Ex villaggio olimpico state of mind

Jacopo Nacci, 16 dicembre 2007

Scendendo dal treno a Torino eri sereno, andavi a vedere la foresteria dove una camera singola ti attendeva e ti avrebbe accolto per tre mesi invernali: consigliata, la foresteria, dai preti. Immaginavi il lungo corridoio, consegnato su un lato ai fedeli pannelli di legno di noce intarsiato, la sua navata attraversata dai meditabondi ospiti, l’altra parete ritmata dalle porte, una e un’altra e un’altra ancora e ancora fino alla tua porta, la tua camera con gli spessi mobili di legno, la scrivania, la libreria da colmare e colma un’ora dopo l’arrivo, l’inverno a Torino.
Scendi dal treno a Torino e sei a Torino Lingotto, e devi trovare la foresteria. Ti guardi intorno e per la prima volta realmente realizzi il significato del nome della zona dove ti hanno detto di recarti: Ex villaggio olimpico, dove per quattro giorni e fino a due minuti fa “villaggio” faceva caldo e comunità, e “olimpico” vicino a “villaggio” sapeva di prati e campi da calcio e da tennis, ed “ex” faceva riutilizzo sociale, mano salvifica e provvidenziale; ora vedi che “olimpico” sa di evento di tecno-mercato, “villaggio” sa di divisione dormitorio ed “ex” sa di residuo di un evento trascorso, spazzato dal vento. Così: sei al centro dell’imponente agglomerato, l’organo transitorio che la città si è costruita e ha poi abbandonato a se stesso. Altresì comprendi, improvviso e inquietante, il significato di “Palazzina 14” che ti hanno detto di cercare e che ora riconosci: palazzina, palazzina, tuo dio, come ti è accaduto di narcotizzare il sostantivo? Cerchi Palazzina 14 tra un mucchio di Palazzine che assomiglierebbe alle Cellette se le Cellette fossero l’ambientazione di Hokuto No Ken: ogni Palazzina è altissima, bianca e stretta, e reca subito sopra all’entrata una bandiera rossa che ne indica il numero, cioè il nome; alla base di ognuna i vetri sporchi su due lati mostrano un atrio dalle pareti azzurre contenente una scrivania di plastica arancione, una sedia in pvc; venti Palazzine vuote nel deserto, alle spalle delle quali s’impongono alla vista un enorme cerchio rosso, un indistinto monumento di metallo e ancora dietro la stazione di Torino Lingotto dalla quale sei sbucato ignaro come un topo. La numerazione segue una logica ignota simile al caso, e solo ripercorrendo in diverse combinazioni il già percorso giungi alla base di Palazzina 14: sulla sedia in pvc siede un uomo che tiene sulla scrivania di plastica arancione, tra le dita anellate, un quadernone a scacchi.

L’uomo ti guarda attraverso il vetro sporco, ti sposti perché c’è una macchia sulla sua faccia, vedi uno sguardo ceruleo e inespressivo. È calvo, in carne, ha la bocca minuscola, è vestito come il rappresentante di un’azienda esoterico-piramidale. Ti vede, gli fai cenno di aprire la porta, lui ti fa cenno di suonare il campanello. Lo suoni. L’uomo sorride, muove qualcosa sotto la scrivania. La porta si apre. Entri.
Ciao sono Federico, tu sei J presumo, e sei qui per la singola.
Prendete un corridoio azzurro e stretto, poi un ascensore dalle porte a scomparsa argentee e zigrinate. Salite di quattro piani e uscite in un corridoio azzurro. Fate qualche passo che rimbomba poi l’uomo spinge una porta senza maniglia: col buco al posto della maniglia. Entrate in un appartamento spoglio, arancione, che sembra uscito da un set abbandonato di Arancia Meccanica. La tua è la terza di tre camere (vieni, ti mostro la tua camera): c’è un letto, e c’è un comodino sul letto, c’è una finestra che dà sulla ferrovia e c’è la stazione di Torino Lingotto tutta intorno.
La cucina, dice, i bagni, internet, è tutto in comune in un’altra sala.
Sul piano?
No.
Di sotto?
No, in un’altra palazzina qua vicino. Comunque sono trecentoventi euri, seicento di caparra, un po’ di più dei prezzi di listino, capirai, perché di solito affittiamo per almeno un anno. Ma poi, se anche tu vorrai restare un anno, ti scaleremo ciò che hai già corrisposto.
Pensi alle bianche creature in grado di abitare in quel modo per un anno. Pensi che non hai visto nessuno tranne il tuo interlocutore. Pensi che siano mute e nascoste nelle camere, negli appartamenti senza maniglia. Ricordi il foglio del quadernone, una lista di nomi, lunghissima. Vedi tremare una porta arancione dietro al tuo interlocutore. Sudi.

