle nascere, diminuiamo un elemento fondamentale della nostra specie, ovvero la nostra biodiversità. Il che significa che le nostre chances di sopravvivenza (come specie) nel caso arrivi un virus che ci ammazzi tutti, sono limitate.

    la diversità del nostro sistema immune (che non ci permette facili trapianti) è infatti dovuta all’esigenza della nostra specie a reagire in maniera molto eterogenea a minacce infettive, in modo che qualcuno che si salvi (e faccia proseguire la specie) ci sia sempre.

    Le scelte che noi facciamo oggi avranno conseguenze tra molte generazioni. Da quando le nostre azioni riescono ad incidere profondamente sulla materia vivente, anche il concetto tradizionale di etica diventa molto insufficiente.

  14. anarcadia ha detto:

    “Accusare non saprei. Di certo lo si può (a) confutare, se ci si riesce, e (b) impedirgli di agire se la sua morale lo rende socialmente pericoloso”

    @Jago, a parte il fatto che spero si capisse che “accusare” l’ho qui usato, forse impropriamente, per intendere appunto “chiamare in càusa”, direi che sarebbe interessante capire, a questo punto, quali parametri utilizzeresti per determinare cosa sia socialmente pericolo e cosa no, dal momento che la nostra conoscenza della realtà deriva costantemente dalla precisione delle nostre capacità di analisi, che sono in divenire e quindi non in grado di stabilire qualcosa di assolutamente oggettivo. La scienza (e quindi anche la sociologia) può dire cos’è e cosa non è solo al livello dell’attualmente conosciuto e quindi non credo sia di per sè un parametro valido per dettare legge. E allora? Dovremmo forse rinunciare a legiferare per paura di commettere ingiustizie? La domanda, converrai, è pertinente ed io stesso mi ci sto interrogando: quali parametri di scelta? E qui, credo, si può riallacciare anche DuRoy col suo:

    “Le scelte che noi facciamo oggi avranno conseguenze tra molte generazioni. Da quando le nostre azioni riescono ad incidere profondamente sulla materia vivente, anche il concetto tradizionale di etica diventa molto insufficiente. “

  15. jacopo nacci ha detto:

    @DuRoy

    Il DNA della specie composta da individui dal comportamento procreativamente scorretto non esiste più.

    E’ quanto ho detto quando ho detto che le specie chi non procrea non è “innaturale”, bensì naturalmente si estingue.
    Se guardi bene infatti noterai che io non ho parlato di caratteri ereditari che portano a comportamenti procreativamente scorretti, bensì di capacità della nostra fisiologia di accogliere comportamenti procreativamente scorretti. In altre parole non ho detto che esiste un carattere ereditario che porta a non procreare, ma che esiste – evidentemente – la possibilità naturale che il nostro sistema corpo-mente accolga anche tendenze opposte alla procreazione. Altrimenti tali tendenze non si verificherebbero.

    @entrambi:
    Da quando le nostre azioni riescono ad incidere profondamente sulla materia vivente, anche il concetto tradizionale di etica diventa molto insufficiente.

    Fermo restando che il mio discorso era chiaramente limitato alla critica ad alcune posizioni oggi in auge (forse anche in Augias) in campi precisi, e in special modo laddove esse sono frutto di un linguaggio ben poco meditato (mancano due post, nell’ultimo chiarirò la mia posizione rispetto a desso problema), sul problema sollevato da DuRoy è ovvio che la nostra etica non sia più sufficiente, o, forse meglio, che fatichiamo a trovare il modo di applicare le formule a situazioni inedite, come quando conosciamo la logica, conosciamo la situazione ma non capiamo come applicare l’una all’altra; la logica non è obsoleta, solo che noi non la sappiamo ancora usare per il nuovo.
    All’epoca del referendum sulla procreazione assistita è facile immaginare come votai, ma non me la sentii di accusare chi votò diversamente da me: cosa sia e quando qualcosa sia una persona (io ho una mia idea) è difficile da decidere, forse nessuno ha la verità in tasca, e di certo nessuno permetterebbe l’omicidio nella sua società facendosi zittire con un “ma a te che ti frega se noi ammazziamo delle persone perché non crediamo che siano persone?”

