How to Hack the culture

jacopo nacci, 5 maggio 2011

La scorsa settimana, a Pesaro, Margherita Hack ha presentato il suo volume Libera scienza in libero stato. La presentazione è stata organizzata dal Movimento Radicalsocialista che, chiudendo la nota informativa dell’evento, aveva scritto:

Comunque la si pensi sarà un onore e un piacere ospitare una donna libera, che non si è mai piegata di fronte a nessun potere, che ha acquisito enormi meriti scientifici e che è dotata di una umanità, spontaneità e comunicativa in grado di affascinare chiunque la ascolti, ben oltre la cerchia (assai ristretta) degli “addetti ai lavori”.

I corsivi sono miei.
La chiusa della nota informativa significa, se non ho capito male: comunque la si pensi, è un onore e un piacere avere in città un personaggio famoso che non parla della materia in cui è specializzato.

Non sono andato ad ascoltare Margherita Hack, pur essendo tra coloro che credono si debba sostenere “la cultura” a Pesaro: non ci sono andato perché il sentimento che provo rispetto a questa faccenda rende irrilevante, ai miei occhi, che Margherita Hack possa raccontare esperienze reali e significative, e che possa dire, sull’argomento del libro che ha pubblicato, cose sensate, verissime e sacrosante. Mi rendo conto che la questione è complessa: l’argomento del libro di Margherita Hack non è l’astrofisica, ma è un argomento del quale forse può discutere chiunque abbia fatto le sue stesse esperienze, ed è un argomento che almeno in parte è alla portata di chiunque abbia una mente particolarmente attrezzata alla logica. Può darsi che il libro di Margherita Hack sia bellissimo, può darsi che Margherita Hack vi racconti esperienze più significative e vi esponga opinioni più intelligenti, rivelatrici e rivoluzionarie di quelle che potrebbero raccontare ed esporre non solo altri scienziati più o meno bravi di Margherita Hack, ma anche altre persone coinvolte nel mondo della ricerca e dell’università, persone più o meno brave nella loro materia di quanto si dice che lo sia Margherita Hack nella sua (e non ho motivo di dubitare che lo sia); può darsi addirittura che Margherita Hack vi racconti esperienze più significative e vi esponga opinioni più intelligenti, rivelatrici e rivoluzionarie di quelle che potrebbero essere raccontate ed esposte da quei filosofi, sociologi, storici, giuristi che hanno gli strumenti specifici per affrontare un simile argomento. Tutto può darsi.

Ma io sento, e in definitiva credo, che se Margherita Hack può pubblicare un libro su quell’argomento e attirare tante persone agli eventi cui partecipa non è perché sia una grande astrofisica, e nemmeno perché ha una mente attrezzata alla logica, e addirittura nemmeno perché si dà per scontato che abbia esperienze significative e opinioni sensate e/o rivoluzionarie di cui parlare: io sento e in definitiva credo che se Margherita Hack può pubblicare un libro su quell’argomento, un libro che in copertina ha la faccia di Margherita Hack, e attirare tante persone agli eventi cui partecipa, è perché oggi, per la maggior parte di noi, Margherita Hack è un personaggio mediatico, nella fattispecie una simpatica vecchietta che si dice sia una grande scienziata e che è famosa per le sue uscite antireligiose in divertente accento toscano.

Quando ho esposto queste perplessità, un amico mi ha risposto suggerendomi che prima di tutto sarei dovuto andare ad ascoltare Margherita Hack per poter sapere «se sono d’accordo o meno». Ma il punto non è questo: probabilmente, sull’argomento di cui tratta il libro, io la penso come Margherita Hack. Non è una questione di “schieramenti”: non sono clericale, non sono creazionista, non sono neppure cattolico. La questione è un’altra.
Nella nota informativa del Movimento Radicalsocialista si dice che Margherita Hack «non si è mai piegata di fronte a nessun potere». Ma non è un potere, e precisamente il potere con il quale siamo chiamati a confrontarci oggi, quello che impregna la stessa nota informativa del Movimento Radicalsocialista? Non è il potere con cui siamo chiamati a confrontarci oggi, quello che trasforma una persona – che ha sicuramente le carte in regola per dire molte cose interessanti, ma non su tutto – in un idolo mediatico? Non è il potere con cui siamo chiamati a confrontarci oggi, quello che fa prevalere la tifoseria sui ragionamenti, la «spontaneità e comunicativa in grado di affascinare chiunque» sulla competenza? Non è il potere con cui siamo chiamati oggi a confrontarci, quello di un idolo mediatico che può andare in televisione e si sente in diritto di parlare di qualsiasi cosa, anche di ciò che eventualmente non ha capito e di ciò di cui eventualmente non ha alcuna conoscenza? Che significa, se si pensa che questo è il potere, andare là a sedersi «comunque la si pensi»? So che non era l’intenzione, ma a me questo «comunque la si pensi» suona come un comando.

Chi “fa cultura” o organizza “eventi culturali” deve, volente o nolente, fare i conti con questo potere. Si può tentare di mettere paletti, scommettendo sulla possibilità che bastino, e magari sbagliando; si può tentare di accettarlo in parte, sperando di riuscire a fare più bene che male. In questa faccenda, tra personaggio, argomento del libro e comunicazione, io di paletti non ne ho visti; in questa faccenda, il dispiegamento di questo potere mi sembra davvero troppo.

