Golden Hours (sul culto degli dèi)

Jacopo Nacci, 9 febbraio 2005

Ricordi cosa successe a quei due che non siamo più noi, quest’estate? Estate? La loro seconda estate insieme, no? Senza inverni: non hanno mai vissuto un inverno. La tristezza arrivò la notte prima, mentre dormivano. Quel giorno, quando lui rientrò dopo averla accompagnata all’autobus, la tristezza stava ancora lì. Pensava:
la tristezza viene prima che tu te ne vada, perché nasce dal fatto che te ne andrai, eterno ritorno di quando te ne sei andata per tanto, tanto.
In via Rizzoli, dall’altra parte della strada rispetto alla fermata dell’autobus sul quale lei saliva per farsi riportare a casa, c’era spesso una ragazza che stava rannicchiata ai piedi di un pilastro del portico. Pregava con un animale di pezza tra le mani, stringeva le mani in un solo pugno attorno al piccolo animale di pezza, vi appoggiava la fronte pallida, e restava così. Teneva sempre davanti a sé un cappello minuscolo, sempre vuoto, e un rettangolo di cartone con su scritto “ho fame vi prego aiutatemi”. Avrà avuto sì e no ventiquattr’anni. Qualche giorno prima della notte in cui arrivò la tristezza lui aveva lasciato cinquanta centesimi nel cappello, la ragazza aveva alzato il viso dalla pezza e aveva detto “grazie”, sorridendo. Quel giorno, quel giorno di tristezza, dopo il gelato, quando lei salì sull’autobus, lui attraversò la strada e vide la ragazza che si disperava la fronte sulla sua bestia di pezza sporca. Cambiò strada. Quando tornò a casa c’era la tristezza, e alla televisione c’erano le olimpiadi. Pensava:
Forse ho smesso di amarti, forse è stato quando tu hai ghignato e detto: tu lo farai, perché sei innamorato di me.
Mise la zucchina a bollire, con un po’ d’aglio. Non ne capiva nulla, ma sai com’era, ogni volta ne inventava una nuova. Era senza metodo, come me. Fece stringere la passata, bella scura e grumosa. Scolò i sedanini, distillò un po’ d’olio. Niente male. Uscì un istante sul terrazzo: si stava proprio bene fuori. Non volle perdere tempo. Rientrò in cucina. Mise tutto dentro una vaschetta di stagnola con della carta sopra, e poi mise la vaschetta in una busta, assieme ad una forchetta di plastica e due pezze di scottex. Prese la busta, le chiavi, uscì. Pensava:
Forse è stato quando lo scottex era nella vasca a inzupparsi e tu eri alla finestra del bagno, assorta nel lago grigio delle nubi, attendendo un temporale estivo che poi ti ha delusa, e non ti eri nemmeno chinata per salvarlo, lo avevi visto ma non avevi fatto nulla, lo hai lasciato annegare.
Vide il riquadro in fondo a via Oberdan, un riquadro completamente arancione: la tinta dei muri, le persiane e i vetri, i cornicioni, i tetti, le grondaie, le antenne e il cielo, ogni cosa era di una diversa sfumatura di arancione. Si affrettò verso il riquadro che si ingrandiva finché sbucò nell’arancione accecante di via Rizzoli. Allora prese a battere il portico, tentando di focalizzare lo sguardo ai piedi di ogni pilastro, per trovare la dea di via Rizzoli, per servirle la sua cena.

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