Facce ride

jacopo nacci, 21 giugno 2011

[…] Uno scrittore che è intervenuto anche nel commentarium, e che è uno dei migliori autori di fantastico italiani, ha chiuso il blog, cancellando tutti i post. E’ GL D’Andrea. E’ stato costretto a farlo da un’ignobile campagna di annichilimento dell’avversario durata mesi, e ancora perdurante. Stesso sistema di certe trasmissioni televisive: con la scusante della satira, aggressione e infamia (fino alla creazione di pagine Internet razziste e omofobe) […]

Così scrive oggi Loredana Lipperini in merito alla chiusura del blog di D’Andrea GL e alle motivazioni che hanno spinto l’autore a prendere questa decisione.
Andando di link in link ho notato che si discute molto, e in generale, del problema del passaggio indebito dalla critica sarcastica dell’opera al sarcasmo sulla persona dell’autore.
Ma, mi domando, il problema sta davvero nell’oltrepassamento della linea di confine che separa la critica sarcastica dell’opera dal sarcasmo sulla persona dell’autore? Oppure si situa già al di qua di quel confine, in qualcosa che ha a che vedere con la critica in sé, o con la non-critica in sé, o con l’ironia o con il sarcasmo o con il dileggio, in qualcosa che riguarda gli equilibri tra ironia e critica, e la differenza tra ironia e sfottò, e la differenza tra critica e sfottò?
Perché io, leggendo questo pezzo di Alessandro Puglisi, qualche domanda me la sto facendo.

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10 commenti a “Facce ride”

  1. claudia ha detto:

    Sono rimasta molto colpita dalla recensione di Puglisi, ma vogliamo davvero chiamarla così? Quel modo di parlare di libri corrisponde davvero a recensirli? Per come la intendo io la recensione (esame del testo, raffronto, lettura ragionata, ma anche, perché no, un racconto del testo) è un esercizio che richiede innanzitutto amore per l’operato artistico e intellettuale in senso lato e in particolare dell’autore che si esamina. Se il libro ha degli evidenti difetti che si vuole porre in rilievo, esiste una gamma vastissima di strategie retoriche per evidenziarli. L’attacco indiscriminato all’autore sulla base di ragionamenti esterni al testo, per motivazioni che con il testo con hanno rapporto alcuno, ragionamenti che hanno a che fare con le pratiche abbastanza distorte dell’editoria nostrana (come sono distorte le pratiche tutte di questo paese, distorto alla radice) o con le caratteristiche dell’autore, dovrebbe essere oggetto di condanna. Invece vediamo che arriva subito una difesa da parte dei gestori del sito su cui è stata appena pubblicata la recensione, come se distruggere gli autori fosse oramai diventato un hobby nazionale, o peggio ancora, un diritto acquisito (“io leggo molto e quindi ho il diritto di distruggerti”, “io ho pagato 25 euro per il tuo libro e quindi ho il diritto di devastarti la web reputation” – su questo argomento peraltro sarebbe da discutere molto, in quanto oramai di qualsiasi prodotto conta quasi più la web reputation che altre forme di marketing). Questa pratica naturalmente si svolge quasi solo in rete. Insomma, su quello che è successo in questi giorni sul blog di Lipperini e Manni andrebbe fatta una riflessione molto seria, che include le pratiche di rete tutte. Andrebbe stabilito un protocollo a cui attenersi, andrebbero esclusi dal discorso pubblico coloro che non si attengono a uno standard minimo di rispetto per la persona prima che per il testo. Questo pensiero è in relazione alle riflessioni che hai pubblicato su SP, su cui bisogna continuare a riflettere, a scrivere, a pubblicare sul web, perché si instaturi finalmente una prassi virtuosa del web, strumento di cui abbiamo necessità assoluta, ma pur sempre strumento, e non oggetto di feticismo, e sono due cose profondamente diverse.

  2. Effetto Pauli ha detto:

    Sul pezzo di Puglisi non sono d’accordo, beibi.

