La realtà non è schierata

Jacopo Nacci, 26 marzo 2008

In questo momento Hiroshi Matsumoto si è appena spostato come un naufrago che non sa nuotare dal letto al divano del suo monolocale alla periferia di Kita. Accartocciato sul divano nutre, per qualche minuto di un’alba grigia, l’onirica illusione che di lì a poco riuscirà a decidere forma, intreccio e finale della decina di file word che dormono il sonno dei mutilati terminali in una cartella senza nome sul desktop del suo computer, è convinto che li trasformerà definitivamente in sceneggiature. All’improvviso si scopre a imprecare contro l’incapacità della finestra del suo monolocale di offrirgli un vero panorama in luogo del ritaglio quadrato del grigio palazzo cresciuto a un metro e mezzo dal suo. A questa condizione di disagio sta per addossare ogni colpa dello scarso successo di ogni sua iniziativa, scarso successo del quale riprenderebbe quindi di qui a poco quotidiana coscienza se il cellulare non squillasse.

In questo momento Tetsuo Takara propone a Hiroshi Matsumoto un soggetto da sceneggiare. Hiroshi sa che Tetsuo Takara è figlio di Kaito Takara: da tempo Hiroshi accarezza l’idea di autoprodurre un documentario su Kaito Takara e le sue attività, consistenti principalmente nella rapida e inarrestabile trasformazione dei sobborghi di Kita in mucchi di scatole di cemento. Ne ha parlato con alcuni amici, e ci mette poco a intuire, mentre dice m al cellulare, che anche Tetsuo e suo padre ne sono stati messi al corrente. Kita non è poi così grande. Tetsuo gli propone di incontrarsi e discutere del progetto del film. Gli offre il pranzo in una rosticceria bianca, nuova e dall’aria di trasloco in ogni momento possibile, al piano terra di un palazzo anonimo, circondata da locali semivuoti: vetri sporchi e pochi scatoloni appoggiati ai muri. Hiroshi ha gli occhi falsamente sbarrati di chi non li ha chiusi e una coperta di sonno sul cervello. Si trattiene, con grande sforzo, dall’accusare il suo interlocutore di falsità. Vedi mai che.
 
In questo momento Hiroshi Matsumoto lavora al soggetto del film, pur sospettando che Tetsuo lo abbia coinvolto solo per dissuaderlo dal pestare i piedi a suo padre. In qualche modo, che Tetsuo possa aver pensato che ci sia anche la minima possibilità che, senza il suo oculato intervento, Hiroshi porti a termine quel progetto è un’idea che lusinga Hiroshi, il quale abbandona tutto il resto e lavora alla sceneggiatura. In due mesi la conclude.

In questo momento Tetsuo ha chiamato Hiroshi e lo ha invitato a pranzo nella solita rosticceria. Vuole che Hiroshi gli elenchi tutte le idee che gli son venute per la sceneggiatura e dà l’impressione di ascoltare con molta attenzione, approvando tutte le intenzioni e sottolineando convinto i nodi forti della sceneggiatura. Dice che è buona. Hiroshi dice . Guarda i negozi scomparsi attorno a loro. Alla fine del pasto Tetsuo Takara guarda l’orologio a lancette che porta al polso e dice che deve andare e che certamente si terranno in contatto.

In questo momento Hiroshi cammina verso la casa dei suoi genitori, lungo la via dove è cresciuto e dalla quale i negozi sono scomparsi. Si ferma di fronte al vetro sporco di un locale bianco e abbandonato: al centro della stanza la scatola rossa di un cordless mostra in foto il suo contenuto, urlando in ideogrammi l’incredibile convenienza dell’acquisto, undici anni fa. Hiroshi pensa che la realtà non è schierata. È vero che Takara lo ha contattato solo per scoraggiarlo dal denunciare suo padre; ed è vero che la sceneggiatura è buona. È altresì vero, pensa, che domani e i giorni successivi si sposterà dal letto al divano come un naufrago che non sa nuotare, maledirà se stesso senza che nulla possa distoglierlo dalla sua paralisi rabbiosa e attenderà pur sapendo che non ci sarà, come avesse un virus nel cervello, una chiamata di Tetsuo Takara. Guarda la scatola del cordless e prova invidia per chi conosce il tempo.

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