Evangelion. Anatomia di una religione

jacopo nacci, 4 dicembre 2018

Un lungo, lungo, lungo estratto dalla Guida ai super e real robot di Jacopo Mistè

Hideaki Anno, come buona parte dei membri della seconda generazione di registi e animatori, è un otaku. Nel suo caso è anche un hikikomori. I suoi anime preferiti sono Yamato, il primo Gundam e Ideon, e indica i suoi mentori in Yoshiyuki Tomino e Hayao Miyazaki. Dopo Punta al top! e il super successo televisivo di Nadia nel mare delle meraviglie (in Italia Nadia – Il mistero della Pietra Azzurra), del 1990 e sempre suo e di Gainax, Anno prende coscienza della povertà della propria vita sociale ed entra in depressione: prova disinteresse verso tutti gli esseri viventi, che siano umani, animali o piante, compresa la sua stessa famiglia, ha enorme difficoltà a relazionarsi con il prossimo e, senza impegnarsi in amicizie, vuole comunque essere lodato dalle persone. Si trova patetico e si odia. In questo periodo pensa addirittura di ritirarsi dall’animazione, ma si innamora a tal punto del V Gundam di Tomino da ritrovare l’ispirazione per una nuova storia. Pensa che gli anime robotici abbiano ormai imboccato una via senza ritorno che impedisce di raccontare cose nuove, e vuole abbattere le banalità. Evangelion della nuova era, conosciuto in tutto il mondo come Neon Genesis Evangelion, è l’allegoria in chiave robotica della sua vita, il reietto protagonista Shinji Ikari è l’avatar della sua anima hikikomori, e tutti gli attori della vicenda sono icone metaforiche. La serie, rivolta a un pubblico dai quattordici anni in su, è, dice Anno, il doloroso processo di guarigione di un hikikomori, il racconto della sua uscita dal guscio e della sua entrata nella vita sociale. «Mi domando se una persona oltre i venti a cui piacciono anime di robot sia veramente felice. Potrebbe trovare la felicità altrove. Ho i miei dubbi sulla sua felicità» è il manifesto del regista e dell’opera.

Dai produttori Anno riceve carta bianca, libero di decidere storia, modi e numero di episodi, con un unico diktat: gli adulti possono morire, i ragazzini no. Con la sponsorizzazione di Bandai, ha la possibilità di accedere a un eccezionale budget di 6 milioni di yen per ciascuna delle ventisei puntate. Evangelion è la seconda serie mecha della seconda generazione ad andare in onda dopo Patlabor. Le animazioni sono affidate alla Tatsunoko: Gainax è troppo piccola per gestire con le sue forze un simile dispiego di mezzi e persone. La serie debutta su tv Tokyo a partire dal 4 ottobre 1995, ogni sabato alle 18.30 per la regia generale di Anno. Debutta in contemporanea anche la controparte manga, scritta e disegnata dal character designer della serie, Yoshiyuki Sadamoto, già apprezzatissimo in Honneamise e Nadia.

La trama di Evangelionè suggestiva. A causa del burrascoso rapporto con il padre severo, Shinji Ikari è diventato un adolescente disturbato, estremamente schivo e insicuro. Vive in un Giappone del futuro, ricostruito dopo la misteriosa tragedia del Second Impact che ha distrutto parte del globo, ed è richiamato a Neo-Tōkyō 3 proprio dal genitore, a capo dell’organismo militare NERV. Il padre gli svela l’arcano: insieme alle coetanee Rei Ayanami e Asuka Langley Sōryū, il ragazzo è un Children, uno dei pochi eletti in grado di pilotare le entità robotiche senzienti Evangelion per difendere l’umanità dagli attacchi degli Apostoli, creature informi, disseminate sul pianeta, che una dopo l’altra si dirigono in Giappone per attaccare la città senza apparente motivazione. I tre ragazzi sono costretti dai militari a rischiare la vita in combattimento: sono gli unici in grado di entrare in sintonia con il loro specifico Evangelion, attraverso degli entry plug e un’interfaccia neurale che li mette in totale risonanza con le creature che pilotano. Shinji non immagina, però, cosa siano realmente gli Apostoli e che ruolo abbia avuto la NERV nella loro creazione. Soprattutto, non sa cosa sia la segretissima Seele, che manovra la NERV da dietro le quinte, e che mira a realizzare il misterioso Progetto per il perfezionamento dell’uomo.