  3. jacopo nacci ha detto:

    @Claudia,
    sono d’accordo, naturalmente, anche se appunto non si tratta solo di passare ad attaccare l’autore, perché come giustamente scrivi «se il libro ha degli evidenti difetti che si vuole porre in rilievo, esiste una gamma vastissima di strategie retoriche per evidenziarli». Insomma, non vorrei che questa cosa dell’autore facesse passare inosservato che molte volte si tratta anche e semplicemente di come si parla del libro.

    @G,
    puoi motivare?

  4. Effetto Pauli ha detto:

    Mah, in primis tutta questa storia mi sembra un po’ Much ado about nothing. Non intendo il discorso in generale dell’atteggiamento corretto da tenere sul web, sul quale sostanzialmente concordo, per quanto mi appaia puro idealismo la crociata di portare tutti a comportarsi bene: semplicemente non si può fare. Manco nella vita la gente si comporta bene, perché dovrebbe farlo sul web, dove lo schermo ti protegge.
    Intendo molto rumore per nulla riguardo al pezzo di Puglisi.
    Mentre comprendo e condivido le interrogazioni generali sul tema generale che qui anche tu introduci, condivido meno i dubbi sul caso particolare, perché Puglisi non mi pare abbia esagerato né sia andato verso lo sfottò. Mi sembra abbia espresso, quantunque in maniera sintetica e veemente, un punto di vista lecito: questo romanzo non mi piace, sostanzialmente non mi piace per questa e questa ragione, e quindi non solo non lo finisco, ma non lo recensisco, anzi meglio: lo recensisco dicendo chiaro e tondo che non lo recensirò perché non se lo merita per questa e questa ragione.
    Se tutti noi (critici, lettori, scrittori, autori di webzines, collaboratori di riviste, ecc.) avessimo davanti, rispetto ad un libro e ad un autore, unicamente la scelta fra l’incenso e il silenzio, personalmente trovo che il mercato editoriale sarebbe ancora più piatto di quanto già non è.
    Il romanzo non mi è piaciuto? Ho il sacrosanto diritto di dire perché, magari in modo conciso, e di urlarlo anzi. Non vedo quale male possa fare all’autore, posto che non si deragli nell’attacco personale e appunto nello sfottò fine a se stesso. Cosa dalla quale Puglisi mi sembra si sia tenuto a distanza.
    Io quando finisco di leggere un libro che ho detestato (l’ultimo: La solitudine dei numeri primi. Mamma mia che orrore), sono incazzata. Grazie a dio non faccio recensioni (ma non contiamoci troppo), ché se le facessi in certi casi sarebbero veramente cattive. Come è giusto che sia. Quando fai un tema di merda il professore, se ha le palle, ti mette 3.

    Infatti

  5. Effetto Pauli ha detto:

    PS fra l’altro non dimentichiamoci che la critica fatta con i metodi dell’attacco al vetriolo è anche cosa tipicamente italiana, e puntualmente nella storia è stata usata per raggiungere determinati scopi: un esempio a caso: la dissacrazione della Scapigliatura, che serviva ad andare oltre, a rifondare la poesia, morta e rimorta con Prati e Aleardi.

  6. jacopo nacci ha detto:

    G.

    «Manco nella vita la gente si comporta bene, perché dovrebbe farlo sul web, dove lo schermo ti protegge».

