Poi gliene diede un secondo

Jacopo Nacci, 4 gennaio 2008

Da Erano solo ragazzi in cammino, di Dave Eggers, traduzione di Giuseppe Strazzeri:

«Buongiorno!» disse mio padre sopra di me.
Il saluto con cui lo ricambiarono non fu amichevole. Alzai lo sguardo e vidi tre uomini, uno dei quali portava un fucile appeso a tracolla con un pezzo di corda bianca. Lo riconobbi. Era l’uomo che sorrideva presso il fuoco, quella sera. Quello che aveva chiesto a mio padre che cos’era il Cosa.
«Ci serve dello zucchero» disse il più piccolo dei tre. Non era armato ma chiaramente era il leader. Parlava soltanto lui.
«Ma certo» disse mio padre. «Quanto ve ne serve?»
«Tutto, zio. Tutto quello che hai in negozio.»
«Vi costerà un bel po’, amico mio.»
«Questo è tutto?»
L’uomo afferrò il sacco da venti sisal appoggiato in un angolo.
«È tutto quello che ho.»
«Bene, lo prendiamo.»
L’uomo piccolo prese il sacco sulle spalle e si girò come per andarsene. I suoi compagni erano già all’esterno del negozio.
«Aspetta» gli disse mio padre. «Forse non intendi pagare?»

L’uomo piccolo era sulla soglia, gli occhi socchiusi per abituarsi alla luce del mezzogiorno. «Abbiamo bisogno di sostenere il movimento. Dovresti essere contento di avere la possibilità di contribuire.»
«Deng, ti sbagliavi» disse a quel punto l’uomo che sorrideva.
Mio padre uscì da dietro il bancone e si fece incontro all’uomo sulla soglia.
«Posso darvi un po’ di zucchero, ovviamente. Certo che lo farò. Mi ricordo la lotta e so che la lotta va sostenuta. Ma non posso darvi l’intero sacco. Mi danneggerebbe, e tu lo sai. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte, è vero, ma cerchiamo di fare in modo che sia la cosa giusta per entrambi. Ti darò quello che posso.»
Mio padre si sporse a prendere un sacco più piccolo.
«No, stupido!» gridò l’uomo, a un volume che mi fece balzare in piedi dalla paura.
«Adesso noi ci prendiamo questo sacco e ringrazia che non prendiamo altro.»
L’uomo che sorrideva e il suo compagno, quello con il fucile a tracolla, adesso erano alle spalle del loro capo, gli occhi puntati su mio padre. Lui sostenne lo sguardo di ognuno di loro.
«Per favore, come potremo vivere se ci derubate?»
L’uomo che sorrideva balzò in avanti, quasi calpestandomi.
«Derubate? Ci stai chiamando ladri?»
«E come posso chiamarvi, altrimenti? È questo quello che voi…»
L’uomo che sorrideva tirò un pugno a mio padre che cadde a terra proprio accanto a me.
«Portatelo fuori» disse il capo. «Voglio che tutti vedano.»
Gli uomini spinsero mio padre fuori dal negozio proprio al centro del mercato inondato di luce, dove si era già raccolta una folla .
«Che sta succedendo?» chiese Tong Tong, proprietario del negozio accanto.
«Osservate e imparate» disse l’uomo che sorrideva.
I tre uomini girarono mio padre sulla pancia e gli legarono rapidamente mani e piedi con un pezzo di corda preso dal negozio. A quel punto apparve mia madre.
«Fermatevi!» gridò. «Siete pazzi!»
L’uomo armato puntò il fucile contro mia madre. Quello piccolo si girò verso di lei con una smorfia di profondo disprezzo dipinta sul viso.
«Tu sei la prossima, donna.»
Io mi rifugiai nell’angolo più buio del negozio. Ero sicuro che mio padre sarebbe stato ucciso, forse anche mia madre. Mi nascosi tra i sacchi di grano e mi immaginai senza mia madre. Mi avrebbero mandato a vivere dai nonni? Decisi che sarebbe stata la madre di mio padre, Madit, ad accogliermi. Ma era a due giorni di cammino e non avrei mai più visto William K e Moses. Mi alzai da dietro i sacchi e sbirciai da dietro l’angolo dell’ingresso, in direzione del mercato. Mia madre era in piedi tra mio padre e i tre uomini.
«Per favore, non uccidetelo» diceva mia madre in lacrime. «Ucciderlo non vi sarà d’aiuto.»
Era più alta di una ventina di centimetri dell’uomo piccolo ma l’uomo armato teneva il fucile puntato su di lei e io non riuscivo neppure a respirare. Sentivo come uno squillo nella testa e strizzavo gli occhi per obbligarmi a tenere gli occhi aperti.
«Dovrete uccidere anche me» disse lei.
Il tono di voce dell’uomo improvvisamente si ammorbidì. Dall’ingresso vidi che quello armato aveva abbassato il fucile. E a quel punto, senza mostrare alcun sentimento, tirò un calcio in faccia a mio padre. Il suono fu sordo, come di una mano che schiaffeggi il pelo di una mucca. Poi gliene diede un secondo, ma questa volta il rumore fu diverso, esattamente come quello di un ramo spezzato contro un ginocchio.

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10 commenti a “Poi gliene diede un secondo”

  1. jackmarlowe ha detto:

    e’ il prossimo libro che comprerò, jago, gli do la caccia da tempo ma, come dire, costicchia. io vado quasi sempre sui paperback piuttosto che sulle prime edizioni in brossura.
    ora che mia suocera mi ha omaggiato di un buono libri natalizio e compleannizio alla campus, però…

  2. jacopo nacci ha detto:

    Ciao Jack, non potrei parlare perché mi è stato regalato per Natale da Carlos Monzon, però devo dire che venti euri per seicento pagine non mi sembrano un’esagerazione. In ogni caso ti incollo questo:

    Tutti i proventi di questo libro andranno: alla Valentino Achak Deng Foundation, che assegna fondi ai rifugiati sudanesi in America; alla ricostruzione del Sudan meridionale, a cominciare da Marial Bai; alle organizzazioni umanitarie che lavorano per la pace in Darfur; all’istruzione universitaria di Valentino Achak Deng.

    Per ulteriori informazioni: http://www.valentinoachakdeng.org.

  3. anarcadia ha detto:

    Il colmo è quando una rivoluzione uccide le persone per cui pretende di esistere.

  4. anarcadia ha detto:

    E comunque lo zucchero è diventato carissimo…

  5. mamikazen ha detto:

    Naturalmente Marlowe se l’è comprato.
    E comunque il leader è sempre il più piccolo.
    Buon 2008, superJago!

  6. anarcadia ha detto:

    Uno dei due dovrà prestarmelo :D

  7. jacopo nacci ha detto:

    Benissimo, posso considerare compiuta la missione di questo post.
    Buon 2008 anche a te, SuperMami.

  8. utente anonimo ha detto:

    Benissimo, sembra ch’anhò sbajiét libre.

    Buon inizio a tutti, cari.

    CM

  9. anarcadia ha detto:

    “ca a (c’a) non ò (n’ò) sbajèd”

    :D

  10. utente anonimo ha detto:

    Mia morosa m’ha fatto notare che la “L” finale maschile nella fonetica pesarese, è muta.

    Ad esempio parole come fratello, bello, castello, agnello, si concludono tutte con la lingua appiccicata al palato, mentre se pronunciate in italiano, la lingua torna al suo posto.

    L’accendiamo Anarcadia??

    Fonetic

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