Dimanche

jacopo nacci, 7 aprile 2013

423. Nel grande silenzio. Ecco il mare, qui possiamo dimenticare la città. È vero che proprio in questo momento si sente ancora strepitare le campane dell’Ave Maria, – è quel sussurro cupo e folle, eppur dolce, al crocicchio del giorno con la notte, – ma solo per un istante ancora! Ora tutto tace! Il mare si stende pallido e scintillante, non può dire parola. Il cielo offre il suo eterno, muto spettacolo serale con rossi, gialli, verdi colori, non può dire parola. I piccoli scogli e catene di roccia che scendono nel mare, come per trovare il luogo dove si è più soli, non possono dire parola. Questa immensa impossibilità di parlare, che ci coglie all’improvviso, è bella e agghiacciante: ne è gonfio il cuore. O ipocrisia di questa muta bellezza! Quanto bene saprebbe parlare, quanto male anche, se volesse! Il nodo della sua lingua e la sua dolorosa felicità nel viso è una malizia per deridere la consonanza del tuo sentire! Sia pure! Io non mi vergogno di essere lo zimbello di tali potenze. Ma ho compassione di te, natura, perché devi tacere, anche se è soltanto la tua malvagità ad annodarti la lingua: sì, io ti commisero a cagione della tua malvagità! Ah, si fa ancora più silenzio e ancora una volta mi si gonfia il cuore: lo atterrisce una nuova verità, neppure esso può dire parola. Anch’esso deride, se la bocca getta un grido in questa bellezza; esso pure gode la dolce malvagità del tacere. Il parlare, anzi il pensare, mi è odioso: non odo forse, dietro ogni parola, ridere l’errore, l’immaginazione, lo spirito dell’illusione? Non devo irridere la mia pietà? Irridere la mia irrisione? O mare! O sera! Voi siete cattivi maestri! Voi insegnate all’uomo a cessare di essere uomo! Deve abbandonarsi a voi? Deve diventare come voi ora siete, pallido, scintillante, muto, immenso, riposante su se stesso? Eccelso sopra se stesso?

Friedrich Nietzsche, Aurora – pensieri sui pregiudizi morali
traduzione di Ferruccio Masini

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