    No, ma infatti. Il problema è che il trolling è diventato il modo della comunicazione più accreditato, cioè: non passa come trolling, passa addirittura come savoir-faire. C’è uno strano processo, in corso, per cui gli atteggiamenti dialettici che erano stati combattuti in rete ai tempi della definizione delle regole condivise – che erano basate sul buon senso dialettico – ce li ritroviamo sui giornali e in televisione come modello unico, e adesso che c’è una nuova ondata, un nuovo riversarsi in rete, che probabilmente parte dai social network, all’improvviso diventano inarginabili anche in rete. Tu dici: che ti frega? Naturalmente – lo esplicito – io mi pongo in un contesto di resistenza nella comunicazione, una resistenza politica e antropologica: politica perché mi sto rendendo conto che in democrazia salvare lo spazio dialogico è fondamentale per non scivolare nell’abisso, antropologica perché se do tanta importanza alle dinamiche di rete è perché ne do alla realtà: se le dinamiche comunicative sono importanti è perché certe derive rischiano di allontanare dalla coscienza la realtà – soprattutto quella fuori dal monitor – e con essa anche la reale esistenza – umana, emotiva – dei singoli lettori e autori, in questo caso degli autori. Un certo tipo di ironia va nella direzione di questa deriva, mi pare. Anche l’assunzione di nickname, secondo me, può portare nella direzione di questa deriva o forse è solo indicativa di una tendenza psicologica. Il fatto che proprio sotto al post di Puglisi si sia scatenato ciò che si è scatenato non è una prova, ma qualche pensiero lo dà.
    Sono stato molto sintetico. Vorrei scrivere un post sull’argomento, appena possibile, e mi scuso se ultimamente sono poco presente e rispondo in ritardo. Ma, appunto: la realtà là fuori è fottutissimamente reale. ^__^

  7. e- ha detto:

    sì, Jacopo, non avevo mai pensato a questo: ci sono un sacco di newbies, molto giovani e/o molto poco avvezzi alla dialettica in Rete [fra questi, fra i secondi, molti nei posti che frequento io].
    io, i discorsi sulla liceità dell’anonimato li faccio da 10 anni, ormai. facebook me li ha distrutti sotto gli occhi, è vero.
    c’è una cosa che non ti ho mai raccontato: un bel po’ di anni fa, da un forum di politicaonline – il più frequentato in quel momento – “attaccammo” le istituzioni. in particolare l’unsc, ufficio nazionale per il servizio civile presso la Presidenza del consiglio dei ministri. il capo dell’unsc era Bertolaso. vincemmo quella battaglia, a colpi di 300 fax al minuto e altri tipi di sabotaggio. diciamo almeno 9 anni prima del popolo viola.
    nessuno lo sa, perché la Rete, allora, era una cosa molto strana e molto poco seguita.

    ecco: io non rinuncerò mai a questo. non per qualche flame fra newbies, almeno. ora mi muovo semianonimo, ma mi son mosso da anonimo, sempre – e sempre con una mia etica, senza mai colpi bassi.
    su mrt non ho mai cancellato un commento. ne abbiamo circa 6.000, mi pare, complessivi. sai che faccio, in caso di inciviltà? mi comporto come nella vita reale, ovvero ti faccio capire che è molto meglio se la smetti subito. che c’è poco da scherzare. mai minacciato una volta di ricorrere alla “giustizia”. dalle mie parti non si usa… :D

    scusami, Ja’, ma ‘ste cose mi dispiacciono sì, ma son poca roba, a parer mio.

    baci,
    e-

  8. jacopo nacci ha detto:

    E,

    può darsi benissimo che nell’economia generale sia poca cosa, anche se non fa piacere quando penso alle incazzature e alle delusioni delle persone reali. E poi sono uno che la pressione la subisce, quindi mi immedesimo con facilità.
    Sull’anonimato o anche sull’anonimato vorrei fare un post, come dicevo sopra, spero di trovare il tempo al più presto. Ci sono un po’ di cose, e anche un po’ di persone, che vorrei mettere in contatto. Mi piacerebbe che anche Pascoletti dicesse la sua, ma in questo momento lo immagino impegnato con la nuova puntata della Società dello spettacaaargh!. ^^

