Due universi

jacopo nacci, 1 settembre 2010
Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, particolare

Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, 1509-1511, particolare

Asophia, commentando questo post, in merito all’ipotesi tipografica (che non è l’ipotesi casa editrice a pagamento), dice di credere che vi sia una bella dif­fe­renza tra scri­vere su un blog e “scrivere un libro che verrà editato (nel senso di “pubblicato”, NdJ), per l’aspetto cartaceo in sé, per avere tra le mani la propria creatività e annusarne le pagine e la bellezza di sfogliarle”.
Lì per lì stavo per rispondere con un altro commento; mentre scrivevo, però, mi sono accorto che avvertivo una certa difficoltà nell’esprimere il mio pensiero, e ho deciso che sarebbe stato più onesto scrivere un post, perché un commento è meno esposto.
Mi rendo conto di avventurarmi in un territorio delicato; non si parla più di case editrici a pagamento e quindi (forse) non si parla più di acquisto di titoli nobiliari. La questione è (forse) più sottile e tocca la sensibilità di chi si senta chiamato in causa, da una parte e dall’altra. Ciò che vorrei provare a fare è tratteggiare una differenza tra due universi che mi pare di vedere, ma posso farlo solo partendo dalle mie sensazioni, e dunque non è detto che nella descrizione delle mie sensazioni, che userò per tratteggiare questa differenza, possano ritrovarsi coloro che stanno da “questa parte”, non solo perché è possibile che essi stiano da “questa parte” con tutt’altri pensieri e sentimenti, ma anche perché è possibile che, per alcuni di loro, “questa parte” sia quella di chi non pubblicherebbe per una casa editrice a pagamento, e non quella, come è per me, di chi non pagherebbe per pubblicare. In ogni caso ringrazio Asophia per il suo commento, senza il quale non avrei avuto modo di scrivere questo post.

