De rerum paura (episodio 5 e ultimo)

Jacopo Nacci, 1 giugno 2007

Non facciamo i ciarlatani e dichiariamo francamente che a questo mondo non si capisce nulla. Soltanto gli imbecilli e i ciarlatani sanno e comprendono tutto.
Anton Čechov

Socrate e Joseph

Il teologo Joseph Ratzinger ha recentemente dichiarato che il cristianesimo non è una religione intellettualistica. Coerentemente con l’incoerenza, in molti, negli ultimi tempi, si sono riempiti la bocca con termini quali “natura”, “diritto naturale”, “relativismo”, “contronatura”, arrogandosi il diritto di definire la vita altrui con questi termini, combattendo la battaglia per nominare le cose, battaglia nella quale vince sempre chi ha più fretta. Chiedo scusa a me stesso, ma di questa gente io purtroppo non riesco ad avere alcun rispetto. Ma non è questo il punto. Scrivendo i post del De rerum paura ero consapevole che essi, plausibilmente, avrebbero contenuto errori logici, avrebbero potuto essere contestati mediante esposizioni diverse, probabilmente altrettanto, se non più coerenti, di quelle da me presentate. Esiste una vasta letteratura filosofica e scientifica nella quale è possibile rinvenire radici che sviluppino piante antagoniste. Sono esistiti pensatori enormi che probabilmente avrebbero soffiato via questo mio castello di carte solo respirando. E allora?


Allora il punto sta proprio qui. Non era mia intenzione, malgrado il tono provocatoriamente risoluto, fornire una metafisica e un’etica della Natura (anche se credo che i discorsi fin qui sviluppati potrebbero fungere da ottimo equipaggiamento per una bella lite filosofica). La mia intenzione era mostrare come i termini usati dai signori succitati siano termini problematici, con una storia complicata e con una valenza semantica e logica ancora più complicata. La mia intenzione era mostrare come i loro significati, per nulla pacifici, siano stati imposti con la trance della predica e della ripetizione e come, che io sappia, nessuno di questi signori, diversamente dal sottoscritto, si sia minimamente sognato di porsi il problema della giustificazione delle parole che usa ogni giorno, sulle quali costruisce morali pubbliche, mediante le quali discrimina altre persone. Questa è arroganza (o modestia, ma in fondo che differenza c’è?) quando va bene, quando va male è fascismo. Il problema, ora e sempre, rimane il credere di sapere ciò che non si sa. Se il cristianesimo non è religione intellettuale, ebbene, si dia alla mistica e al silenzioso, solitario annegare nel plasma del dio; altrimenti tenti di giustificare le sue parole, per dio. Come si fa? Così:

