Il discorso dell’altro

jacopo nacci, 16 febbraio 2011

Io il “delizioso contrappasso” di cui parla Federica Sgaggio un po’ lo vedo. Ma non da qui, sia chiaro: lo vedo, per così dire, dal futuro. Immaginando il futuro, e immaginando che Berlusconi sia stato condannato, e che il fato abbia voluto che a giudicarlo fossero tre donne, riconosco alla storia un certo sapore mitologico. Ma chiaramente il piano simbolico e il piano delle ragioni rimangono e devono rimanere separati, quindi sono d’accordo con Federica quando scrive:

Possibile che tre donne non possano essere in disaccordo fra loro? Poiché son donne son tutte fieramente compatte?

Credo che ciò sia un sintomo di quanto scrivevo tempo fa in merito all’assunzione indebita che si fa, da una parte e spesso anche dall’altra, in relazione ai motivi per l’azione:

…non riesco a non vedere all’opera il tentativo di ridurre un ordine logico, ovvero un ordine universale – la legge -, all’individuo. E, necessariamente, il tentativo di ridurre un ordine universale equivale al tentativo di annientarlo. […] E mi pare che qui ci sia pure, implicita, un’identificazione tra persona umana e desiderio, quindi: riduzione della legge alla persona e riduzione della persona alle sue motivazioni personali. E dunque: riduzione della legge a motivazioni personali. Sei giudice, ma sei uomo, dunque chi sei tu per giudicare?

Il discorso dell’avvocato Michele Saponara, per cui tre donne potrebbero essere “particolarmente sensibili al tema”, non è diverso da quello che fa Berlusconi quando si lamenta del fatto che il Presidente della Repubblica o certi giudici siano di sinistra: la parte fondamentale del discorso di Berlusconi – come spesso accade nella comunicazione berlusconiana – è l’assunto, e cioè che l’eventuale azione dei giudici sia mossa da motivazioni strettamente personali e che queste motivazioni personali siano figlie della volontà di potenza.

Nella sua risposta a Marcello Veneziani, Roberta De Monticelli riassumeva il postulato del suo interlocutore così: “Non ci sono ragioni se non di parte. L’etica è politica, e la politica è lotta”.

Veneziani ci incastra tutti in un discorso di tifoseria. Ma bisogna stare attenti, perché c’è qualcosa di peggio dell’essere incastrati dalla retorica dell’avversario e non riuscire a rendere riconoscibili pubblicamente le ragioni di un’azione, e questo qualcosa di peggio è l’accogliere i presupposti del discorso dell’avversario: se da questa parte, cedendo al discorso dell’avversario, accettiamo la volontà di potenza come un dato di fatto che riguarda ogni azione, compiuta da chiunque, e se, cedendo alla volontà di potenza, accettiamo la volontà di potenza come qualcosa di giusto, accettiamo l’impostazione berlusconiana senza nemmeno rendercene conto: questo sarebbe lasciarsi parlare dal discorso dell’avversario, e il discorso dell’avversario, in questo caso, è quel discorso che chiamiamo berlusconismo.

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