Il modo in cui s’inginocchiavano

jacopo nacci, 3 ottobre 2011

Da “L’argine delle abitudini”, in L’ora migliore e altri racconti, di Simone Ghelli:

Simone Ghelli, L'ora migliore

«Abbandonò il suo film preferito – perché quel viaggio era sempre in qualche modo lo stesso film: guardava le stesse cose e si atteneva agli stessi limiti proprio come se ci fosse sotto un calcolato lavoro di taglio e di montaggio – per buttare uno sguardo fuori del suo campo visivo. Lungo l’argine di destra, sul limitare di una piazzola di sosta, colse quello stesso riverbero sul filo argentato che addobbava un piccolo abete sistemato in un vaso. La croce di ferro che spuntava da una selva di mazzi di fiori la notò subito dopo, ma a causa della velocità non poté scorgerne i particolari – da un punto di vista spaziale della composizione l’albero veniva dopo e dunque dovette ruotare la testa all’indietro per quanto gli fu possibile, cioè senza abbandonare del tutto la visuale della strada.

Mancavano appena due giorni a Natale, anche se il sole alto e l’assenza di nubi in mezzo al cielo di un limpido azzurro non facevano pensare certo all’inverno, ma fu solo in quell’istante che realizzò la cosa – che si era cioè così vicini a quella festa che da piccolo lo teneva alzato per tutta la nottata precedente, tant’era l’agitazione e la brama di scartare i regali sotto il grande abete che ancora profumava di bosco. Mentre la strada correva dritta verso il confine tosco-laziale, cercò d’immaginare quelle persone – probabilmente i genitori o degli amici – che erano arrivati fin là a piedi, attraverso i campi, con il piccolo abete in mano: li vide mentre lo posavano a terra e il modo in cui s’inginocchiavano per addobbarlo con quelle semplici ghirlande, mentre il vento delle auto in movimento si divertiva a scompigliare la composizione, e al tempo stesso vedeva con quale cura ravvivavano i mazzi di fiori portati là da altre persone – chissà, conoscenti o ancora una volta amici – e il sorriso con cui si rivolgevano alla croce, nella quale incontravano il ricordo e, attraverso questo, l’immagine della persona scomparsa. La prima fastidiosa sensazione di aver assistito a una scena grottesca – sensazione che durò i pochi secondi in cui può sopravvivere il senso comune, cioè quell’ammasso di dicerie e falsi moralismi con i quali dobbiamo comunque fare sempre i conti, durante i quali svanì anche lo sgradevole sospetto di blasfemia legato a quel contesto – fu cancellata da un interiore moto di felicità che gli stirò le labbra e gli gonfiò il petto e inumidì gli occhi, che anche a causa del riverbero del sole sul parabrezza finirono per lacrimargli».

Simone Ghelli, “L’argine delle abitudini”, L’ora migliore e altri racconti

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