Evangelion propone un nuovo modo di raccontare una storia. Qualcuno direbbe “intellettuale”, altri “intellettualoide”: nessuno dei due è completamente giusto o sbagliato. È un modo di narrare complesso, improntato alla psicologia, ai monologhi interiori, anche alla filosofia: a volte in modo naturale e integrato nella storia, a volte per fare figo, serve a mettere a nudo gli attori nelle loro pulsioni esistenziali. Sotto i riflettori passano l’io e il super io, Schopenhauer e il dilemma del porcospino, teorie e concetti di Freud e di Kierkegaard, e non è difficile trovarci dentro – chissà se Anno lo ha letto – anche Pirandello e la teoria delle maschere. Per tutta la serie gli attori sono rivoltati come calzini e il tema dell’incomunicabilità è posto in primissimo piano. Come ai tempi di Tomino.

Due sono le chiavi di lettura necessarie per comprendere Evangelion. Secondo la prima, Evangelion è una storia prettamente fantascientifica, ventisei episodi nei quali Anno parla della guerra dell’umanità contro gli Apostoli, snocciolando misteri, atmosfere apocalittiche, cospirazioni, teorie alternative della nascita dell’umanità, e scomodando armi, attrezzature, tecnologie e creature i cui nomi si rifanno, per finalità esotiche, a religione ed esoterismo, tirando in ballo Lance di Longino, Re magi, riferimenti alla cabala ebraica, al cristianesimo e all’escatologia. Secondo le intenzioni dello staff, la serie è la somma di Ideon di Tomino e del manga DevilMan (1972) di Gō Nagai: sulla traccia di Ideon, nella NERV rivive la Solo Ship, in lotta contro gli extraterrestri, cioè gli Apostoli, e contro la stessa umanità, rappresentata dalla Seele, e l’Ideon rivive negli Eva, entità senzienti che possono comunicare con i giovani o impazzire; da DevilMan provengono lo scontro tra l’uomo e le divinità e il finale apocalittico. Inoltre, per Anno Evangelion è anche una risposta a Gundam, anzi: intende superarlo. Infine, in merito al rovesciamento di valori nel finale di serie, il regista dice di aver pescato suggestioni dal volume conclusivo del manga di Nausicaä.Evangelion, come Punta al top!, è un trionfo di citazionismo: due dei tre Children, Rei e Asuka, ereditano i nomi da Rei Asuka di Reideen; la prima apparizione dell’Eva, con l’inquadratura del suo enorme volto davanti agli occhi stupefatti di Shinji, rievoca l’analoga apparizione del Combattler V; i cinque minuti di autonomia che hanno gli Eva in combattimento riprendono i cinque minuti del mitico Ultraman; nell’episodio 18 una intera sequenza in un parco giochi è clonata da un’identica scena di Caro fratello (1991, stesso titolo in Italia); l’entry plug potrebbe essere un omaggio a Iczer-1, e in generale la serie trabocca di omaggi ad anime amati dal regista e dallo staff.