-E allora, Meleto, dimmi un po’, non ti sta a cuore che i giovani vengano su quanto più è possibile beneducati?
-Certamente.
-E, perciò, di’ a questi signori, chi è che li rende migliori? Tu devi saperlo, dato che ci tieni alla cosa. Tu hai trovato chi li corrompe, sono io (a quanto dici) e perciò mi trascini dinanzi ai giudici e mi accusi. Ma di’ pure, suvvia, chi li rende migliori? indicalo ai presenti. Lo vedi, Meleto? Tu taci, non hai nulla da dire. E ti sembra bello da parte tua, questo? E non è forse una prova sufficiente questo tuo silenzio, a confermare quello che, appunto, io ho detto, che cioè, di queste cose te ne sei sempre infischiato? E allora, amico bello, rispondi, chi li rende migliori, eh?
-Le leggi.
-Ma non è questo che ti ho domandato; ti ho chiesto l’uomo, il quale poi conoscerà anche le leggi di cui tu parli.
-Guardali qui, Socrate, sono questi giudici.
-Come, come, Meleto? Questi sono capaci di educare i giovani e di renderli migliori?
-Oh, sì, certamente.
-E tutti ne sono capaci o soltanto alcuni sì e altri no?
-Tutti.
-Ma bene, perdinci, quanta abbondanza di benefattori! E questi del pubblico, li rendono anch’essi migliori o no?
-Anche loro.
-E i membri del Consiglio?
-Sì, anche i membri del Consiglio.
-Ma, allora, Meleto, sono i membri dell’Assemblea che corrompono i giovani o anche loro, quanti sono, li rendono migliori?
-Sì, anche quelli.
-Ma, allora, tutti gli ateniesi, a quel che sembra, li rendono giovani per bene e buoni, tranne io; io solo sono quello che li corrompe. Non è così?
-Sicuro, lo dico e lo ripeto.
-Ma che bella nomea di disgraziato che tu mi hai affibbiato! Stammi a sentire: credi che sia così anche per i cavalli? Credi che tutti quanti siano capaci di migliorarli e che uno solo li guasti? Oppure che soltanto uno sia capace di allevarli bene o, al massimo, pochi (quelli del mestiere) mentre tutti gli altri, quando se ne occupano e li montano, finiscono per rovinarli? Non è così, Meleto, per i cavalli e anche per tutti gli altri animali? Sicuro, lo vogliate o non lo vogliate, tu e Anito, le cose stanno proprio così. Ah, sarebbe proprio una bella fortuna per i giovani, se ci fosse uno solo a corromperli e tutti gli altri a far loro del bene. Come vedi, Meleto, è chiaro che tu te ne sei sempre infischiato dei giovani e che ora sveli il tuo disinteresse per quelle questioni per cui mi hai citato in tribunale. Ma dicci un’altra cosa, Meleto. Com’è meglio vivere, tra cittadini buoni o malvagi? Suvvia, rispondi, caro, non ti ho chiesto mica una cosa difficile. I malvagi, non fanno sempre del male al loro prossimo e i buoni, invece, sempre del bene?
-Certo.
-E credi ci sia qualcuno che dal prossimo preferisca essere danneggiato piuttosto che favorito? Rispondi, caro, perché anche la legge ti impone di rispondere. C’è chi vuole essere danneggiato?
-No di certo.
-E tu, mi hai trascinato in giudizio perché corrompo i giovani, perché li rovino, deliberatamente o senza volerlo?
-Sicuro, deliberatamente.
-E com’è questo fatto, Meleto? Tu che sei giovane, sei tanto più saggio di me, che ne ho, di anni sulle spalle. Così tu sai che i malvagi fanno sempre del male ai loro vicini e che i buoni sempre del bene; io, invece, sono così stolto da non capire nemmeno che, se rendo malvagio uno di quelli che mi vivono vicino, correrò il rischio di ricevere da costui qualche cattiva azione. Ed io mi esporrei a un simile danno, di mia spontanea volontà, come tu dici? Oh, Meleto, non ti posso credere e penso che nessuno crederà a queste cose. Quindi, o io non sono un corruttore o, se corrompo qualcuno, lo faccio involontariamente e tu, in un caso o nell’altro, menti. Se, poi, io corrompo i giovani senza volerlo, si tratta di una colpa involontaria che la legge non punisce con un’azione penale, ma esorta soltanto a chiamare, in privato, il colpevole e ad animonirlo opportunamente. È chiaro che, se giustamente ammonito, io non commetterò più il mio fallo involontario. E, invece, tu ti sei ben guardato di convocarmi e di ammaestrarmi, ma mi hai trascinato qui, in tribunale, dove, secondo la legge, si porta chi è meritevole di pena, non chi è bisognoso di un consiglio. E allora, cittadini, mi sembra evidente quello che dicevo, che cioè Meleto non s’è mai minimamente curato di queste cose. Comunque, dicci un po’, Meleto, in che modo credi che io corrompa i giovani? Secondo l’atto di accusa che hai presentato, sarebbe insegnando a non credere negli dei della patria, ma in altre divinità. Secondo te, non insegno questo ai giovani, non è così che li corrompo?
-Certo, proprio questo io sostengo.
