La malvagità del bene – Mao Dante di Go Nagai

Jacopo Nacci, 3 aprile 2007

Non sia permesso ai demoni di infestare la terra con la loro iniqua presenza. Per questo i figli di Dio devono prepararsi alla guerra. Brandite il martello della giustizia e sterminate i demoni.

Dio

Mao Dante è un anime di Go Nagai tratto dall’omonimo fumetto del 1971, la cui pubblicazione fu interrotta per tema di blasfemìa. Storia: Belzebù e le sue truppe di demoni e satanisti tentano di risvegliare Dante, il campione dei demoni – un orrendo mostro partorito dai prolifici incubi del maestro – e conquistare la terra. A questo punto si potrebbe credere che la storia si dispiegherà secondo il consueto copione della lotta tra il Bene e il Male, e questo, in effetti, avviene. Solo che qualche puntata più in là cominciano a sorgere i primi dubbi sulla reale differenza tra i due plotoni, dato che i seguaci di Dio si macchiano di nobili crimini pur di vincere la loro battaglia. Eccezionale è la specularità di formule e visioni tra i due fronti:
Avrei voluto possedere la forza per resistere, per non cedere alle lusinghe di Dio, ma io sono un debole, un traditore, confessa Zenon, Signore delle Bestie, passato dalla parte di Dio.
Mentre i due eserciti si scannano facendo scempio di vite umane, ci si domanda quanto meno se la battaglia dei demoni non sia in qualche modo meno ipocrita della battaglia condotta dalla controparte divina. Ogni morale, sembra dire Nagai, ogni ordine, nella sua costituzione e nel suo mantenimento, richiede un sacrificio di vittime delle quali una sola basterebbe per rendere assurdo l’ordine stesso. E, tra due spietati, quello che non mente è in qualche modo meno antipatico – o, si potrebbe dire, più simpatico – di quello che mente.

Mano a mano che si prosegue, e mano a mano che si delinea sempre più chiaramente il motivo di cotanta lotta, la simpatia per il diavolo diviene sempre più palpabile: veniamo a sapere che Dio usurpò la terra sulla quale – motivo nagaiano classico – i demoni vivevano già, pacificamente.

A Sodoma il valore più sacro è la nostra libertà. Non permetteremo a nessuno di portarcela via, dichiarò Dante, letteralmente in faccia a Dio, all’alba della millenaria guerra. Spazzate via le città di Sodoma e Gomorra, Dio si diede all’epurazione dei demoni: trasfuse la sua scintilla nei pitecantropi che così divennero esseri umani, buoni a bruciare satanisti nel corso dei secoli (nonché ad ammazzarsi tra loro per esaltare la loro violenta indole divina).

Non è interessante svelare il finale della storia, che vi auguro di godere in autonomia. È più interessante notare qualche tratto di questa parte dell’universo di Nagai. Dio è ridotto a un’entità di dimensioni meno che galattiche, quasi planetarie, dotata di principio d’individuazione, tutto sommato un Dio piccolino e un po’ sanguisuga che non ha nulla a che vedere con il dio dei panteisti e dei filosofi. Il Dio di Nagai è un Dio del quale, al massimo, ci si può chiedere chi sia il creatore. Siamo soli, abbandonati da un Bene indifferente e puramente concettuale, abbandonati a noi stessi e nelle mani di entità non oltrecosmiche, bensì fatte come noi, solo più grosse di noi, che con noi giocano e di noi si servono per raggiungere, talvolta, fini mediocri. Come dimostra lo scottante caso di Dio, la possibilità del Male si dà ogni volta che si danno individualità e volontà, ogni volta che si dà una persona o, almeno, personalità.

Tuttavia, in Mao Dante quanto in altre serie, Nagai non sembra per nulla relativista: il fatto che concetti o valori non siano mai perfettamente esauriti dalle loro occorrenze concrete o che non se ne riesca a dare una definizione, il fatto che i suoi personaggi non incarnino mai esaustivamente ed esclusivamente un valore, non significa che i valori non si diano, non significa che non si diano, insomma, il Bene e il Male. Significa solo che Bene e Male vengono rispediti ancora più in là di quanto già non fossero nelle nostre medie aspettative: distantissimi, inattingibili nella loro purezza e insieme partecipabili nei piccoli gesti quotidiani e nei grandi gesti epocali degli esseri dotati di personalità e volontà; Bene e Male come punti di irradiazione oltremondani, semplicissimi, elementari, nucleari. Diversamente, le occorrenze concrete, le ideologie e gli esseri viventi sono, in quanto complessi, necessariamente ibridi (Barone Ashura, Gandal); e non è un caso che fare il Male tocchi spesso in sorte agli eroi di Nagai: Tetsuya e Hiroshi che se lo portano dentro; Koji e Violence Jack che lo accettano, Actarus che non lo accetterà mai, per risalire all’archetipo Bene/Male/Ibrido rappresentato da Akira/Amon/Devilman.