    Riguardo alla comunicazione. Il ricorso alla giustizia è una cosa che, a me, nemmeno passa per la testa; considero la coercizione nociva alla dialettica quanto il dispregio della logica e degli argomenti: in entrambi i casi si tratta di un arbitrio rispetto a ciò che il discorso può o potrebbe produrre da sé, qualcosa di sbagliato per la componente anarchica della mia ideologia.
    Ciò che mi interessa è altro: mi interessano le dinamiche generali della comunicazione, guardo le correnti, fiuto che il potere oggi è sostanzialmente potere linguistico e osservo gli atti linguistici, in che direzione vanno scivolando lungo le abitudini condivise, la cultura di un’epoca; e il trolling di stato mi sembra, almeno da dove mi trovo, un dato di fatto. Mi rendo conto che questa è una materia sulla quale dobbiamo stare attenti e, ribadisco, ultimamente sono dell’opinione che per salvaguardare lo spazio dialogico bisogna almeno cercare di distinguere ciò che è dialogo da ciò che dialogo non è (tenendo conto, a maggior ragione, anche del linguaggio del corpo o della sua assenza, e anche del fatto che gli emisferi destri, grazie a Dio, ci sono), e naturalmente guardo ai processi in ottica formativa, non repressiva, proprio perché lo spazio dialogico si salva se rimane possibile, alla parola, riferirsi a una realtà, non all’arbitrio, che sia quello di uno stato etico o che sia quello del singolo relativista, in ogni caso di chi si stabilisce all’interno di una postazione di potere, anche il semplice potere del sostantivo o dello slogan. La mia intenzione attualmente è critica ma costruttiva: mi interessa connettere esperienze differenti in una rete, mi piacerebbe che si riuscisse a elaborare un’interpretazione di quanto è accaduto e sta accadendo, e strategie di resistenza.

    (ti chiamo in ‘sti giorni ;-)

    Baci.

  9. e- ha detto:

    condivido.
    il punto è che stiamo – ancora, tuttora – sprecando la Rete. flame, trolling e compagnia bella sono un uso sbagliato e stupido, di questa cosa enorme che abbiamo sottomano, che ci connette tutti – newbies compresi – e che potrebbe essere la più grande invenzione di sempre della storia dell’umanità.

    bacioni,
    e-

  10. Effetto Pauli ha detto:

    ” non passa come trolling, passa addirittura come savoir-faire”.

    E questo è un problema di cultura-civiltà, generale e individuale.

    “gli atteggiamenti dialettici che erano stati combattuti in rete ai tempi della definizione delle regole condivise – che erano basate sul buon senso dialettico – ”

    Quando alla rete partecipava ancora sostanzialmente una minoranza…

    “ce li ritroviamo sui giornali e in televisione come modello unico”

    Boh, per me è la più classica decadenza della cultura-civiltà, Kali Yuga, fai tu. Temo non sia possibile intervenire, l’istinto mi dice che un’inversione di tendenza può venire solo da un’improvvisa presa di coscienza collettiva, causata da un evento abbastanza drastico. Però ammiro i propositi di cui mi parli e li sostengo, e se potrò lo farò anche in modi concreti.

    “certe derive rischiano di allontanare dalla coscienza la realtà”

    Purtroppo mi pare un processo universale già abbondantemente in corso. Ci hai fatto caso che ultimamente la gente per strada non ti evita neanche più, ti viene direttamente addosso con indifferenza? Stiamo perdendo la cognizione dello spazio occupato dal nostro corpo. Questo discorso nella mia testa si collega a quello dell’urbanità: non è un caso, forse, che il nostro mondo sia anche caratterizzato da un progressivo allentamento della pedagogia dell’urbano. Sarà bello e liberatorio non dare più del voi al padre, ma, quando a cadere sono *tutte* le regole, l’effetto è che cessa di esistere anche quella minima attenzione a concetti come “spazio”, “equilibrio”, “dovuto”, “pericoloso”, “violento”. Cessa di esistere per mancanza di esercizio. È un po’ Darwin.

    Quanto al nick mi sento in parte colpevole. Navigo in semi-incognito da sempre, perché ho imparato ad essere diffidente, e soprattutto perché ho un blog cretino nel quale metto tutte le stupidaggini peggiori, e non mi pare il caso che chi cerca online le mie cose scientifiche trovi anche gli esperimenti (falliti) di ero-pornosoft. E mi sembra ancora più cervellotico crearmi profili multipli, già sono dissociata di mio.
    (un giorno dovrò risolverla, ‘sta cosa, il nick non quell’altra)
    Mi sento colpevole solo in parte perché non credo di aver mai fatto del male a nessuno in anonimato.

    Ci sarebbe tanto altro ma sono esausta. Mi raccomando, sono ansiosa degli sviluppi, besos.

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