Credo anch’io, come Asophia, che ci sia una grande differenza tra scrivere su un blog e scrivere “un libro”; ma la differenza che vedo io non è quella di cui scrive Asophia: per me la differenza tra scrivere su un blog e scrivere avendo in mente un altro genere di letteratura e un altro formato – che potrebbe essere anche un pdf – sta nel fatto che diversi formati e diversi oggetti testuali hanno diversi scopi e diverse caratteristiche di fruizione, ed è bene che chi scrive ne tenga conto: ad esempio gli episodi di Fire fi che pubblico qui sul blog hanno una misura da blog, e anche, a monte, un concetto diverso da quello che avrebbero se fossero pensati come occorrenze di un altro genere letterario e scritti per un altro formato, al quale, così come sono scritti, non sarebbero adatti; posso al massimo definirli, nel loro complesso, un romanzo d’appendice. Un’altra differenza tra Asophia e me è che “scrivere un libro” è una frase che non mi viene naturale né pensare né pronunciare, infatti sopra ho parlato della “differenza tra scrivere su un blog e scrivere avendo in mente un altro genere di letteratura e un altro formato”, non della “differenza tra scrivere su un blog e scrivere un libro”: anche se penso a un romanzo o a una raccolta di racconti, non penso la parola libro; quando poi scrivo una recensione penso la parola recensione, anche se poi ne farò un post, e la stessa cosa capita con racconto, anche se poi ne farò un post; con i termini post e articolo intendo su per giù lo stesso oggetto testuale.
Ma forse la differenza più importante tra il modo di sentire di Asophia e il mio è che anche solo il pensiero di “avere tra le mani la propria creatività e annusarne le pagine e la bellezza di sfogliarle” mi respinge; e forse non tanto per le pagine da annusare o per la bellezza di sfogliarle, quanto perché nella parola creatività avverto una connotazione fuorviante.
Quando parliamo di creatività noi pensiamo a una qualità positiva, non a una qualità negativa. Con positivo e negativo qui non intendo bene e male, intendo il porre qualcosa o il togliere qualcosa; e credo che, quando si lavora a un articolo o a una recensione o a un racconto o a un romanzo, meno ci si ponga e meglio sia per la qualità e la verità di ciò che stiamo cercando di fare.
Nell’idea di avere tra le mani la propria creatività non posso fare a meno di percepire l’ombra del narcisismo, cioè una cosa che sento essere completamente estranea, se non contraria, a quanto intendo con ricerca. Il mio compito – e usando questo termine non voglio dire che io sia bravo a portare a termine un qualche compito, ma che, semplicemente, ciò che segue si presenta alla mia coscienza come un compito, e senza altri attributi – il mio compito è produrre il lavoro fisico necessario alla realizzazione di un’idea o di un sentimento in un oggetto fisico, sia esso analogico o digitale; il mio compito è la realizzazione fisica di qualcosa di non fisico che mi ha chiesto di faticare per portarlo nel mondo fisico, facendomi quanto più vuoto mi sia possibile farmi: sento che dall’opera devo sparire, e non riesco in nessun modo a vedere uno spazio per una mia creatività, in questo processo, senza vedervi necessariamente anche il tradimento del consenso che ho dato alla cosa non fisica quando la cosa non fisica mi ha chiesto di portarla nel mondo fisico.
Attenzione: con questo non intendo dire che non si possa e non si debba aspirare a vivere di un lavoro del genere, e non significa che i riconoscimenti non facciano piacere. Intendo semplicemente dire che questi riconoscimenti – quello di un lettore, pagante o non pagante, e quello di una recensione favorevole, e forse (forse) anche quello di una pubblicazione su carta (che comunque mi pare qualcosa di più complesso perché non è una cosa fine a sé) – fanno piacere se sono diretti alla capacità di scomparire che l’autore ha saputo mettere in atto (non dimostrare: mettere in atto); e qui sì c’è una forma di realizzazione personale, sicuramente.
È questa una forma più raffinata di narcisismo? Non so, bisogna chiedere a Freud (ma, per essere corretti, anche ai suoi antagonisti), e più intellettualmente onesto di così non riesco a essere; in caso, per limite d’intelletto. Credo che vi siano un giusto orgoglio artigiano e una giusta gratitudine per i riconoscimenti; credo che un giusto orgoglio viaggi parallelamente all’amore per la letteratura, e credo che abbia a che vedere con il riscontro del giudizio positivo dei lettori (dei quali fanno parte anche i consulenti editoriali, gli editori, i recensori e lo stesso autore quando emette un giudizio senza pensare a una sua creatività) in merito all’uso che si è fatto della mente, del cuore e della lingua, e che non abbia nulla a che vedere con l’idea di stringere tra le mani il prodotto o l’espressione di una propria creatività. Credo che vi sia una giusta sensazione di soddisfazione e pienezza per una pubblicazione su carta, che rappresenta il culmine del lavoro svolto, ma non perché il libro sia un oggetto-feticcio nel quale specchiare l’ego: al contrario, la sacralità del libro risiede nel suo essere una grazia concessa in virtù dell’abnegazione, di quella scomparsa di sé che l’autore è stato in grado di attuare.
In generale, da anni, mi sembra che non ci sia un universo della scrittura, ma che ci siano in realtà due universi differenti: uno che pensa e parla in termini di lavoro, ricerca, riscrittura, e un altro che pensa e parla in termini di arte, espressione, creatività.
Una pubblicazione, come accennavo prima, non è fine a sé, almeno da “questa parte” per come la vivo io: si scrive perché si ritiene di avere qualcosa di importante da dire agli altri e, – solo stante quanto precede – se lo si ritiene giusto, per essere pagati: per raggiungere il primo di questi scopi, e talvolta anche il secondo, sono sufficienti – e, mi pare, anche più efficaci rispetto ad altre soluzioni – le case editrici vere, i supporti e i diversi formati elettronici e la rete. Se si scrive per altri motivi, temo sia un altro universo; ma è possibile che chi sta da “questa parte”, dove sono io, di fronte a un autore che pubblica un libro per annusare e sfogliare la propria creatività, provi una spiacevole sensazione di profanazione.

Segui il rizoma

Radio Genica 1. Informazione e formazione Da dove sto chiamando: se mi baso sulle orecchie – ovvero ciò che sento in giro, al bar, in rete – mi sembra che le manifestazioni di un disagio ita...
L’altro me (parte quindicesima) Pubblico, in una serie di post, l’intervento al Pesaro Comics & Games 2014.(La prima parte, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, ...
Brainwashball Tim Hamilton, Ray Bradbury's Fahrenheit 451, 2009 1. QUANTO ROSIKATE / CHI TI PAGA / QUANTE CAZZATE / Mi pare che le risposte automatiche segnalin...
UnumBomberz Ho realizzato un videocorso di filosofia antica per Oilproject.Questi sono i link ai singoli video: I fisici ionici: Talete, Anassimandro, Anassimene...