    @Anarcadia
    Il problema di come sia chi è socialmente pericoloso lo decide la società. Una società può ritenere socialmente pericoloso chi
    1) danneggia gli altri fisicamente;
    2) danneggia la compattezza della società mettendone in discussione gli assunti (pericolosità del filosofo, di solito mandato a morire).
    Ecco, grosso modo ti direi che benché forse il confine tra (1) e (2) sia arbitrario, credo sia ancora un buon limite per distinguere tra stato di diritto e stato di censura. Anche perché credo sia lecito rispondere a (2) con gli strumenti di (2), e non con quelli di (1). Se poi una società non ce la fa, e be’, è andata così.

  16. anarcadia ha detto:

    In mèrito alla parte che principalmente mi spètta (il resto mi pare chiaro, poi certo, ribadisco i miei dubbi sulla possibilità di una logica pura -non in dialogo con l’esperienza, cioè- di poter essere un valido strumento), Jago, direi che il campo che che limiti ai casi (1) e (2) mi pare limitante, dal momento che soprattutto (1), includendo anche per te (voglio sperare) pure la sfera psicologica, èsuli dall’immediatamente constatabile che può valere parlando dell’integrità soltanto fisica. Ma la psicologia è una scienza e perciò rientra nel discorso del “divenire” -e quindi della propria parzialità conoscitiva e quindi della propria fallibilità- che già ho espresso in #14, no?

  17. jacopo nacci ha detto:

    Non nutro particolare simpatia per la psicologia, probabilmente perché non ne capisco minimamente gli assunti (nozione di patologico), ma non è questo il punto. Posso accettare che la violenza psicologica esista e sia pericolosa – ma non rientra in (1) – detto ciò, quando si legifera occorre esporre regole generali che sarà un giudicie ad applicare di volta in volta. Dunque, se le regole generali hanno da ssere, mi sembra sia il caso di ritenere legittimo tutto ciò che rientra in (2), pena la perdita di troppa libertà. Cosa è violenza psicologica, cosa seduzione, cosa influenza, cosa menzogna, cosa solo l’espressione?
    Te lo chiede uno che si chiama Jago…

  18. anarcadia ha detto:

    “Posso accettare che la violenza psicologica esista e sia pericolosa – ma non rientra in (1) “

    In ogni caso, se esiste, c’è una categoria in più da valutare, no? Ammetto, poi, che sia molto ambiguo il limite tra tutela dell’integrità psichica del cittadino e limitazione eccessiva di libertà, ma del resto certa legislazione già esiste, come quella sul plagio e la circonvenzione psicologiche. Ergo? C’è da ragionarci, come diresti tu.

  19. DuRoy ha detto:

    Carissimo Jago,

    tu sottovaluti la “vis naturae”

    La specie che tende ad assumere alcuni comportamenti “non procreativi”, non necessariamente si estingue. All’interno di essa possono sorgere delle mutazioni genetiche che si riflettono in un comportamento diverso, ed allora la specie invece di estinguersi cambia.

    La cosa è evidentissima nei batteri, dove al mutare di condizioni esterne, un batterio con una mutazione genetica che gli permette di sopravvivere preesiste con una frequenza ben conosciuta.

    In altre parole, se di colpo al genere umano passasse la voglia di scopare per dedicarsi anima e corpo al sesso orale, le possibilità sarebbero due. O ci si estingue, oppure una nuova specie umana, magari con una bocca microscopica, sopravviverebbe. I nostri geni si perderebbero, ed i loro andrebbero avanti, sostituendo i nostri. E sarebbero loro, poi, a scrivere la loro filosofia.

    Tieni presente che quello che siamo, lo siamo perché per millenni siamo sopravvissuti, ed i geni giusti la natura non solo li ha già selezionati, ma li selezionerà anche in futuro.

