Fare argine

Jacopo Nacci, 25 giugno 2009

Giorgio Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax

La tua immaginazione produce disfacimento, aggiunge.
Non è vero.
Sì che è vero. Perché sei come me: cerchi la lotta.
Stiamo accanto e non ci guardiamo; lui nel nido, io vicino al cespuglio.
Sei attratto dalla distruzione, continua.
Non è vero, ripeto.
Allora perché non hai mai immaginato che dal tuo filo spinato potesse generarsi un’infezione buona?
L’infezione non può essere buona, dico subito.
Mentre se ne sta zitto, le piume scagliose che nel respiro gli si sollevano sul petto e si riabbassano, so che non ho ragione ma devo fare argine, prendere tempo.
Nimbo, mi dice passando a una tonalità più alta, ed è la prima volta che qualcuno mi chiama così. Tu sei venuto qui a cercare il sesso e la lotta, continua. Per te sesso e lotta sono l’unica infezione possibile, l’unica direzione nella quale muoversi.


Ascoltandolo osservo l’interno dei gusci; è calcareo, sa di liquido amniotico. Non so quale sia l’odore del liquido amniotico ma so che questo è odore di liquido amniotico disseccato. Odore di citoplasma e di agonia. Di secrezioni vecchie. Di ammoniaca.
Per te, dice ancora il piccione preistorico, vale soltanto l’eccitazione della militanza. L’infezione feroce.
Vorrei un figlio, lo interrompo di colpo, e non sto più parlando con lui.
Voglio un figlio.
Hai undici anni.
Non lo ascolto. La sua sembra un’obiezione logica ma non è logica. Non è logica.
Voglio un figlio, dico ancora.
Nimbo, tu non puoi avere figli. Lo desideri ma non puoi averne.
Perché?
Te l’ho detto: perché la tua immaginazione genera solo lotta e disfacimento. E perché un figlio è il pericolo.
Un pericolo?
Il pericolo, Nimbo. L’infezione che non sapresti sostenere.
Ripenso alla simulazione degli spasmi prima di dormire, al mio desiderio di incarnare l’infezione, alla somiglianza di quegli spasmi con quelli di una madre quando partorisce, di un figlio quando nasce. Dopo la morte dello storpio naturale la simulazione ha assunto un’altra forma.
Un movimento al mio fianco mi riscuote. Il piccione preistorico mi sta fissando. Continua a trattenere la rabbia, riesco a sentirne il ronzio.
Tu non sai percepire ciò che è fertile, dice, e che ciò che è fertile è una responsabilità. Passi il tempo costruendo forme storte, alfabeti posticci, pensando alle parole.
Sta zitto. Quando sta zitto fa un movimento con la testa, un breve scuotimento per accompagnare il pensiero. Come certi nonni, certi onorevoli.
Anche tu, dice poi, come me, non fai altro che trasformare il panico in esistenza.

Giorgio Vasta, Il tempo materiale

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