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8 commenti a “How to Hack the culture”

  1. Fatjona ha detto:

    Vero.

    Penso che ci sia un certo disprezzo nei confronti del lettore barra cittadino. E questo disprezzo lo leggo proprio in quel “comunque la si pensi”.

    Penso anche, però, che chi si sottrae, o tenta di farlo, alla logica del potere, di cui giustamente parli tu, spesso rischia di commettere lo stesso errore, ossia disprezzare il lettore barra cittadino, rendendosi volutamente a lui incomprensibile. Uso un linguaggio che tu non capirai perché io non ho alcuna voglia di parlare a te che guardi Babara d’Urso e non capisci un fico secco. Esprimo concetti che tu non capirai perché sei un povero idiota e io non mi abbasserò mai al tuo livello per cercare di farti capire quello che penso.

  2. Fatjona ha detto:

    In questo modo la cultura, quella vera, diventa dominio di pochi che se la tengono stretta parlando intensamente tra di loro nel loro esclusivo ambiente di ultra dotti.

    Ma lo scopo di un dotto è quello di dimostrare agli altri quanto è dotto? Lo scopo dei dotti è quello di dirsi tra di sé quanto sono dotti e quanti gli altri sono dei poveri idioti?

  3. jacopo nacci ha detto:

    Fatjona, io non vedo alcun collegamento tra il porsi in maniera critica nei confronti del potere e l’usare un linguaggio volutamente incomprensibile. Non voglio dire che non ci sia nessuno che usi un linguaggio incomprensibile, ma semplicemente che non mi sembra di vedere un collegamento.
    Peraltro a me sembra che la linearità del linguaggio e la profondità dell’argomento risultino molto più indigesti, oggi, di un linguaggio forbito, e non è insolito vedere qualcuno che risponde in termini di “troppo colto” di fronte ad argomenti che sono solo logici.
    In generale, poi, l’indigeribilità propria dei discorsi su questo potere a me pare derivare dall’essere discorsi su questo potere, il quale, rispetto al potere politico o al potere dei soldi, appare – per me inspiegabilmente – invisibile.

  4. Fatjona ha detto:

    In ritardo: beh hai ragione non è chiaro il mio discorso.

    L’intenzione era quella di fare due discorsi distinti. Mentre da un lato ti davo assolutamente ragione sulla critica al potere “”mediatico”, dall’altro mi ponevo in maniera tacita la domanda “ma perché invitano Margherita Hack e non uno del settore?” La risposta che mi sono data è un po’ diversa dalla tua è una simpatica vecchietta che dice le cose con un buffo accento toscano, ed è cioè che la Hack ed altri sono pop nel senso di popular dicono cose comprensibili, pardon ovvie, in un modo comprensibile ai più.

    L’altra parte, chi fa cultura in maniera diversa, spesso casca nel autocelebrarsi come avanguardia, cercando volutamente di essere lontano dal pop di prima, in questo modo diventa ovvio e scontato che io partito politico non ti invito a un’iniziativa perché non fai “numero”, e anche perché alla fine, fine fine della storia non è quello che ti interessa.

    Non so se è più chiaro adesso quello che voglio dire.

  5. jacopo nacci ha detto:

    Ciao Faty.
    No, ma infatti ho scritto «oggi, per la maggior parte di noi, Margherita Hack è un personaggio mediatico, nella fattispecie una simpatica vecchietta che si dice sia una grande scienziata e che è famosa per le sue uscite antireligiose in divertente accento toscano». Voglio dire: questi fattori li ho presi insieme.
    Continuo a non capire chi siano quelli che si autocelebrano, ma mi sembra che il narcisismo comunque paghi; ne ho scritto qui: paradossalmente chi elargisce filosofumi al limite del non senso con abbondanza di paroloni ha successo, sia sul versante del disprezzo (si guarda certa gente per disprezzarla: prendi Mughini, per dire), sia sul versante della celebrazione dell’inutilità (anche l’hip hop italiano, oggi, sta prendendo la piega di un’astrazione che sembra puntare più sulle insegne luminose che sul dire qualcosa).

    Io continuo a vedere – ma per carità, magari è solo il punto d’osservazione – che i discorsi che faticano più a farsi accettare e comprendere sono quelli sul linguaggio, ed è un problema perché questo potere è un potere linguistico, ed è in virtù del suo essere un potere linguistico che riesce a nascondere ai più la sua natura di potere linguistico. Pensa solo a come la distinzione discorsi astratti / discorsi concreti disattivi istantaneamente, relegandoli nella categoria dell’astratto, i discorsi su come funziona un potere linguistico.

  6. federica sgaggio ha detto:

    Sì, Jacopo.
    È perché è personaggio.
    È perché si è resa visibile.
    È perché a nessuno interessa ciò che lei ha da dire sull’astrofisica, ma solo ciò che lei ha da dire in modo tale da consolarci e da farci sentire comunità di simili.
    (Ma ormai quante volte ce lo siamo detto? Serve a qualcosa?).

  7. jacopo nacci ha detto:

    (Tante, Fede, lo so, ma io continuo a credere che serva; se non altro serve a me).

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