La seconda chiave di lettura accompagna lo spettatore al cuore dell’opera di Anno: Evangelionè un trattato sul processo di guarigione di un hikikomori. Shinji è presentato come tale fin dal primo episodio. E man mano che l’intreccio si sviluppa e la minaccia degli Apostoli cresce, lo si vede fare errori mettendo a rischio la vita sua e degli altri, e sottoporre se stesso a sfiancanti inquisizioni interiori. È un personaggio pietoso, pauroso, incapace di assumersi responsabilità, sgridato sia dagli adulti sia dalle coetanee che come lui guidano gli Eva. È il primo pilota di robot che frigna al momento di salire sul suo mezzo. In coerenza con questa chiave, anche gli elementi fantascientifici assumono significati simbolici: Anno spiega che gli Apostoli, enigmatici, amorfi, indecifrabili, rappresentano la vita reale filtrata dallo sguardo hikikomori. Gendō Ikari, il severo padre di Shinji, che con fare freddo e cinico impone al figlio prove durissime, può essere visto, dice per Anno, come rappresentazione della pressione della società o come la società stessa. Allo stesso modo, le donne e le ragazze che influenzano la crescita di Shinji sembrano restituire diversi stereotipi dell’immaginario maschile: la disinibita Misato Katsuragi, trentenne forte, indipendente, solare e comprensiva, che ospita Shinji a casa sua dandogli supporto morale, è il surrogato di una figura materna; Asuka è una dominatrice, una ragazza che sa quello che vuole e sa di essere sensuale; Rei una ragazza bella ed emotivamente instabile che ispira a un tempo soggezione e protezione.

Le due dimensioni narrative dell’opera, terrena e simbolica, sono intriganti e convivono benissimo, merito di una cura eccellente nella caratterizzazione dei personaggi, tutti complessati, pieni di ferite, incapaci di trovare un proprio posto nel mondo. Dal momento che l’opera è soprattutto un’allegoria, si può soprassedere sul risibile presupposto che vede un trio di ragazzi emotivamente instabili incaricato di salvare l’umanità, per lasciarsi rapire piuttosto dal fascino della trama ed empatizzare con gli attori in virtù di una disamina psicologica realistica e di una narrazione coinvolgente, che calibra alla perfezione momenti seri e cupi e piccole iniezioni di humor. Sembra incredibile che Anno scriva ogni episodio settimana dopo settimana senza neanche sapere che finale dare alla serie.

Il coloratissimo character design di Sadamoto, con quel riconoscibile tratto a metà tra infantile e realistico, e le drammatiche composizioni musicali di Shirō Sagisu trovano una perfetta sinergia con la regia raffinata di Anno, basata sugli stilemi del cinema d’autore, e contraddistinta da un’abbondanza di primi piani di oggetti e dettagli e da un maniacale senso dell’inquadratura e del montaggio. La consistenza del budget, poi, sa farsi sentire nella cura dei disegni, dei fondali e delle animazioni, eccellenti per buona parte della serie, specie nelle battaglie.

C’è però un problema di mancato coordinamento tra le direttive di Gainax e la realizzazione delle animazioni da parte di Tatsunoko, che sperpera troppi soldi in episodi a cui ne basterebbero meno.La conseguenza è che Anno, verso il finale di serie, è costretto a fare economia. E si vede. Le puntate si basano sempre di più su disegni statici e ricicli di sequenze. Paradossalmente, è il motivo per cui il finale di Evangelion diventa un cult: Anno deve arrangiarsi con ciò che ha, e realizza una conclusione diversa da quella a cui ha pensato. Preferisce andare al nocciolo della questione e dire quello che gli interessa realmente, concludendo il discorso sociale senza dare una chiusura alla trama terrena. Inscena due puntate finali, la 25 e la 26, fatte con schizzi di storyboard, voci fuori campo, ricicli di rodovetri, foto vere, animazioni minimaliste e scritte a tutto schermo realizzando un’opera d’arte di risparmio, ma anche concettuale. Le due puntate finali si reggono interamente su dialoghi interiori di Shinji e diventano il traguardo della sua crescita che, a questo punto, buca la quarta parete diventando destrutturazione della storia, processo di negazione della forma. Nessun riferimento a come si risolvano la guerra con gli Apostoli e i misteri della serie: il succo del discorso è tutto qui, in questi cinquanta minuti, e i fan possono solo accettarlo. Il messaggio però non è diverso da quanto ha già detto Tomino con Gundam e Z Gundam; semplicemente, in Evangelion viene detto da dentro i personaggi e non da fuori. Quantomeno, è innegabile che sia stato fatto con stile.