5 commenti a “Due universi”

  1. asophia ha detto:

    jaco jaco…

    senti
    “il mio com­pito è la rea­liz­za­zione fisica di qual­cosa di non fisico che mi ha chie­sto di fati­care per por­tarlo nel mondo fisico, facen­domi quanto più vuoto mi sia pos­si­bile farmi”

    dimmi…questa non è creatività?
    l’elaborazione di forme e idee, l’arte di inventare,creare, realizzare?

    per il resto io concordo con
    “Credo che vi siano un giu­sto orgo­glio arti­giano e una giu­sta gra­ti­tu­dine per i rico­no­sci­menti; credo che un giu­sto orgo­glio viaggi paral­le­la­mente all’amore per la let­te­ra­tura, e credo che abbia a che vedere con il riscon­tro del giu­di­zio posi­tivo dei let­tori (dei quali fanno parte anche i con­su­lenti edi­to­riali, gli edi­tori, i recen­sori e lo stesso autore quando emette un giu­di­zio senza pen­sare a una sua crea­ti­vità) in merito all’uso che si è fatto della mente, del cuore e della lin­gua” ma penso che al contrario questo sia strettamente connesso con il prodotto o la realizzazione della propria creatività.
    secondo me i due universi paralleli di lavoro, ricerca, riscrittura e arte espressione, creatività non vanno scissi ma devono coesistere insieme.

    è ovvio che si scrive perchè si ritiene di dire qualcosa di importante, ma è anche vero che oltre a dire qualcosa di importante agli altri stai esprimendo qualcosa che parte da te stesso .

    sarò io strana non so!
    ^_^

  2. asophia ha detto:

    aggiungo,
    nella complessità dell’argomento ci siamo anche diretti nel cercare di far qualcosa di concreto. questo è un aspetto altrettanto importante.

    un caro saluto jaco.

  3. jacopo nacci ha detto:

    “secondo me i due uni­versi paral­leli di lavoro, ricerca, riscrit­tura e arte espres­sione, crea­ti­vità non vanno scissi ma devono coe­si­stere insieme.”

    Il punto, Asophia, è che secondo me le differenze di linguaggio, specialmente in questo caso, dicono qualcosa di cruciale.

  4. asophia ha detto:

    tra l’uno e l’altro universo? non saprei. esistono diversi modi di scrivere [e ora sto parlando direttamente di persone che scrivono seriamente] come sempre , nella storia della letteratura, spesso anche contrastanti l’uno con l’altro.

  5. chik67 ha detto:

    Mi dispiace scrivere di pancia, senza troppe meditazioni. Una cosa che mi affascina molto della scrittura in rete è proprio il suo aspetto a perdere. L’idea che si scriva su di un supporto labile, in tempi che consumano brevemente. Mi sembra una forma di igiene mentale, una tendenza alla difesa dalla ipertrofica onnipresenza della memoria e, in ultima analisi, una tendenza alla difesa dalla musealizzazione della scrittura.

    Il libro stampato, stampato e non diffuso, non promosso, non “pubblicato” nel senso proprio del termine, mi sembra un oggetto al tempo stesso inutile e pericoloso. Inutile in quanto il suo scopo primo mi sembra quello di essere messo nel posto d’onore della propria libreria di casa, in questo senso sì, semplice titolo nobiliare. Pericoloso perché cristallizzante di quello che si è scritto, quindi argine ad una creatività, se si vuole, che ha bisogno di tutto meno che di essere trasformata in un oggetto immobile troppo presto. Cosa che oggi si tende a fare, paradossalmente, nell’epoca del ricambio veloce di tutto, proprio per paura della scomparsa, dell’oblio (ammazza come sto scrivendo male, scusa).

    Ne farei assai più che una questione economica una questione di tempi e diffusione. La chiave, mi sembra, è che molte persone non sono disposte a sopportare, ad accettare, i tempi lenti di gestazione e maturazione di un testo, nè sono disposti ad accettare l’idea che molto di quello che si scrive è da buttare (non lo dico con cattiveria, molto di quello che chiunque scrive, anche il più dotato di talento, è da buttare). Né si è disposti a portare il peso amaro dei giudizi negativi, che pure sono il vero compenso, nella misura in cui riescono a precedere un giudizio positivo, a misurarci in una progressione, al limite. Questa combinazione di impazienza e frustrazione è un bisogno a cui risponde benissimo la casa editrice a pagamento. Il fatto che non sia una tipografia o un print-on-demand illude di un giudizio positivo che non c’è (il suo libro ci è piaciuto e lo vogliamo pubblicare). La pubblicazione avviene in tempi rapidi (manca l’editing, mancano le attese imposte dalla distribuzione). E per certi versi la scarsa diffusione funge anche da calmante per l’ansia. Perché vedere il proprio nome sul libro in casa propria gratifica, essere graticolati in pubblico può gratificare assai meno.

    Poi per carità, penso che una componente narcisistica ci possa essere in ogni forma di scrittura, nell’atto stesso di pensare di aver qualcosa di interessante da dire. Ma sto con jacopo, se l’interpreto bene, sull’idea che un autore da questa componente, in prima istanza, si debba guardare, ne debba sospettare.

Pubblica un commento