-E, allora, Meleto, in nome di questi stessi dei di cui parliamo, spiegati meglio con questi giudici e con me. Io non riesco a capir bene una cosa: non so se tu affermi che io insegno a credere in altre divinità (in questo caso, però, non sarei un ateo e, da questo lato qui, dunque, nemmeno colpevole) e, quindi, tu mi incolpi solo di non credere negli dei della patria, ma in altri, oppure sostieni che io non credo affatto negli dei e lo vado insegnando?
-Sì, è questo che io sostengo, che tu non credi affatto negli dei.
-Sei straordinario, Meleto! Ma come fai a sostenere questo? A dire che io non credo, come gli altri uomini, che il sole e la luna siano delle divinità?
-Sicuro, giudici, egli, per dio, sostiene che il sole è una pietra e la luna è di terra.
-Ma, così, tu accusi Anassagora, caro Meleto, e fai vedere che hai tanta poca stima dei presenti, che li giudichi così ignoranti da non sapere che i libri di Anassagora di Clazomene son pieni di queste teorie. E davvero, poi, i giovani verrebbero da me per imparare queste cose, quando con pochi spiccioli, a dir molto, potrebbero comprarsele sulle bancarelle del teatro e prendersi il gusto di deridere Socrate, se egli le spacciasse per sue, dato che son questioni non alla portata di tutti? Ma, santo cielo, pensi proprio questo di me, che io non creda in alcun dio?
-A nessuno, assolutamente a nessuno.
-Sei incredibile, Meleto! Tu stesso non puoi credere a quello che dici. Vedete, cittadini, a me pare proprio che costui sia un impudente e un violento e che abbia stilato questa accusa sotto l’impulso e l’avventatezza della sua giovane età. Somiglia proprio a uno che, per mettermi alla prova, imbastisce un rebus: «Vediamo un po’ se quel sapiente di Socrate s’accorgerà che io sto scherzando e mi sto contraddicendo o se riesco a infinocchiarlo insieme agli altri che mi ascoltano». Mi pare proprio che costui, nella sua accusa, non fa che contraddirsi, come se dicesse: «Socrate è colpevole perché non crede negli dei, ma egli, negli dei, ci crede.» Ma queste, signori miei, son proprio cose di uno che vuol prenderci in giro. E ora, ateniesi, state un po’ a sentire com’è che egli afferma tutto questo e tu, Meleto, rispondi pure. Voi, però, come vi pregai prima, non protestate se io parlo al mio solito. C’è qualcuno, Meleto, che crede nell’esistenza di fatti pertinenti all’uomo, ma, poi, non crede che esistono gli uomini? Suvvia, che mi risponda, ateniesi, invece di star lì a dimenarsi. E vi è chi non crede all’esistenza dei cavalli ma a quella di cose ad essi pertinenti? Oppure chi non crede che esistono i flautisti ma l’arte del flauto sì? No, mio bello, se tu non vuoi rispondere, rispondo io per te, per questi signori. Tu, intanto, rispondi almeno a questo: c’è chi crede nelle opere divine e poi non crede alle divinità?
-No, non ci può essere.
-Ah, qual grazia mi hai fatto, questa volta, rispondendomi, anche se a malincuore, perché ti ci hanno costretto loro. Dunque, tu ammetti che io credo nelle opere divine e che insegni a credervi, antiche o recenti che siano e che io vi creda, l’hai detto tu e poi l’hai dichiarato nell’atto di accusa. Ma se io credo nelle opere divine, necessariamente, devo credere anche nelle divinità, non è così? Sì, certo, anche per te, penso, dato che non rispondi. E questi esseri soprannaturali, non sono forse dei o figli di dei? Sì o no?
-Ah, certo.
-E allora, se io credo in questi esseri, come tu stesso hai ammesso e se essi sono dei, è proprio come dicevo io, che tu, cioè, proponi dei rebus e ti prendi gioco di noi, dicendo che io non credo negli dei e poi che ci credo per il fatto che ammetto gli esseri divini. E se, d’altra parte, questi esseri sono i figli illegittimi degli dei o nati, a quel che si dice, da ninfe o da donne, chi è quell’uomo che potrebbe credere che esistono i figli degli dei e non esistono gli dei? Sarebbe un’assurdità. come dire, per esempio, che esistono i muli, nati appunto, dai cavalli e dagli asini, ma che non esistono asini e cavalli. No, Meleto, non è possibile pensare che tu abbia mosso quest’accusa se non per mettermi alla prova o perché non sapevi qual’altra colpa imputarmi. Come, poi, tu possa persuadere qualcuno, anche di poco cervello, che un uomo creda nelle opere divine e soprannaturali e poi non creda nelle divinità, negli dei e negli eroi, questo mi sembra impossibile. Insomma, cittadini, a me pare che non occorra un’ulteriore difesa per dimostrare l’infondatezza dell’accusa di Meleto ma che siano sufficienti le cose già dette.

Platone, Apologia di Socrate, traduzione di Diego Fusaro

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