E io oggi pago il fottuto viaggio di Ulisse

jacopo nacci, 23 ottobre 2012

È uscito Funambole di Isabel Farah (Marco Del Bucchia Editore).
Sedici monologhi: Medea, Penelope, Arianna, Clitennestra, Leda, Filomela, Egle, Giocasta, Ersilia, Andromaca, Euridice, Frine, Ermione, Rossane, un’amazzone, Antigone.
Un estratto da “Medea” è stato pubblicato ieri su Scrittori Precari.
Qui sotto pubblico “Penelope” in versione integrale.

Funambole di Isabel Farah si può ordinare da qui.

Penelope

Isabel Farah - FunamboleNemmeno un angolo in cui poter liberamente urlare dentro. Osservarmi spegnermi, regalarmi un funerale interiore degno dell’amore che mi voglio. Stipata in un tavolo perennemente troppo piccolo; respiri di troppo inondano l’aria. Il tempo, il tempo, il tempo di osservare i movimenti frenetici e senza senso del respiro del mio cuore, di me, del mondo che sono io, stando ai filtri.
Nemmeno il tempo per rimproverarmi dell’odio dilatato che provo ora, nemmeno lo spazio per ricordarmi che devo stendermi e che mai devo diventare nera. Nemmeno il buio per potere piangere la mia era, la mia personale era: a Penelope non viene dato lo spazio per dire a Ulisse che non sarà lei a pagare l’angoscia del suo viaggio. Penelope paga, e basta. Omero ha deciso così; Omero e Ulisse. E dio e l’uomo. E il creatore e il primo creato. Privilegiato. E la donna. E io. E Penelope. E Penelope, che non ha nemmeno la facoltà di odiare, che non ha nemmeno il coltello di Clitennestra, che non scopa come Elena, che non punisce ciecamente: che non è Medea.

Chiudi la porta. Portati via la porta. Non respirare più. Se vorrai morire, non avvisarmi.

Il primo giorno che sono qui. Giunta a cazzo, in un paesello impiccione. Con l’immagine del muscolo che diventa un improvvisato pallone da calcio per ragazzini: il mio cuore, in questo momento, sta rotolando nella polvere di una via che puzza di pipì di gatto. Qualche ragazzino lo calcia e lui s’impolvera. Però ti prego, ora vattene via, andatevene via tutti. Ho voglia di stare da sola. Ora voglio una stanza tutta per me, un letto in cui potere nuotare e non nuoterò. Un unico senso di disagio per le relazioni che stanno per sgretolarsi e io con loro.
Domani. Domani tutto avrà l’unico epilogo. Domani muoio di nuovo, dopodomani non rinasco foglia o fiume o farfalla. Ma non rinasco nemmeno Penelope. Oggi però non è domani e domani non sarà ancora domani e io oggi pago il fottuto viaggio di Ulisse. Che approdi su porti lontani mille miglia da me, Ulisse. Che incontri al più presto una sirena, Nausicaa, Calipso, chiunque, Ulisse. Salvatelo voi, Ulisse. Io, io non lo voglio più vedere. Maledetto sia il giorno che lo incontrai, quel viaggiatore disagiato di prima classe, che mi ha attaccato giorno dopo giorno un petalo rosso d’amore al timpano e, con il petalo, una spina. E il petalo, sciacallo, è diventato secco, e la spina, acuta, mi ha traforato le orecchie.

Provo per qualche secondo a smettere di correre. Ad appoggiare il passato sul piatto della bilancia: devo valutare l’ipotesi di poterlo comprendere nel mio futuro. Però ha fatto uccidere le mie ancelle.
E mi ha regalato il blu del mare, ma poi il mare se l’è voluto tenere tutto per sé. E mi ha regalato un legno di quercia che mi facesse credere nell’eternità, però ha preferito non restare con me a guardarlo.
Devo fare uno sforzo di memoria per tornare a una domenica pomeriggio di tanti anni fa, capire se sono troppi.
La tavola apparecchiata, la prima condensa di vapore alla finestra: è autunno ormai. Telemaco è seduto sulle gambe di mio marito. Impara a leggere. Il suo dito scorre lentamente sulle pagine di un libro ingiallito. Ulisse è un padre dolce. Sento le loro voci insieme al rumore del mattino che ha inizio dentro e fuori. Non mi avvicino, rimango di spalle a tagliare qualcosa, non ricordo che cosa, mi riempio di due uomini che amo senza sentire la necessità di guardarli, per averli, per sentirli miei. Argo rimane fuori dalla porta, a lui posso sorridere. Lo vedo dalla finestra, scodinzola. Ha fame.
Troppi, troppi anni fa.
Un altro sforzo, Penelope, un altro. Se servirà a liberarti per sempre della maledizione che hai incontrato. Il caffè zuccherato col sale, Ulisse. Avresti dovuto chiederti se mi offendeva vivere senza di te; gli errori si pagano, viaggiatore. Ora tocca a me prendere l’aereo, sorvolare il mare. E se lo facessi io questo viaggio di perdita negli occhi di tutti gli uomini del mondo? Se domani un giovane marinaio mi prendesse per mano e mi portasse a fare l’amore nel vuoto? Cosa faresti tu? Mi odieresti, Ulisse? Avresti il coraggio di farlo? Quale faccia scegli per commettere l’ingiustizia? E per vergognartene? E per chiedere scusa per quello che senti? No. Troppi anni; perdonarti significherebbe assistere compiaciuta alla meditazione del tuo assassinio. Non voglio perdere il cuore. Sono una donna troppo fragile per farmi una cosa così crudele. Ho deciso che puoi invecchiare nella malattia e nella solitudine, Ulisse. La tua sposa ti abbandona.
Fingiamo per un attimo di essere sull’altare. Alzando il velo che copre il mio viso, trovi il tuo. Ulisse e Ulisse. È te che volevi sposare, uomo. E allora auguri e figli maschi.

Un bicchiere levato – oggi che i miei occhi stanchi non vengono rapiti da Morfeo – al mio tradimento, alla mia ira, alla necessità di nutrimento e di fuga del cuore che io stessa ho partorito, inseminata dall’uomo che non riconosce mio figlio, suo figlio: Amore. Oggi che ancora, dopo giorni e giorni e giorni, io, Penelope, la sciagurata, la senza amore, non dorme. Non c’è pace nel mio corpo. Penelope non ha pace, a Penelope non è stata concessa la vendetta, Penelope si deve accontentare di morire lentamente nel travaglio dell’attesa che ha a lungo tessuto, nel bruciore della mancanza che ho a lungo decostruito, accarezzando il filo nel mio grembo, nel dolore muto della perdita, gomitolo rosso semovente nascostosi insidioso sotto il cuscino del mio talamo di sposa fedele.
Penelope non è lo specchio di Ulisse, non è quello che sperava lui.

Avrei bisogno che chiudessi la porta, amore mio, che te la portassi via. Che diventassi una porta. E poi legna per il calore. Riscaldati al focolare della sua fine, Penelope.

Isabel Farah, “Penelope”, Funambole

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