Introiezione del conflitto

jacopo nacci, 2 novembre 2010

La schizofrenia è esattamente, precisamente, modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, stagiste di un’organizzazione di eventi che non sanno se si stanno innamorando quando parlano con qualcuno o se questo contatto gli sarà utile per il prossimo vernissage e far bella figura con il capo, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare le potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.

Leggi Introiezione del conflitto di Christian Raimo su minima et moralia.

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3 commenti a “Introiezione del conflitto”

  1. alberto ha detto:

    Eh sì, questo significherebbe uscire dalla logica bipolare/gladiatoria mediatica in cui siamo immersi, accettare la multipolarità, la complessità, e da lì partire per trovare delle soluzioni, condivise o conflittuali (le classi esistono più di prima, anche se di lotta di classe non si parla più) ma fondate nel reale e non nel virtuale, immaginario, o carnevalesco.

  2. jacopo nacci ha detto:

    Intanto benvenuto da queste parti, Alberto. ^_^
    Sto ancora ragionando, su questo articolo, credo debba piantare qualche radice nel cervello.

  3. federica sgaggio ha detto:

    Sì, anch’io.

    Mi diceva il mio analista – a proposito! – che mai come in questo periodo arrivano da lui persone che stanno male per quel succede fuori di loro, nel mondo «pubblico», sotto gli occhi di tutti.

    A me è stato molto chiaro quel che mi si chiedeva, quando persi il mio primo lavoro perché chiuse il giornale e il sindacato giornalisti sosteneva la necessità che io, come gli altri, diventassi «imprenditrice di me stessa»: mi si chiedeva di assumere su di me il malessere collettivo e di risolvermelo in proprio.

    Non è per voler parlare per forza di me, però questa cosa non potevo accettarla; proprio non ci riuscivo; e così mi sono attribuita un surplus di fatica enorme, perché tentavo di far di me un pezzo del mondo esterno a me; tentavo di non risolvermi il problema mio (trovar lavoro, o guadagno), ma vedermi come pezzo di mondo in conflitto con altri pezzi di mondo.

    Ho fondato il coordinamento disoccupati e precari della Fnsi, ho tentato di mettere insieme le persone, di far proposte che avessero un senso non solo per me.
    A parte che m’han fatto fuori dal sindacato – ma questa è un’altra storia; sempre la stessa storia di quando ho cercato di far politica, in realtà, ma non fa niente. Sono sicura che tutto questo ha un suo perché – è finita che a un certo punto mi son resa conto che era proprio sulle soluzioni, sui percorsi, sulle opportunità di reazione che non ci si trovava.
    Troppi avevano interiorizzato la sconfitta; troppi avevano paura.

    Non mi restava che tornare dall’analista, insomma.
    Il mondo non c’era con chi cambiarlo.
    Tanto valeva cambiare me; rendermi più consapevole delle e meno spaventata dalle mie fragilità, e perciò più resistente.

    Resta un fatto, però: che nessuno, mai, potrà convincermi che sono io la deboluccia che non sa fare i conti con la durezza del vivere; nessuno mi convincerà mai che sono io – come dire? – a non avere il fisico.

    Non sono io – mica io singolarmente presa; «noi», mi verrebbe da dire, se «noi» avesse un senso comprensibile senza dover ricorrere a troppe specificazioni – ad essere «unfit».

    È il mondo che è sbagliato.
    Non ho vent’anni: alla mia età posso permettermi il lusso di dirlo.
    Così come posso permettermi il lusso di dire: vabbè, se non posso agire sul fuori, agisco sul mio dentro e sulle mie relazioni dentro-fuori.

    Un sacco di parole per dire «si salvi chi può», me ne rendo conto.
    (Ma per fortuna, almeno, ho ancora voglia di raccontare, di dire, di scambiare idee, di cercare strade da aprire).

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