Fenomeni linguistici incontrollabili

jacopo nacci, 6 dicembre 2010

Roberta De Monticelli, La questione moraleIl saggio di Roberta De Monticelli, La questione morale, ha il merito non irrilevante di offrire una ricognizione sui costumi di casa nostra – si parte da Guicciardini, si passa per Leopardi, si arriva a Corona e Ratzinger, a Bobbio e Zagrebelsky – portandone alla luce i presupposti filosofici, psicologici, culturali e politici, per porli all’attenzione di un lettore non necessariamente specializzato in filosofia e che però sia interessato, appunto, alla questione morale; l’operazione riesce, anche grazie al sostegno di una struttura semplice e chiara, in tre parti: “Male nostrum”, “Lo scetticismo etico” e “Tornare a respirare”, ovvero le radici del male, un falso rimedio che è parte del problema, e il rimedio reale.

Questo libro è soprattutto un gesto: da queste parti, infatti, non è per nulla scontato che la politica abbia qualcosa a che fare con la morale, e nemmeno che la morale possa essere oggetto di una riflessione in ambito morale. Si percepisce l’urgenza di estendere al di là delle pareti dell’accademia la discussione su temi che sì, sono tipicamente demonticelliani (assiologia fenomenologica, relativismo, nichilismo, decisionismo), ma che altresì rappresentano una strumentazione necessaria qualora si voglia realmente comprendere la nostra vita sociale e politica*; perché tanto si dice, di tanto si parla, ma ciò che sembra sempre sistematicamente fuori dal discorso sono le connessioni concettuali che il discorso implica, e il vocabolario necessario a dirimerle.

E dal libro emerge, infatti, l’immagine di un popolo che fatica con il vocabolario morale e che ha la coscienza in disordine; anche laddove non te lo aspetteresti: fa un certo effetto vedere Zagrebelsky entrare in contraddizione con Zagrebelsky, trovarsi un po’ disorientato da e tra i concetti spesso validi che comunque vorrebbe veicolare. D’altro canto siamo un popolo cui un vocabolario non serve più: perché le parole identificano schieramenti, non ragionamenti; persino le parole della spiritualità e della metafisica: a cosa sono devoti gli atei devoti? che tesi potrà mai pretendere di contenere un libro di Vattimo che si intitola Addio alla verità?

Ma c’è un altro aspetto della faccenda. Che il libro non affronta.
Credo che Roberta De Monticelli abbia argomentato una decina di volte negli ultimi quattro anni in merito alla contrapposizione radicale tra il suo pensiero e il relativismo morale; in merito all’esistenza di una relazione viziosa che intercorre piuttosto tra relativismo/nichilismo e assolutismo; in merito all’esistenza di una relazione virtuosa che intercorre tra realismo assiologico – ovvero il suo pensiero – e autonomia della coscienza; e non lo ha fatto nei libri di filosofia, ma in un libro in forma di lettera come Sullo spirito e l’ideologia, in articoli pubblicati su diverse testate, in interventi alla televisione e in vari festival. La risposta che ha ricevuto da destra è stata un’accusa di nichilismo: perché difende l’autonomia della coscienza. Insomma: come non detto. Questa volta De Monticelli deplora la riduzione dell’etica a tifoseria e richiama l’attenzione anche sul fatto che la validità di una denuncia è indipendente dalla posizione politica della persona che la esprime. Cose ovvie, del resto. Ed ecco che le si risponde con l’accusa di fare gli interessi di una parte.
Ora, come appare chiaro, in entrambi i casi il problema non sono le accuse di relativismo e di tifoseria, che, se fossero argomentate, se fossero cioè delle obiezioni e non delle accuse, se mostrassero l’eventuale errore commesso dall’autrice nella sua disamina, e, di contro, la giustezza dei fondamenti concettuali delle obiezioni stesse, cioè se almeno ci provassero, sarebbero le benvenute. Il problema è piuttosto che queste reazioni non tengono conto di quello che di volta in volta Roberta De Monticelli scrive o dice: loro tracciano un’equazione, lei scardina i presupposti dell’equazione, loro rispondono declamando nuovamente l’equazione, la stessa di prima, uguale. Appartengono alla nutrita schiera di coloro che si appellano al potere magico dei sostantivi e degli aggettivi, potere indipendente dal loro significato e dalla pertinenza dell’enunciazione: “Relativista! Nichilista!” e giù di o tempora o mores e reductiones ad hitlerum; lo fanno con la stessa caparbia fiducia nella magia nera esibita da Cicchitto quando reitera le sue affermazioni fissando la telecamera. Il risultato è per l’appunto il rifiuto dell’esercizio della ragione, il rifiuto della connessione tra la riflessione in materia di morale e la morale espressa negli atti (compresi quelli linguistici, a quanto pare), l’utilizzo di un vocabolario dove termini come “devoto”, “relativista” o “moralista” non significano nulla se non il posizionamento in uno schieramento.
Del resto sul versante politico opposto (che il libro non risparmia affatto, anzi) si raccoglie la mela marcia e la si addenta con famelica allegria: siccome tutti sanno che “Ratzinger combatte il relativismo”, allora il relativismo deve essere cosa buona. In questo modo si accettano un vocabolario già svuotato e le equazioni concettuali già falsate dalla destra clericale e nichilista, si difende il relativismo letteralmente per partito preso, pretendendo poi, magari, di ergersi pure a difensori della morale, senza sapere, infine, di che cosa si stia realmente parlando, per cosa ci si muova e cosa si stia facendo. La magia nera funziona.