Lì per lì, Evangelion non ottiene un grande risultato commerciale. Prima della trasmissione, è presentato su Animage, in un insignificante trafiletto, semplicemente come una serie un po’ particolare. Bandai è molto riluttante a mettere in vendita giocattoli o modellini, perché ritiene che gli Evangelion, creati dallo stesso Anno, non hanno grande appeal commerciale: la loro corporatura è quasi indistinguibile da quella di un essere umano, lontanissima da concezioni super o real robot; le loro fattezze sono ispirate a quelle degli oni, e poi ognuno di essi è monocromatico, rivestito di uno stralunato viola, rosso o blu elettrico. La trasmissione è essenzialmente ignorata dagli spettatori e lo share medio è un modesto 7,1%.

Accade però che Evangelion, come Gundam, va incontro a un’epocale riabilitazione. Le televisioni, i programmi e i quotidiani iniziano a dedicare sempre più servizi a questa storia così particolare, e la cruda metafora dell’hikikomori colpisce nel segno quando iniziano a nascere dibattiti sul tema “è possibile che i nostri figli siano come Shinji?”. La replica notturna di Evangelion, alle 2.55 di notte, ottiene uno share medio del 2,4%: ovviamente basso per via dell’orario, ma per nulla rappresentativo, dato che quasi tutti si limitano a registrare gli episodi per vederli di giorno. Infatti, quando arrivano in vendita le videocassette e i dvd della serie, è l’apoteosi: le prime dieci vendono 2.560.000 copie, ed è proprio Evangelion a contribuire significativamente al boom del formato dvd. Dopo la rivalutazione di pubblico con le repliche notturne, che fanno da apripista a un nuovo anime boom sugli slot notturni e sui canali a pagamento, a questo punto, per Evangelion è una strada tutta in crescita e sempre con numeri da capogiro. I quattro cd della colonna sonora toccano 1.490.000 copie, i quattro dischi contenenti le sigle 1.330.000, e anche i modellini Bandai vendono bene. Il manga di Sadamoto fa triplicare le vendite della rivista Monthly Shōnen A che passa da centomila a trecentomila copie, proliferano così tanti saggi sull’opera, nelle librerie, che si creano reparti specifici per raccoglierli, e le doppiatrici della serie, specie Megumi Ogata, quella di Shinji, diventano superstar, come Mari Ījima ai tempi di Macross.

Le ragazze della serie diventano inevitabilmente delle icone sessuali: se ne scoprono i retroscena hot in un boom di dōjinshi a tema pornografico, che ritraggono soprattutto l’amatissima, oltre ogni limite, Rei Ayanami, fredda, solitaria, quasi schizofrenica, il personaggio che Anno dichiara di aver capito di meno e per cui prova meno affezione. Ayanami diventa la ragazza anime dell’anno e le sue action figure vanno a ruba così come i costumi da cosplay. La sua popolarità tocca l’apice il 30 luglio 1997, quando in tutto il mondo il settimanale Newsweek ha in copertina Gianni Versace, ma nella versione giapponese c’è lei. Evangelion diventa una religione, e il suo titolo esteso, Evangelion della nuova era, a posteriori si rivela indovinatissimo, con quell’“Evangelion” inteso sia come nome del robot sia come “vangelo”, e quella “nuova era”, che richiama anche “La nuova era dell’animazione”, l’Anime shin seiki sengen di Gundam, configurandosi come uno spartiacque dallo stesso impatto fondamentale. Nell’Anime Grand Prix del 1995, Evangelion vince il premio per migliore lavoro (sia per lettori che per redattori della rivista), migliore canzone (la sigla di apertura Zankoku na Tenshi no These) e miglior personaggio femminile, ovviamente Rei; in quello del 1996, rivince come miglior titolo (sempre per entrambe le categorie), per la migliore sigla di apertura, per il migliore episodio (il 24), e per il miglior personaggio, sia maschile, sia femminile, con Shinji e ancora Rei. All’Animation Kōbe del 1996, Hideaki Anno conquista il premio individuale come regista ed Evangelion quello di migliore serie televisiva; nell’edizione del 1997, la colonna sonora trionfa come migliore componimento musicale. Nel sondaggio Animax del 2000, infine, è al settimo posto dei migliori anime del millennio, con Rei al diciannovesimo posto dei migliori personaggi.

