Esegesi difficile

Jacopo Nacci, 4 febbraio 2008

Ma cosa sono i mostri? Andiamo all’origine dei mostri – fa la Marcuzzi, in uno studio buio, con un cono di luce che la illumina solo parzialmente, e una sola immagine in alto a sinistra di chi guarda, proiettata sul muro: è l’immagine di Che Guevara, quella classica di Alberto Korda. Ma ha delle striature in volto, come una tigre, e un muso felino: ecco, assomiglia all’Uomo Tigre. In quel momento la Marcuzzi fa un passo avanti ed entra completamente nel cono di luce: anche lei ha il volto striato e felino.

Sono nel bagno di casa dei miei. Il bagno ha una finestra piccola e alta che da sul giardino, se non ci si sporge si può vedere solo il cancello del giardino che sta in fondo al giardino, e che si affaccia su una via piccola e corta, che a sua volta, se si gira a destra, sfocia sullo stradone. Sento qualche strepitìo, delle grida di gente che urla per far casino, rumori. Vedo un gatto che assomiglia in tutto e per tutto al mio gatto – che non esce mai dal giardino, perché lo stradone è pericoloso – svicolare correndo dal buco accanto al cancello e prendere la via piccola e corta verso destra.
-Se qualcuno tocca quel gatto- urlo -gli faccio il culo!
(si sente una specie di “eeeh…”, come a dire “violento”: è un rumore di fondo, come un commento dalla regia)
Spero che il mio gatto torni, sono quasi certo che tornerà e non si avvicinerà allo stradone, ma non ne sono del tutto convinto.
(si sente una specie di “ma il tuo gatto è lì”, come un commento dalla regia)
Mi aggrappo alla finestra e mi isso per guardare in basso, sotto di me, nel giardino. Accanto a un alberello che nasce da un quadrato di terra aperto nel cemento vedo steso e gaudente un gatto che effettivamente sembra il mio, ma meno di quello di prima. È grigio e bianco, ma le striature marroncine – perché comunque a starci attenti ce le ha – appaiono più pronunciate. Una vecchia, curva e imbacuccata nel fazzoletto, cammina nel mio giardino, gli cammina accanto, forse senza vederlo, gli cammina quasi sul pelo sporgente. Lui non fa una piega.

Di fronte a una platea seduta su sedie bianche come di un cinema o di un teatro tutto bianco e illuminato dalla luce che entra da grandi finestre, da un grande palco bianco e illuminato dalla luce che entra dalle grandi finestre, la Marcuzzi parla dell’impegno di Alberico Penna. Alberico Penna, dice, era un comunista, un sindacalista, impegnato sempre nelle sue idee, un uomo di politica, d’azione. Eppure, a un certo punto della sua vita, Alberico Penna si è ritirato dall’ideologia, ha messo in discussione la moralità di qualunque ideologia: dell’ideologia in sé. E all’ideologia non è più tornato.
Un signore con gli occhialini in prima fila sposta l’ordine delle gambe accavallate e interrompendo la Marcuzzi dice con un forte accento del nord-est, accompagnato da gesti del braccio:
-Forse perché era quell’ideologia lì. Fosse stata un’altra, forse, non sarebbe successo.
Lo dice sorridendo, come chi dice “forse”, però è certo.

Mi sveglio lievemente allarmato.

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