Rispetto a quanto viene mostrato in altre galassie dell’universo nagaiano, però, in Mao Dante si intravede una presa di posizione morale più netta, che si può altresì notare in Devil Lady: se altrove l’attenzione era puntata sulla necessità di combattere il Male con il male, e forse non solo, come spesso si considera, a livello di scelta (“accetto di fare il male”), ma più profondamente a livello ontologico (“sono un ente complesso e non posso che fare anche il male”), in Mao Dante e in Devil Lady la critica sembra più schiettamente diretta all’ideologia come volontà di sopraffazione, di imporre un ordine, nel quale necessariamente un qualche essere non rientrerà e firmerà così, con la sua stessa esistenza, la condanna alla sua soppressione o alla sua emarginazione: in un qualche modo gli verrà inibita la possibilità di esplicarsi per ciò che è, sarà negato il suo diritto all’esistenza nel senso più pieno. C’è quindi, parallelamente, come un sentimento di ribellione, un moto di anarchismo, che pervade queste due opere; un voler gridare che il bene è Bene solo quando lascia vivere, che solo il lasciar vivere è Bene, e il resto è Male.

Malinconico, Nagai, ché se combatti il Male col male poi ti sporchi tutto, ma nemmeno puoi subirlo; pessimista, però anche fiero, spietato e sprezzante verso ogni illusione di purezza in questo mondo, verso ogni ipocrisia, ogni pigro schermarsi la coscienza, ogni pretesa necessità di imporre un ordine, ogni volontà di non lasciare finalmente in santa pace ciò che è.

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13 commenti a “La malvagità del bene – Mao Dante di Go Nagai”

  1. anarcadia ha detto:

    Qualcosa di simile, anche se attraverso espedienti narrativi e contèsti del tutto differenti, fu affrontato anche da Tatsuya Egawa nel suo IMMENSO Golden boy.

  2. utente anonimo ha detto:

    Mi piace molto l’incipit per il tono epico, scevro da buonismo agnelloso.
    Mi leggerò con calma il post questo w.e., nel quale pare avrò tempo a volontà, in quanto tutti spariranno in occasione delle copiose vacanze pasquali.
    Cius
    Lilith

  3. jacopo nacci ha detto:

    @Anarcadia:
    non ho mai coperto Golden Boy, vedrò di rimediare.

    @Lilith:
    bene, così mi hai dato il tempo di apportare qualche modifica e rendere più chiaro il post.

  4. lilith979 ha detto:

    Ti saprò dire poi se il tuo sforzo per rendermi comprensibile un testo scritto ha avuto successo…

  5. jacopo nacci ha detto:

    Ma mica l’ho fatto per te!
    Sigh… ç___ç

  6. lilith979 ha detto:

    Io in quanto femmina di modesta levatura ;-)

  7. anarcadia ha detto:

    @Jago, tralaltro PICCOLOKIN deve il suo nick al protagonista dell’òpera…

  8. DuRoy ha detto:

    Jago, è uscito ieri (venerdì) sul Foglio un articolo interessante su Go Nagai (lo trovi su internet).

  9. lilith979 ha detto:

    Jago (anaforicamente), è interessante questo post, prima o poi dovrò leggerla questa storia di Go Nagai- non che di altre ne abbia lette, del resto….
    Effettivamente il dio personale, nel senso qui inteso, fa un pò tenerezza a chi lo guarda da un’ottica diversa (atea o pagana).
    Mi pare che Durkheim abbia descritto molto bene la dinamica.
    Ma, siccome neanche oggi mi si lascia scrivere in pace, devo rimandare la continuazione del commento.
    Ciao

  10. lilith979 ha detto:

    Ehm…dicevo,Durkheim parlava della religione (e quindi del dio personale) come di una proiezione dei valori di una collettività in un”ente” esterno alla collettività stessa.
    il motivo principale di questa dinamica risiede, appunto, nella necessità dell’uomo di dare una collocazione quanto più possibile precisa a Bene e Male.
    Una volta scardinato questo discorso diventa interessante vedere come ci si pone di fronte a cotanti concetti. Da quel che scrivi di Mao Dante, Go Nagai ci offre una valida ipotesi.
    Anche se io personalmente propendo più per una mescolanza di Bene e Male che rende impossibile scinderli in ogni caso.