In Giappone, insomma, Evangelion è un successo monolitico. All’estero ancora di più: è la serie più popolare di tutti i tempi, e ancora oggi se ne parla con una venerazione infinita, speculando su tutti i suoi significati. Il che è ironico. Evangelion nasce in Giappone per parlare alla società giapponese, ed è simbolico che esca proprio dopo l’attentato terroristico della Aum Shinrikyō, quel cupo scorcio storico che riporta in auge il disprezzo verso otaku e hikikomori. Al di fuori dell’arcipelago, i fan occidentali si focalizzano sulla sua superficie, sulle allegorie religiose, sulla cabala, sui misteri non spiegati, sul Progetto per il perfezionamento dell’uomo, e non capiscono di essere stati presi in giro da un regista che mette tutti quei riferimenti per fare figo agli occhi del suo popolo. L’unica cosa che si può dare loro in pasto è una dichiarazione di Kazuya Tsurumaki, uno dei registi principali della serie, sperando che metta fine una volta per tutte alle speculazioni su fantomatici significati sotterranei: «Ci sono un sacco di anime robotici in circolazione, per questo abbiamo inserito riferimenti religiosi per distinguerci. Non c’è nessun significato cristiano nella serie, abbiamo solo pensato che riferimenti visivi al cristianesimo sembrassero fighi. Se avessimo saputo che l’opera sarebbe stata distribuita negli USA e in Europa, avremmo ripensato a questa scelta».

Le lodi e le critiche più interessanti, piuttosto, sono quelle che guardano ai risvolti psicologici e sociali della serie. «Da circa una decina d’anni i miei allievi non scrivono altro che storie del genere. Figli unici con genitori assenti, hanno trascorso l’infanzia a giocare con i videogame e guardare cartoni animati. Nelle loro sceneggiature non sanno rappresentare rapporti umani, perché non ne hanno esperienza. Evangelion è un’espressione del nostro tempo» dice lo sceneggiatore cinematografico Toshirō Ishidō nel 1997, uno dei sostenitori dell’opera.

Ma in generale, c’è una cosa che è chiara a tutti: i fan della serie, vale a dire, per la stragrande maggioranza, proprio gli otaku a cui si rivolge Anno, lo odiano a morte per quelle due puntate finali e ne nasce una furente polemica. Amano visceralmente il loro giocattolo, non accettano la spiegazione dei suoi significati né la mancata risoluzione della storia terrena, e recapitano ad Anno anche e-mail contenenti minacce di morte. Le condizioni di Anno, che ha girato la serie in piena depressione,peggiorano ancora di più. Non è sicuro di essere davvero un bravo regista se così tanta gente ha criticato il finale, e arriva quasi al punto di suicidarsi: rifiuta di vedere le persone, sale sul tetto del palazzo di Gainax e medita se gettarsi di sotto. Fortunatamente ci ripensa. Agli otaku risponde per le rime con un famoso intervento scritto sul numero di giugno del 1996 di Newtype, nella prima intervista rilasciata dopo il termine della serie.

