Dimanche

jacopo nacci, 13 marzo 2011

καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφελήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ἀφίεμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν

Et remets-nous nos dettes, de même que nous aussi avons remis à nos débiteurs

E rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi abbiamo rimesso ai nostri debitori

Simone Weil

Al momento di proferire queste parole occorre che i nostri debiti siano stati tutti rimessi. Non si tratta soltanto della riparazione alle offese che pensiamo di aver subìto. Si tratta anche della riconoscenza per il bene che crediamo di aver compiuto, e in generale di tutto ciò che ci aspettiamo da parte degli esseri e delle cose, di tutto ciò che giudichiamo ci sia dovuto e la cui mancanza susciterebbe in noi il sentimento di essere stati frustrati. Sono tutti i diritti che a nostro avviso il passato ci dà sull’avvenire. In primo luogo, il diritto a una certa permanenza. Quando abbiamo goduto di qualcosa a lungo, crediamo che sia di nostra proprietà, e che la sorte sia tenuta a lasciarcene godere ancora. In secondo luogo, il diritto a una compensazione per ogni sforzo, quale che ne sia la natura – lavoro, sofferenza o desiderio. Ogni volta che esce da noi uno sforzo e non rientra in noi l’equivalente di questo sforzo sotto forma di un frutto visibile, avvertiamo un sentimento di squilibrio, di vuoto, al punto di sentirci come derubati. Lo sforzo di subire un’offesa ci induce ad aspettarci il castigo o le scuse di colui che ci ha offesi; lo sforzo di compiere il bene ci induce ad aspettarci la riconoscenza di colui che è in obbligo. Ma questi sono semplici casi particolari di una legge universale della nostra anima. Ogni volta che esce da noi qualcosa, abbiamo un bisogno assoluto che rientri in noi almeno l’equivalente, e siccome ne abbiamo bisogno, crediamo di averne il diritto. Nostri debitori sono tutti gli esseri, tutte le cose l’universo intero. Pensiamo di aver crediti su ogni cosa. Ma tutti i crediti che crediamo di avere sono riconducibili a un credito immaginario del passato verso l’avvenire. È a questo credito immaginario che bisogna rinunciare.

Aver rimesso ai nostri debitori significa aver rinunciato in blocco a tutto il passato. Significa accettare che l’avvenire sia ancora vergine e integro, rigorosamente congiunto al passato con legami a noi ignoti, ma del tutto libero da quei legami che la nostra immaginazione presume di imporgli. Significa accettare altresì la possibilità che l’avvenire si compia, e in particolare che ci accada qualsiasi cosa, e che il domani renda sterile e vana la nostra vita passata.
Rinunciando d’un sol colpo a tutti i frutti del passato, nessuno escluso, possiamo chiedere a Dio che i peccati da noi commessi non portino nella nostra anima i loro miserabili frutti di male e di errori. Finché ci aggrappiamo al passato, Dio stesso non può impedire che in noi avvenga questa orribile fruttificazione. E attaccandoci al passato, è inevitabile che ci attacchiamo ai nostri crimini, giacché quanto di più essenzialmente cattivo risiede in noi ci è sconosciuto.
Il credito principale che pensiamo di possedere sull’universo è la permanenza della nostra personalità. Questo credito implica tutti gli altri. L’istinto di conservazione ci fa sentire questa permanenza come una necessità, e noi riteniamo che una necessità sia un diritto. Al pari di quel mendicante che disse a Talleyrand: «Signore, bisogna pure che io viva» e al quale Talleyrand rispose: «Non ne vedo la necessità». La nostra personalità dipende interamente dalle circostanze esterne, che hanno un potere illimitato di schiacciarla. Ma preferiremmo morire piuttosto che riconoscerlo. Per noi l’equilibrio del mondo è un concorso di circostanze tali da lasciare intatta la nostra personalità, come se ci appartenesse. Tutte le circostanze che in passato l’hanno ferita ci sembrano rotture di equilibrio che un giorno o l’altro dovranno essere infallibilmente compensate da fenomeni di segno contrario. E viviamo nell’attesa di queste compensazioni, L’imminenza della morte suscita in noi orrore soprattutto perché ci costringe a renderci conto che tali compensazioni non avranno mai luogo.
La remissione dei debiti è la rinuncia alla propria personalità. È rinunciare a tutto ciò che chiamiamo «io». Senza eccezioni. Sapere che nel cosiddetto «io» non c’è niente, nessun elemento psicologico che le circostanze esterne non possano far sparire. Accettare tutto ciò. Essere felici che così sia.
Le parole «sia fatta la tua volontà», se pronunciate con tutta l’anima, implicano già tale accettazione. Per questo subito dopo è possibile proferire: «noi abbiamo rimesso ai nostri debitori».
La remissione dei debiti è la povertà spirituale, la nudità spirituale, la morte. Se accettiamo pienamente la morte, possiamo chiedere a Dio di farci rivivere purificati dal male che è in noi. Perché chiedergli di rimettere i nostri debiti equivale a chiedergli di cancellare il male che è in noi. Il perdono è la purificazione. Dio stesso non ha il potere di perdonare il male che è in noi e che in noi persiste. Dio ci ha rimesso i nostri debiti quando ci ha posti nello stato di perfezione.
Fino allora Dio rimette i nostri debiti parzialmente, nella misura in cui noi rimettiamo ai nostri debitori.

Simone Weil, A proposito del «Pater», estratto.
Traduzione di Maria Concetta Sala.

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