  11. anarcadia ha detto:

    “Anche se io personalmente propendo più per una mescolanza di Bene e Male che rende impossibile scinderli in ogni caso”

    Non ricordo se fosse Voltaire o Pascal (forse quest’ultimo, mi pare), a dire che “non esistono errati ragionamenti, ma errati presupposti al ragionamento”, riferendo questi ultimi al naturale limite conoscitivo/esistenziale umano. Credo che il discorso sia riferibile anche al discorso su bene e male, un po’ come si diceva da Jago in mèrito al fatto che il libero arbìtrio esistesse solo quando indirizzato verso il bene, in un certo senso…

  12. Silvia ha detto:

    In mezzo ad una fitta nebbia, Gesù, Dio e il Diavolo -Pastore nel testo- scambiano opinioni sulle vicende dei secoli che seguiranno la crocifissione:
    “E i crociati, Ne sono morti altrettanti, se non di più, E tutto questo, in nome nostro, Andranno in guerra urlando, Dio lo vuole, E devono essere morti dicendo, Dio l’ha voluto, Sarebbe stato un bel modo di finire, Di nuovo un sacrificio di cui non valeva la pena, Figlio mio, l’anima per salvarsi ha bisogno del sacrificio del corpo, Con queste o con altre parole, te l’ho già sentito dire prima, e tu, Pastore, che cosa ci racconti di questi futuri e portentosi avvenimenti, Dico che nessuno che possieda appieno il proprio senno potrà affermare che il Diavolo sia stato, sia o sarà colpevole di un tale massacro e di simili cimiteri, a meno che a qualche malvagio non venga in mente il calunnioso pensiero di attribuirmi la responsabilità della nascita di quel dio che sarà il nemico di questo, Mi sembra chiaro e ovvio che la colpa non è tua e, quanto al timore che scarichino su di te le responsabilità, potrai sempre rispondere che il Diavolo, essendo Menzogna, non potrebbe mai generare la verità che Dio è, Ma allora, domandò Pastore, chi creerà quel dio nemico. Gesù non sapeva rispondere, Dio, che taceva, continuò nel suo silenzio, ma dalla nebbia calò una voce che disse, Forse questo Dio e quello che dovrà venire non sono che eteronimi, Di Pessoa, fu quanto si capì, ma poteva essere stato Della Pessoa, e cioè, Della persona.
    All’inizio, Gesù, Dio e il Diavolo finsero di non avere sentito, ma subito dopo si sogguardarono spaventati, la paura comune è così, unifica facilmente le differenze.”
    José Saramago, “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, 1997.

  13. jacopo nacci ha detto:

    Se così ampia è la cerchia di coloro che in linea di principio sono in grado di capire il linguaggio figurato della teologia simbolica, ha ancora senso dire che “essa protegge il sacro dallo sguardo profano della moltitudine” (De Veritate, q. 2, a. 1)? Ci sono ancora persone a cui essa è incomprensibile? Senza dubbio – perché quanto a quei grossolani fraintendimenti delle immagini, di cui parla l’Areopagita, la sacra Scrittura, oggi, non è certo più al sicuro di quanto lo fosse ai suoi tempi. E anche dove non ne deriva una falsa interpretazione, è sempre possibile che si verifichino delle incomprensioni totali. Questo per diverse ragioni.
    Se abbiamo parlato di “rimandi” mediante i quali il “nostro mondo”, in vari modi, conduce oltre se stesso, questi rimandi non sono però così pienamente visibili e chiari da guidarci alla meta senza fallo. Come si è già accennato, qui, come in altri ambiti, gioca un ruolo la disposizione naturale e l’educazione acquisita attraverso l’ambiente umano. Chi non ha “senso pratico” non vede, nelle cose, “a cosa sono buone” e che cosa se ne deve fare. Se non è “istruito a dovere” si troverà sempre un po’ disorientato e perduto nel mondo. Analogamente esiste anche una mancanza “di senso religioso” e, se non si corre al riparo con una buona educazione, è ben possibile che una persona rimanga cieca nei confronti dei rimandi che conducono dal mondo a Dio. Per lei allora – senza un aiuto particolare della grazia – anche la sacra Scrittura è un libro con sette sigilli. Questa persona si ferma al senso immediato delle parole e non riesce a vedere attraverso le immagini. Non sa tenere conto della maior dissimilitudo e arriva a una rappresentazione di Dio indegna, oppure, se una simile rappresentazione le ripugna, proprio questa la induce all’ateismo.

    Edith Stein, Vie della conoscenza di Dio (manoscritto), 1941.

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