Molti di quelli che comunicano via computer è gente con i paraocchi. Si sono fatti una visione del mondo intero standosene chiusi nelle loro stanze. Ma quello che hanno sono solo informazioni non verificate, che danno loro l’impressione di aver capito tutto. […] [Le loro parole] hanno lo stesso valore dei graffiti nei cessi… […] A loro voglio solo dire di provare a conoscere meglio il mondo e di tornare alla realtà. […] Gli animefan vengono presi in giro perché non si rendono conto di quanto le loro idee siano infantili. Non escono dalle loro camere. Vogliono solo starsene al sicuro. Non hanno nulla di certo a cui appoggiarsi dentro se stessi, ed è per questo che cercano la salvezza nei cartoni animati. […] La ragione per cui mi permetto di dire queste cose è che anche io mi sono accorto di non avere nulla. Ho fatto l’animefan per ventun anni, e me ne sono accorto solo ora che ho trentacinque anni. Devo essere un bello scemo pure io.

Neanche per Gainax, comunque, il finale può essere quello televisivo. Annuncia un lungometraggio cinematografico, programmato per il 15 marzo 1997, che sarà un classico film riassuntivo, con qualche modifica alle scene originali e qualche revisione del doppiaggio; promette anche di chiarire tutti i misteri della serie. E invece in pieno 1996 il colpo di scena: l’annuncio che i film saranno due, per l’impossibilità di girare il finale voluto nei tempi previsti.Evangelion della nuova era – Il film: Death & Rebirth, Morte e rinascita (in Italia Neon Genesis Evangelion: Death & Rebirth), quando esce, è ovviamente un successone. Incassa un miliardo e 100 milioni di yen e le sale sono strapiene in tutte le proiezioni. Ma è un’opera trascurabile. Si divide in due parti, Death e Rebirth, per un totale di cento minuti. Death è la sintesi dei primi ventiquattro episodi con qualche modifica, e occupa ben settantatré minuti; Rebirth, con i suoi ventisette, è invece il rifacimento della puntata 25. La regia generale è di Hideaki Anno. Le animazioni passano interamente da Tatsunoko a Production I.G, e sarà così anche per la seconda pellicola. Peccato che il secondo film che esce il 19 luglio 1997, Evangelion della nuova era – Il film: Air/I miei veri sentimenti per te, animato da zero e contenente il rifacimento dell’episodio 26 (I miei veri sentimenti per te), contempli anche, interamente, Rebirth, ribattezzato Air, rendendo così pienamente trascurabile la visione del primo film.

Air/I miei veri sentimenti per te è la conclusione definitiva di Evangelion, ed è costruito su un potentissimo déjà vu. Con la sconfitta del diciassettesimo Apostolo, la profezia contenuta nei Rotoli del Mar Morto giunge a compimento: è ora che si attui il misterioso Progetto per il perfezionamento dell’uomo. Per fare questo, la Seele invia dentro la base della NERV una task force militare armata fino ai denti a rinvenire la gigantesca Lilith, il secondo Apostolo da cui è discesa la razza umana. Segue una carneficina dei dipendenti della NERV, ma Shinji e Asuka salgono a bordo degli Eva per difendere la base. Infine, quando l’anima e il corpo di Lilith si fondono, si verifica l’apocalittico Third Impact. Con I miei veri sentimenti per te, Anno rilegge il mitico The Ideon – Evocazione del 1982. Già la serie televisiva omaggiava Evocazione nell’ultimo episodio, con la famosa scritta finale “Grazie padre, arrivederci madre, e a tutti i bambini, congratulazioni!” che riecheggiava l’“happy birthday dear children” cantato dagli spiriti dei morti nel finale della pellicola di Tomino;entrambi i finali simboleggiavano la rinascita spirituale del cast. I miei veri sentimenti per te va ben oltre, di Evocazione rielabora il tenore fortemente depressivo e nichilista, la glaciale crudezza delle scene di morte, e soprattutto i momenti topici: l’infiltrazione del commando Seele nella base NERV, con conseguente carneficina, è nei fatti la strage operata dal Buff Clan penetrata nella nave Solo; l’Albero della Vita è palesemente l’Ide e, infine, il misticheggiante e apocalittico Third Impact è l’Armageddon finale perpetrato dall’Ideon, con tanto di scene registicamente identiche, e con tanto di spiriti e reset.