  20. jacopo nacci ha detto:

    @DuRoy,
    Tranquillo :-) che non metto bocca nel tuo campo: infatti non ho in nessun punto negato che vi siano mutazioni e caso.
    Ho solo negato:
    1) il darsi di un disegno intelligente, anche a livello logico;
    2) l’esistenza in natura di qualcosa che non sia natura.
    Queste non sono nozioni scientifiche, sono questioni puramente logiche. Vi si possono individuare incoerenze, non dimostrare il contrario sulla base di fatti.
    Cerco di essere chiaro nello specifico: quando ho detto “i non procreativi si estinguono” non intendevo asserire che necessariamente si estinguono, intendevo solo dire che
    nella non-procreazione e nell’estinzione non c’è niente di non-naturale, ovvero nulla di miracoloso o collaterale.

    E sarebbero loro, poi, a scrivere la loro filosofia.

    Dubito che per loro 2+2 non farebbe 4, o che potrebbero concepire l’esistenza di due enti infiniti.
    Con permesso, eh!

    @Anarcadia:
    Credo che l’unico buon modo per difendersi dalla violenza psicologica sia essere psicologicamente forti.

  21. anarcadia ha detto:

    “Credo che l’unico buon modo per difendersi dalla violenza psicologica sia essere psicologicamente forti”

    Per carità, tutto vero. E chi forte non è? S’attacca? Perchè lo Stato non dovrebbe tutelare la psiche come fa col corpo? E’ come abolire la pula e dire che se uno non si sa difendere da sè, che crepi. Uh, sembro il Grande Inquisitore, ahah!

    ps: leggerò, troverò il tempo leggerò…

  22. anarcadia ha detto:

    Letto.

    In effètti è un bel post.

    Ti dirò.

  23. DuRoy ha detto:

    Definire cosa sia intelligente e cosa non lo sia è molto arduo, se si eccettua il fatto che chi pensa di saper definire l’intelligenza è di certo uno stupido.

    Che in natura ci sia solo la natura, per un ricercatore è ovvio. Resta fermo il problema del “primum movens” che ognuno riempie, con la scepsi, con l’agnosticismo o con la fede, come crede o come può.

    Quanto alle nuove e alle presenti filosofie, ricordo come il grande bardo avesse ammonito qualche anno fa che “ci sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, che nella tua filosofia”

  24. jacopo nacci ha detto:

    Che in natura ci sia solo la natura, per un ricercatore è ovvio.

    Per quasi tutti gli individui che non indulgono in pigrizia mentale, caro DuRoy. Ma spiegalo a Don Ciro da Camaldoli.

    Quanto al primum movens non credo che sia necessario aggiungere entità.

    “Che Dio sia un ente, lo credono solo i peccatori.”
    Meister Eckhart

    Riempio il primum movens con la nozione più ovvia: esuberanza.
    Che risponde alla domanda:
    “perché c’è qualcosa piuttosto che niente?”
    Ed è un modo di dire: “perché sì, perché l’essere è fatto così”.

    Della filosofia di Orazio risponde Orazio.

  25. DuRoy ha detto:

    Per il primum movens non è necessario aggiungere entità.

    Però io la aggiungo.

    Ed anche per la Cappella Sistina non era necessario aggiungere gli affreschi.

    Però li hanno dipinti.

  26. anarcadia ha detto:

    Venendo al lavoro in bus mi chiedevo, leggendo Nietzsche, a che servisse un dio. Per ora prendo semplicemente atto che credo di averne fatto esperienza. Se tutto dovesse mostrarsi, alla lunga, come un prodotto della mia psiche, poco male: anche “tekkenIII” ha bisogno di una consòlle, per girare, anche se viene prodotto fuori di essa.

  27. anarcadia ha detto:

    come un prodotto della mia psiche

    Mi sono esprèsso male: è la fretta. Spero si capisca il concètto.

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