Dimanche

jacopo nacci, 6 marzo 2011

Simone Weil

Per credere che Dio è ricco di misericordia non mi occorre alcuna speranza o promessa. Conosco questa ricchezza con la certezza dell’esperienza, l’ho toccata. E quel che ne conosco per contatto supera talmente la mia capacità di comprensione e di gratitudine che per me neppure la promessa di una felicità futura potrebbe aggiungervi alcunché, così come per l’intelligenza umana la somma di due infiniti non costituisce un’addizione.
La misericordia di Dio si manifesta nella sventura quanto nella gioia, a pari titolo, e forse anche di più, giacché in questa forma non ha alcun equivalente umano. La misericordia dell’uomo appare soltanto nel dono della gioia, oppure allorché si infligge un dolore in vista di effetti esteriori, guarigione del corpo o educazione. Ma non sono gli effetti esteriori della sventura che testimoniano la misericordia divina. Nel caso di una vera sventura gli effetti esteriori sono quasi sempre cattivi. Quando li si vuole dissimulare si mente. La misericordia di Dio risplende invece nella sventura stessa. E proprio nel fondo, al centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non riesca più a trattenere il grido: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?», se si rimane in quel punto senza smettere di amare, si finisce con il toccare qualcosa che non è più la sventura né è la gioia, bensì l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, ovvero l’amore stesso di Dio.
Si saprà allora che la gioia è la dolcezza del contatto con l’amore di Dio, che la sventura è la ferita procurata dal medesimo contatto quando è doloroso, e che importa soltanto il contatto, non il modo in cui avviene.
Parimenti, quando rivediamo un essere a noi molto caro dopo una lunga assenza, non contano le parole che scambiamo con lui, ma soltanto il suono della sua voce, che ci assicura della sua presenza.
La cognizione della presenza di Dio non consola, non toglie alcunché alla tremenda amarezza della sventura, non risana la mutilazione dell’anima. Sappiamo nondimeno con certezza che l’amore di Dio per noi è la sostanza stessa di quest’amarezza e di questa mutilazione.

Simone Weil, Lettera a Joseph-Marie Perrin del 26 maggio 1942, estratto.
Traduzione di Maria Concetta Sala.

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