L’originalità non sta tanto nel modo in cui viene realizzato il semiremake, bensì nel modo in cui Anno adatta il classico del 1982 alla propria satira. Le famigerate introspezioni psicologiche convivono con divinità, fusioni extracorporee ed elementi soprannaturali: i due piani narrativi si sovrappongono. La chiave di lettura, il messaggio che Anno manda ancora una volta agli otaku, è tutto nel monologo interiore finale di Shinji: «Il potere dell’immaginazione è l’abilità di crearsi il proprio futuro, di costruirsi la propria crescita. Se le persone non agiranno secondo la propria volontà niente cambierà». La soluzione a cui arriva il protagonista buca la quarta parete creando un gioco meta-anime: nel corso della scena Anno mostra le e-mail di morte che ha ricevuto dagli otaku e li fa specchiare in se stessi mostrando scene di spettatori che stanno guardando il primo dei due film, Death & Rebirth, ripresi a loro insaputa. Da un lato la finzione della fine del pianeta, dall’altro persone reali dentro un cinema che fanno lavorare l’immaginazione. Un’idea geniale, che replica il ragionamento di Shinji nei due episodi televisivi facendolo arrivare alla stessa conclusione ma in un modo migliore, perfettamente integrato nel piano narrativo.

La regia è ancora una volta avvincente: l’ora e mezza di durata del film neanche si sente grazie al ritmo indiavolato generato da riprese dinamiche nei combattimenti tra mecha, inquadrature ricercate e un’ottima fotografia. Soprattutto, si respira un’aria di genuina apocalisse: le atmosfere trucide, i corpi che sprizzano sangue come fontane, la magnifica sequenza dell’addio di Misato a Shinji, la morte crudele di un gran numero di personaggi e la mancanza di speranza che aleggia sulla storia replicano i fasti epici, drammatici e lirici di Evocazione. Basterebbe anche solo l’immagine iniziale di uno Shinji che, sull’orlo di una crisi di panico, si masturba davanti al corpo esanime di Asuka, a rendere l’aria di squilibrio e nevrosi che pervade la pellicola. Anno crea un monumento alle potenzialità della regia, esplorandole mirabilmente per offrire un’opera che da questo punto di vista è perfetta. Un filo meno le animazioni di Production I.G, buone ma di poco superiori a quelle televisive.

Il film vince l’Anime Grand Prix del 1997, sia come migliore opera (sia per lettori che redattori di Animage), sia per il miglior personaggio maschile (ancora Shinji), e replica gli incassi del predecessore, con un altro miliardo e 400 milioni di yen. È il degno coronamento del franchise e la sua conclusione perfetta, anche se valgono ancora le considerazioni sull’opportunità di dedicare il proprio tempo a una gigantesca metafora sociale dalla vocazione non universale ma specificatamente nipponica, nonché a una storia che parla in modo complicato della guarigione di un otaku scomodando psicanalisi, turbe sessuali e viaggi nell’inconscio invece di parlarne con semplicità come facevano altri registi anni prima. D’altronde, come i fan della prima serie di Gundam, anche quelli di Evangelionnon rifletteranno sul messaggio del regista: in barba all’invito a uscire all’aria aperta e usare l’intelletto per migliorare la società, preferiranno isolarsi ancora di più, facendo dell’opera un altarino per fantasie onanistiche sulle sue ragazze,ideali bambole da collezionare in action figure in mille pose sensuali, o trasformate in interpreti di parodie pornografiche. Non per nulla, il design delle eroine di Evangelion sarà un modello erotico per tutti gli anni Novanta.