Da La questione morale:

Per “ragione” dobbiamo intendere anzitutto una disposizione e una disponibilità a rendere ragione, cioè giustificazione, ovunque possibile, delle nostre convinzioni, e delle azioni che ne risultano.
Una “disposizione” in primo luogo. È questo il senso in cui si parla di una “facoltà” della ragione, cioè di una capacità che noi abbiamo, e che è naturalmente basata sull’adeguato sviluppo delle nostre funzioni cognitive, dalla percezione all’affettività alla memoria al linguaggio, e sul buon funzionamento dei loro supporti neurobiologici.
Ma una “disponibilità” in secondo luogo. Oltre a essere una capacità – nozione di livello psicologico – quella di esercitare o no la ragione è un’opzione libera. È perfettamente in nostro potere rifiutarci di esercitarla. Per esempio, parlando irrazionalmente, illogicamente, o sfuggendo a ogni richiesta di ragione.
Già a questo fatto che l’esercizio della ragione sia opzionale, cioè libero, non è stata prestata la giusta attenzione. La libertà è costitutiva dell’esercizio di ragione in un senso molto preciso. Non è un caso che un parlare ambiguo o illogico, specie in sede pubblica, ci irriti – lo notò Pascal – mentre lo zoppicare dello zoppo suscita solo compassione. La differenza è che lo zoppo non ha scelta. Ora, dove c’è un’opzione ci sono valori, e dove ci sono valori ci sono doveri, c’è etica.
Ma se render ragione, laddove sia legittimata la richiesta di farlo, è un dovere, questo dovere non si esercita senza logica. Alla base dell’etica c’è la logica, che è essa stessa la disciplina del pensare giusto, l’etica del pensiero.

* È  forse questa stessa urgente necessità a spingere la professoressa, negli ultimi interventi, specialmente a voce, a sostituire progressivamente l’elegante aggettivo “assiologico” con l’orrendo ma più immediatamente comprensibile “valoriale”: e anche questo, forse, dà da pensare.

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2 commenti a “Fenomeni linguistici incontrollabili”

  1. Roberta De Monticelli ha detto:

    Caro Jacopo, ho molto ammirato l’essenzialità e la chiarezza della sua riflessione. E mi fa sorridere che abbia anche colto il punto con il “valoriale”: pensi che perfino mia madre che è una donna colta mi rimproverava l’assiologico come troppo tecnico! Figuriamoci gli altri, ho pensato. E invece ha ragione lei. Tanto più che la sua analisi – è questo che mi ha riconfortato – dimostra che è vero che ragione è anche una disponibiltà, e il suo esercizio una libera opzione, rifiutata da molti di coloro che temevo di non essere riuscita a convincere per mia oscurità, o eccessiva complicazione. Per questo la sua analisi mi conforta – dico, allora non era tutta colpa mia. Trovo icastica l’immagine di quel politico, si fa per dire, che spara le sue parole guardando fisso, con aria di sfida, la telecamera.
    Confesso che anche la riflessione di Vito Mancuso, pur così (eccessivamente) elogiativa, mi ha un po’ stupita. Insomma, sembra dire, o sei San Francesco o sei uno che si sporca le mani… Mi sembra che anche qui per la semplice etica in ogni mestiere e in particolare in quello politico, posto non ce ne resti molto.

  2. jacopo nacci ha detto:

    Benvenuta su Yattaran, Professoressa. ^__^

    Mi lasci dire che i suoi libri, i suoi articoli e i suoi discorsi sono tutt’altro che oscuri. Temo che il problema sia piuttosto, come dire?, una perdita di abitudine all’indagine del senso e alla connessione logica, un cinico e giulivo – da ultimo uomo di Nietzsche – scivolare sulla superficie del linguaggio, senza nemmeno fare attenzione anche solo agli impliciti più immediati, quelli che stanno subito al di sotto dello strato delle parole. Mi pare che una dimensione di nessi che non sia semplicemente pavloviana – che non sia semplicemente un linguaggio che ci parli instaurando equazioni tra un termine e l’altro immediate, arbitrarie ma massificate – sia ormai dimenticata, come se non ci fosse, o come se non ci fosse possibile vederla e come se questo non fosse un problema, o come se, semplicemente, non fosse più possibile sentirne il valore; mi rendo sempre più conto che chiedere ragione e richiamare alla logica desta scalpore, perplessità, talvolta rabbia (perché il talk-show ci ha insegnato che se cerchi una ragione, allora vuoi aver ragione).
    Insomma, mi sembra che in una discussione si sia costretti, ormai, spesso, a passare più tempo a smontare la mole di fallacie, luoghi comuni, nessi indimostrati, processi alle intenzioni implicati dal discorso dell’interlocutore di quanto se ne passi a formulare qualcosa che porti avanti la ricerca di volta in volta intrapresa, e questo senza che fallacie, luoghi comuni, nessi indimostrati, processi alle intenzioni che si è obbligati a smontare siano percepiti come tali da chi li formula o li implica, senza che siano trappole tese a danno dell’altro, quanto piuttosto, appunto, automatismi. Temo che c’entri anche il poco tempo che abbiamo e la sproporzionata quantità di informazione con cui ognuno di noi è costretto a fare i conti per sopravvivere in un mondo complesso.
    Eppure una via d’uscita, da questa ruota di criceto, deve esserci.

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