Mentre l’ascensore ridiscende ringrazi, dici che ci pensi e che richiami, chiedi come si arriva in centro e lui ti dice: hai visto quell’arnese rosso issato qui vicino? Quello è l’ingresso alla Passerella Olimpica, che tu devi prendere per arrivare in via Nizza. Da lì prendi l’autobus e vai in centro.

Esci. Vedi. L’enorme cerchio rosso. Lo insegui, ma lui è chiuso su ogni lato da reti, muri neri, dislivelli disumani. Sembra uno di quei cerchi del circo, dove ci saltano i leoni, immagini il cadavere arruginito di Belalios. Capisci che devi passare attraverso un palazzo scuro, una specie di galleria che è tutta transennata tranne da una parte, entri da quella parte. Tutti i locali sono vuoti, c’è qualche manichino nudo dietro ai vetri sporchi, in fondo la luce bianca dell’uscita, sei indeciso tra un incubo di Tondelli e un sogno di Romero. Esci su un pianerottolo di cemento grande quanto una portaerei, e vedi bene il grande cerchio rosso: è un arco, oppure è un cerchio conficcato per un terzo nella terra; vedi una scala a chiocciola di metallo dal diametro di tre metri circa, che sale e, a un’altezza considerevole, si trasforma in un ponte di medesima sostanza e fattura, lungo, lunghissimo, un chilometro, segnato a metà da una boa nera, passa sopra a tutti i binari di Torino e attraversa il cerchio: il ponte è la cosa di acciaio che avevi visto tra il cerchio e la stazione: è la Passerella Olimpica.
Non c’è nessuno, i tuoi passi sulla chiocciola rimbalzano nel nulla. Giunto all’apice senti il vento filtrare nelle maglie di Passerella Olimpica, Passerella Olimpica cigola come Cassandra Crossing. Ti incammini con la circospezione di un equilibrista sul filo: sotto di te Torino; attorno a te, attorno alla città, le Alpi ti paiono compagne in altezza. Correnti di vento in ogni direzione.
Attraversi circa la metà del ponte e il puntino nero che vedevi si trasforma in un uomo in piumino nero appoggiato alla ringhiera, quando posi un passo in un preciso punto alle sue spalle lui scatta come azionato da un meccanismo, si volta minaccioso, ti fissa per un paio di secondi, ha un’età avanzata, allungata dalla barba incolta e bianchiccia, un cappellino nero di lana, senti una specie di grugnito, poi torna a scrutare le remote rotaie. Guardi quanta distanza hai percorso, quanta te ne manca, la stessa, enorme. Acceleri il passo, ti volti, nessuno ti segue, c’è solo la voce urlata del vento.

Arrivi in fondo, la chiocciola è gemella alla prima. Scendi, scendi concretamente in mezzo a una statale: le macchine ti sfrecciano talmente vicino che ritieni possibile fare la fine del riccio. Attraversi. Non la fai. Sei in un parcheggio, di fronte a te c’è un palazzo orizzontale che ti sembra lungo quanto la statale, ti chiude la vista, una serie interminabile di finestre tutte identiche. Dov’è via Nizza, dov’è tutto. L’entrata del palazzo è sopraelevata, vi si accede tramite una scala. Da quella scala sta ora scendendo Keanu Reeves con l’impermeabile e gli occhiali neri.
Scusa, gli domandi, dov’è via Nizza?
Al di là di questo palazzo, dice lui indicando il colosso disteso, entrandoci troverai dall’altra parte una scala identica a questa, discendila e sarai in via Nizza.
Penetri nel palazzo salendo la scala di corsa. All’improvviso ti trovi nel mezzo di un corridoio dove passeggiano centinaia di ragazzi, fanno le vasche, con il giubbotto, i cappelli, come se fossero in via Branca al sabato pomeriggio, ma sono dentro un corridoio largo un metro e mezzo ed è giovedì mattina. Fanno le vasche, ti ripeti normalizzando, vedi di fronte a te l’uscita, la scala opposta, attraversi la vasca rimanendo per mezzo secondo incastrato tra due tizi identici con la cresta nera, gli occhiali neri e il chiodo. Ecco la scala. La prendi. Esci. C’è la strada, i negozi, il cartello via Nizza, le auto, i tram. Torino. Sei a Torino. Puoi cercarti un posto dove vivere.
Ti s’innalza lo spirito, sali di corsa sull’autobus nella direzione sbagliata.

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