Nel tempo, Evangelion trova un gran numero di opere multimediali ufficiali, soprattutto manga, di qualità orripilante, quasi tutti what if e reinterpretazioni della storia rivolti a uno zoccolo di fan che comprano senza farsi domande. I prodotti validi consistono nel manga di Sadamoto, che è una versione della storia di Anno con differenze significative, serializzata dal 1994 al 2013 per un totale di quattordici volumi, e i lavori letterari di Ikuto Yamashita, l’altro mechanical designer della serie: La persona che ti aspetta è pubblicato nel databook Evangelion Design Works ed è un primo seguito da considerarsi ufficiale, proposto da Yamashita ad Anno come opera da trasporre in animazione prima che venga deciso di fare i due film del 1997. Ma soprattutto, di Yamashita è interessante Evangelion – Anima, ciclo letterario di due volumi, scritti a puntate su Dengeki Hobby Magazine di ascii Media Works tra il 2008 e il 2013 con illustrazioni di Hiroyuki Utatane. Yamashita imposta la storia e lo scrittore Takeru Kageyama la scrive. È un altro seguito alternativo.

In animazione, il destino di Evangelion è tutt’altro che concluso. Nel 2003 esce la cosidetta Renewal of Evangelion (in Italia Neon Genesis Evangelion Platinum): è una nuova edizione home video, nella quale gli episodi 21, 22, 23 e 24 sono presentati anche nella cosiddetta versione director’s cut, integrati con le aggiunte del film Death & Rebirth e altre nuove scene. Insieme esce anche Revival of Evangelion – Death(true)2/Air/i miei veri sentimenti per te (in Italia Neon Genesis Evangelion – The Feature Film): fusione tra le due pellicole del 1997 priva delle aggiunte inedite del riassunto, integrate per l’appunto nella Renawal.

Ma soprattutto, dopo che nel 2006 Anno si è staccato da Gainax fondando il suo studio personale, Khara, nasce Evangelion – La vera versione cinematografica(in Italia Rebuild of Evangelion). L’autore dice di aver individuato nella sua creazione più famosa l’unico anime in grado di scuotere, ancora una volta, le fondamenta del genere, che, sempre secondo lui, si è abbandonato di nuovo allo stereotipo. Il progetto è una quadrilogia cinematografica da realizzarsi con le più avanzate tecnologie contemporanee, che rinarri la vicenda da capo con un intreccio modificato. Ad oggi sono uscite le prime tre pellicole, contraddistinte da monolitici risultati al box office, ennesimo segno che Evangelion è diventata la più grande macchina acchiappasoldi che il genere abbia mai trovato. L’operazione sarà fuffa o un’idea artisticamente valida? Solo l’uscita del capitolo finale potrà rivelarlo. Certo è che desta una certa tristezza constatare che un artista valido e originale come Anno, che ha realizzato opere notevoli e spiazzanti come Punta al top! ed Evangelion, non abbia proseguito ulteriormente la carriera nel mondo dei robot, preferendo devolvere le sue energie a pochissimi altri anime e davvero di tutt’altro genere. Gainax non farà tanto di meglio, ma almeno apporterà al genere un ultimo grande titolo, lo sfavillante Gurren Lagann che porta le mazzate robotiche, le coreografie e le animazioni ai più estremi e incredibili limiti mai toccati. Sicuramente, però, non si potrà mai finire di ringraziare Anno e Gainax per Evangelion: grazie all’opera e soprattutto al suo successo nascono la terza generazione di registi, l’anime boom in notturna, e nuovi robottomono e mechamono, che scoprono le gioie della continuity e del numero ridotto di episodi per raccontare una storia completa senza divagare. È la fine della seconda generazione.

 

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